La natura al centro del progetto: urbanatura

Unendo le forze con orticoltori, paesaggisti, biologi e ingegneri del clima, gli architetti stanno coltivando una nuova natura urbana.

Urbanatura

Questo articolo è stato pubblicato in origine su Domus 1037, luglio 2019

Nel 1980, a Richmond, in Virginia (USA), l’architetto James Wines ha preservato una fascia boschiva urbana e creato un’indimenticabile fronte, tutto in un’unica mossa: ha separato cioè la facciata dal resto dell’edificio e lasciato che gli alberi occupassero lo spazio intermedio. Negli ultimi 15 anni, l’architetto tedesco Ferdinand Ludwig ha incrociato ingegneria e botanica per testare le capacità di “costruzioni vegetali viventi”: la struttura portante è costituita da alberi collegati.

Le piante non sono l’unica cosa che accomuna questi lavori: facendo della natura il perno del concetto progettuale, entrambi creano una “realtà ibrida,” un punto d’incontro tra natura e architettura. La vita in città presenta troppi vantaggi perché la maggior parte di noi vi possa rinunciare facendo ritorno alla natura. Ma una cosa esclude l’altra? E ha senso contrapporle?

Potremmo non essere in grado di ricreare una vera foresta in città, ma questo non significa che la città e la natura siano incompatibili. Esistono modi per mettere insieme ambiente naturale, architettura e tecnologia in maniera tale che possano coesistere e cooperare, e l’opera è già in corso. Unendo le forze con orticoltori, paesaggisti, biologi e ingegneri del clima, gli architetti cercano di ‘intessere’ la natura “nella sostanza stessa degli edifici” (come disse una volta Peter Cook). Stanno coltivando una nuova natura urbana, o urbanatura.

Per quanto impareggiabile, il progetto di Wines non è il primo esempio di ‘urbanatura’ contemporaneo. Sondiversi gli esempi notevoli degli anni Settanta, tra cui il complesso residenziale a Madrid progettato da Fernando Higueras e Antonio Miró per la Military Housing Foundation (1975); Les Étoiles d’Ivry, di Jean Renaudie e Renée Gailhouste, un grande complesso a uso misto nei sobborghi parigini d’Ivry (1970-1975), e l’edificio della Planeta (in origine Banca Catalana), di Josep Maria Fargas ed Enric Tous a Barcellona (1978).

Nel Military Housing, la vegetazione inserita in tutto l’edificio compensa la scarsa presenza di alberi in strada e c’immerge nell’abbondanza sensoriale dell’architettura di Higueras. Svolta radicale in tema di pianificazione urbana ed edilizia sociale, Les Étoiles d’Ivry riflettono la visione ‘biologica’ di Renaudie della città, considerata un organismo complesso e vivente. A una scala più privata, i terrazzi-giardino con la vegetazione che scende per le balaustre in cemento mescolano atmosfera urbana e rurale. L’esperienza diretta della natura, indipendentemente dall’ambiente in cui si vive, si fonde con l’opportunità di entrare in relazione con il vicinato.

Il progetto di Fargas e Tous non è, invece, altro che il primo giardino verticale di Barcellona (e, apparentemente, d’Europa). Ciascuno dei nove piani dell’edificio è circondato da una doppia cintura di fioriere per una lunghezza totale di 3,8 km. I biologi Jordi Aguilà e Xavier Martínez hanno sviluppato un pionieristico sistema idroponico per alimentare questo giardino pensile, mentre il paesaggista Everest Munné ha selezionato le essenze più adatte a creare un recinto verde sempre in stato vegetativo anche in diversi periodi dell’anno.  

In un esempio recente, e particolarmente poetico, di urbanatura, l’architetto Takashi Fujino (Ikimono Architects) ha collocato casa, ufficio e giardino sotto un tetto trasparente alto 8 m. La struttura in cemento con ampie aperture vetrate offre “la giusta quantità di comfort fisico, ma è estremamente generosa nel  modo in cui coinvolge tutti i sensi”, sostiene Fujino. Collegata visivamente sia alla strada sia al cielo, ha un pavimento di terra e un’altezza sufficiente per fare crescere gli alberi e permettere loro di fare ombra ai coabitanti umani. Le piante plasmano il design di Fujino e diventano fonte di benefici psicologici. Per quanto la dimensione del progetto sia modesta, esso indica molti aspetti dell’urbanatura.  

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Les Étoiles d’Ivry, progetto di Jean Renaudie e Renée Gailhoustet (1970-1975). Foto Enrique Díaz/Alamy Foto Stock

Quali sono i luoghi alternativi per la natura in centri urbani densamente edificati?
Una soluzione ben nota è il “bosco verticale”, come nel progetto di Stefano Boeri Architetti a Milano, dove due torri residenziali forniscono l’equivalente di una superficie boschiva di due ettari su un’area di 1.500 m2. Nel frattempo, a New York, un terminal dei tram abbandonato è stato scelto come futura sede del primo parco sotterraneo del mondo, la Lowline. Al centro del progetto, c’è un sofisticato sistema ottico sviluppato da James Ramsey (Raad Studio). Il sistema raccoglie la luce naturale e la convoglia nel sottosuolo poiché nessuna illuminazione elettrica sarebbe sufficiente per fare crescere il parco.

