Manifesta. Al Grand Hotel, sulle tracce di Raymond Roussel

L’artista Luca Trevisani dedica una mostra complessa a Raymond Roussel, ambientandola al Grand Hotel et des Palmes di Palermo dove lo scrittore francese scomparve nel 1933.

Angela Bulloch, The Blue Magic Library, 2018, donated books covered with glassine paper and The Blue Magic Library stamp, variable dimensions

“Innegabilmente, ci sono molti punti oscuri negli ultimi giorni di vita e nella morte di Raymond Roussel”, scriveva Leonardo Sciascia in Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, pamphlet poco noto e quasi introvabile dello scrittore siciliano. La notte di Santa Rosalia, patrona di Palermo, in città un letterato e cadetto proveniente da una famiglia molto agiata di Francia, era passato a miglior vita nella stanza 224 del Grand Hotel et des Palmes. A mattina inoltrata venne rinvenuto “in una posizione tutt’altro che eroica, anzi un po’ ridicola, degna degli eroi dei suoi libri”. Era il 1933.

Questa vicenda per Luca Trevisani, 39enne artista originario di Verona, è il punto di partenza per una mostra in occasione di Manifesta 12 – la biennale nomade europea di arte contemporanea. In realtà, quella con Roussel è una partita che il giovane artista italiano gioca da tempo. “Un amico mi consigliò di leggere Locus Solus perché vi trovava similitudini con il mio lavoro”, racconta. Il compare non sbagliava. “Quando poi nel 2015 fui invitato a fare una personale al Museo Civico di Castelbuono, alloggiai proprio all’Hotel et des Palmes, così venni al corrente del fatto: una buffa coincidenza, la presi un po’ come una conferma”. La mostra che ne seguì naturalmente s’impregnò di “raymondismo”, quale elogio del potere rivoluzionario della fantasia, e Trevisani credette esaurita la questione. Senonché, la Biennale è arrivata nel capoluogo siciliano, dove il nostro trascorre molti mesi all’anno. Ed ecco allora “Raymond”, una mostra nel famoso hotel Liberty, l’occasione per chiuderla definitivamente – forse – con questa storia. 

“Non è il dandysmo di Roussel fine a se stesso che mi affascina, ma piuttosto come abbia dilapidato un’esistenza intera inseguendo un sogno o un modo di lavorare: faceva cose aliene”, prosegue Trevisani. “E oggi, in epoca di grande conformismo, di compitini e variazioni sul tema, penso che un esempio come il suo sia di grande nutrimento”. 

D’altra parte, piuttosto aliena è anche la maniera in cui inizia la produzione di “Raymond”, o quantomeno anacronistica. Il 23 marzo 2018 da Palermo partono 29 lettere scritte a mano, su carta intestata appositamente stampata a Lipsia, indirizzate ad altrettanti autori – artisti, creativi, studiosi – che vengono invitati a prendere parte al progettoÈ l’inizio di tutto, ma anche la prima opera del tutto: realizzata dall’artista tedesco Olaf Nicolai. “Sarebbe stato egomaniaco mettere in hotel le mie opere”, spiega Luca Trevisani, “ho deciso invece che avrei curato una mostra e ho chiamato con me Olaf, meditabondo e concettuale, perfetto per arginare le mie sfuriate”. Le lettere del tedesco sono una prima introduzione a “una dimensione parallela”.

Quella che nasce, infatti, è un’orchestrazione macchinosa, complessa, di molteplicità e leggerezza. Ognuno degli autori invitati realizza qualcosa, ma non tutto accade nello stesso momento, nello stesso luogo. È una scrittura pressoché invisibile, fatta di lavori volatili che si dipanano in modo organico al metabolismo dell’albergo. Ci sono le saponette, di nuovo di Nicolai, nelle camere d’albergo (“Roussel era un maniaco dell’igiene”), i tovaglioli con la “R” ricamata che compaiono la domenica a colazione, realizzati da Fabio Quaranta, i disegni di Ute Mueller inseriti nella busta del conto al check-out, un video di Gianfranco Baruchello che si può vedere in TV, ma solamente in una delle stanze: “una dispersione di opere” infilate nel tessuto della quotidianità.

Per orientarsi, viene distribuito negli spazi pubblici dell’albergo il cosiddetto Foglio di sala, un documento stilato dall’artista veronese che riporta i fatti del giorno come un diario di bordo. Assumendo modi a volte notarili (l’antilingua, la chiamava Italo Calvino), altre volte poetici, si fa leggere come un romanzo ed è in realtà un copione, dove si tiene assieme il resoconto di ciò che già è accaduto tra quelle mura e ciò che ancora deve accadere. “A volte sai che le opere ci sono perché lo hai letto sul Foglio, talvolta ti aspettano, altre volte non le riconosci”. Perciò la mostra è innanzitutto uno stato mentale. Esiste, o non esiste? “Questo aspetto un po’ perverso mi diverte molto: diventa una specie di caccia al tesoro”. Così Trevisani, racconta, non poteva immaginare che le persone cominciassero a bussare alle porte delle camere, “con gli ospiti che arrivano dal manager a volte inviperiti altre divertiti”. E sentenzia: “Volevo fare qualcosa che sapesse di Raymond Roussel, non una mostra su Raymond Roussel”. Tornando al quale – scopriamo – aveva tentato senza successo il suicidio qualche settimana prima; e tuttavia non basterebbe questo a giustificare il fatto che, come riporta ancora una volta Sciascia, si erano affrettati a chiudere il caso con singolare sollecitudine, archiviato praticamente in mezza giornata o giù di lì. “E senza autopsia”.

Ma va detto, l’hotel stesso è il grande protagonista come ci si rende conto sfogliando il catalogo della mostra, più che un catalogo un’estensione della stessa, un libro intitolato Via Roma 398, “l’indirizzo del Delle Palme, è come se avessimo interrogato l’edificio”. E quale miniera di storie! Tanto per solleticare la curiosità del lettore, basti dire che di qui passarono Lucky Luciano con la giovane amante Virginia Massa, Richard Wagner vi soggiornò con folta famiglia al seguito mentre portava a termine il Parsifal, Francis Ford Coppola si fece recapitare qui, dall’America, il suo letto a conforto della lunga permanenza mentre si trovava in città per Il Padrino,Guy de Maupassant vi scrisse il primo capitolo del suo Viaggio in Sicilia. Aneddoti rintracciabili sfrugugliando ancora il Foglio di sala, ma ce n’è uno che Trevisani ha omesso. Quello del barone Giuseppe Di Stefano, storia di mafia, che narra di un uomo ricco, ma senza blasone, feudatario di Castelvetrano, condannato per aver ammazzato a calci un ragazzino che rubava le mandorle dal suo terreno. Infondo, era l’escamotageper sfuggire alla mano violenta del clan. “Venne messo agli arresti domiciliari e affittò una larga ala dell’hotel, oggi dismessa e interdetta, dove passò gli ultimi 50 anni della sua vita. Melomane fanatico, lasciava una volta l’anno la prigione dorata, scortato, per andare al Teatro Massimo. Quando morì, indossò una maschera di cuoio, così da non dare mai la soddisfazione ai nemici di vedere la sua faccia”. 

Titolo mostra:
Raymond
Sede:
Grand Hotel et des Palmes
Indirizzo:
via Roma 398, Palermo
Date di apertura:
11 maggio – novembre 2018
Curatori:
Luca Trevisani, con Olaf Nicolai
Premi:
Progetto vincitore del bando Italian Council 2017

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