Allo stesso modo, la Lowline apre un campo completamente nuovo nell’orticoltura. Per definire una tavolozza vegetale che possa sopravvivere sottoterra, gli specialisti di Mathews Nielsen, John Mini Distinctive Landscapes e Brooklyn Botanical Garden hanno dovuto prendere in considerazione diversi parametri e modellare una topografia complessa per piante che richiedono diversi livelli di luce. Testato con successo in condizioni analoghe, il progetto è attualmente in fase di pianificazione. Intanto, afferma Ramsey, la tecnologia è stata installata anche in Corea del Sud, e alcune città del Regno Unito e del Brasile hanno richiesto progetti di massima per siti simili.

Gli edifici possono essere propizi alla crescita?
Epoche diverse hanno posto richieste diverse all’architettura. In un mondo in cui i due terzi della popolazione vivranno presto in città, la richiesta è quella di fornire le condizioni per accogliere la vita – non solo per le persone ma, secondo Frédéric Chartier, direttore di Char- tierDalix Architects, “per gli esseri viventi in generale”.

La scuola che il suo studio ha progettato a Boulogne-Billancourt, in Francia, vanta una rigogliosa foresta pensile e una facciata in cemento che non richiede manutenzione con solchi, mensole e nicchie per piante, uccelli e insetti. Lo studio sta lavorando ora a un sistema di facciata composita, con uno strato di terra e un sistema d’irrigazione inseriti tra elementi strutturali ed elementi esterni: questi ultimi presentano aperture che permettono alle piante di svilupparsi attraverso la superficie muraria.

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L’edificio La Planeta di Josep Maria Fargas ed Enric Tous a Barcellona (1978). Foto Enrique Díaz/Alamy Foto Stock

Quali forme architettoniche funzionano meglio per l’agricoltura urbana su scala industriale?
Lo studio SOA architectes di Parigi cerca la risposta all’intersezione d’interessi architettonici, sociali, economici, culturali, ambientali e alimentari e afferma che può promuovere l’agricoltura facendola passare da “vittima dell’espansione urbana” a “una delle componenti strutturali della città”. Le proposte concettuali includevano una piantagione sospesa, infilata in uno spazio di risulta che funge da ibrido tra laboratorio di ricerca, illuminazione stradale e arte pubblica; o una struttura tensegrity, compatta e abbastanza originale da diventare un nuovo punto di riferimento in un centro-città.

La società svedese Plantagon ha collaborato con gli architetti di Sweco per creare esempi di design per il suo sistema brevettato di coltivazione alimentare idroponica. Il loro primo edificio a Linköping inserirà una fattoria verticale all’interno di una facciata a doppio involucro e l’avvolgerà attorno a una torre per uffici, mentre lo studio francese XTU Architects suggerisce di utilizzare le facciate urbane come fotobioreattori per coltivare una delle materie prime più preziose al mondo, le microalghe.

Un consorzio di laboratori e produttori creato da XTU ha sviluppato un sistema di facciata ultrasottile, che farà crescere le microalghe al 30% del costo normale e fungerà anche da involucro di termoregolazione riducendo le spese energetiche dell’edificio. La prima biofacciata è in corso d’installazione su una residenza per studenti e ricercatori, attualmente in costruzione a Parigi.

Natura potenziata, clima ingegnerizzato...
Desideroso d’incorporare questa capacità in un ambiente costruito, Klaus Loenhart (Terrain) ha iniziato a sperimentare “un’architettura del clima” basata sulle piante. Il risultato è stato presentato all’Expo di Milano 2015. Progettato da un team multidisciplinare, il Padiglione austriaco ospitava un bosco in cui i processi naturali venivano potenziati da dispositivi capaci di generare nebbia artificiale in modo che la temperatura interna fosse considerevolmente più bassa, mentre la produzione di ossigeno eguagliava quella di una superficie boschiva di tre ettari.

Un principio simile è stato successivamente applicato alla sede di 12.000 m2 della società eco-sensibile Grüne Erde. Qui, 13 cortili con comunità vegetali accuratamente studiate, oltre a poche macchine nebulizzanti, rendono i convenzionali impianti di riscaldamento, ventilazione e condizionamento d’aria completamente superflui. Le assenze per malattia in azienda sono diminuite del 40%. Inoltre, questo spazio produttivo, showroom e ufficio genera più energia di quanta ne consumi. C’è una cosa, tuttavia, che Loehnart enfatizza più del feedback positivo. Quando il rendimento vegetale è applicato all’architettura, non abbiamo più a che fare con pura natura o pura cultura, ma con qualcos’altro che ne trascende la dualità.

Loehnart è convinto che abbiamo bisogno di questi luoghi “perché aprono le porte a nuovi concetti di sostenibilità, ma ci spostano oltre le categorie stabilite nel pensare noi stessi, la società e l’altro”. È scientificamente provato: il contatto con la natura porta vantaggi alla salute fisica e psicologica e potenzia il pensiero creativo. Sappiamo anche che, favorendo la diversità e l’interazione, le città catalizzano nuove idee, prodotti e valori. Questo può sembrare un accumulo di truismi, ma mettiamoli effettivamente insieme: quanto fertile per la creatività e l’innovazione può diventare la città se diamo libero sfogo alla nostra immaginazione e al pensiero sistemico e riusciamo (ancora, citando Peter Cook) ad avvicinare “il vegetale all’artificiale e il fertile all’urbano”? Questa volta, per davvero.

Anna Yudina, giornalista e curatrice, è autrice di numerosi libri, tra cui Garden City (Thames&Hudson, 2017). I suoi interessi si collocano al confine tra design, scienza, tecnologia e arte.

Immagine di apertura: Il tetto-giardino del complesso scolastico progettato da ChartierDalix a Boulogne-Billancourt (2014). Foto Takuji Shimmura

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