di Giuseppe Raimondi

Gio Ponti. L'arte si innamora dell'industria, a cura di Ugo La Pietra, saggi introduttivi di Enzo Frateili, Agnoldomenico Pica, Vittoriano Viganò, Coliseum, Milano 1988 (pp. 406, s.i.p.)

Quante cose ha fatto Gio Ponti nel suo lungo arco di vita dedicato al progetto. Penso sia questo aspetto della attività multiforme di Gio Ponti che colpisce immediatamente il lettore del libro curato da Ugo La Pietra, che ha selezionato in questo volume opere e testimonianze su un personaggio contraddittoriamente di successo e ignoto.

Nato nel 1891, dopo una prima esperienza pittorica che segnerà la sua vita e i suoi interessi, Ponti si laurea in architettura al Politecnico di Milano nel 1921 e da allora sino alla sua scomparsa nel 1979 continuerà a progettare. Progetti di oggetti, ma anche progetti di vita che percorrono e si intersecano con le grandi trasformazioni economiche politiche e sociali dell'Italia: vasi, argenti, posate, tessuti, mobili, navi, treni, grattacieli, manifestazioni e altre cose ancora.

E in tutto questo ampio campo merceologico e tipologico ha per di più scritto, ha propugnato delle tesi, ha elargito sicurezze che sembravano inscalfibili, vivendo due guerre mondiali, il fascismo, la ricostruzione. Ha scritto commentando il suo lavoro, comunicando di volta in volta i suoi entusiasmi, ma anche come attento osservatore del mondo, da quel particolare osservatorio da lui costruito in tanti anni, quale è stata dal 1928 la rivista Domus da lui fondata e diretta sino alla morte con una sola interruzione di sette anni dal 1941 al 1947. Di questo osservatorio è stato però un padrone di casa gentile e ospitale, come si può rilevare sfogliando le annate di Domus, curioso e aperto nei confronti di quanto lui stesso pubblicava, scegliendo (o meglio facendosi scegliere con piacevolezza e connivenza) nel mazzo delle attività espressive. Più simile quindi a un poliglotta che coniuga in tante lingue la parola progetto, allo sperimentatore che ha ancora il fascino per un ignoto che lo sorprenderà, che non al critico militante o al vero teorico.

Scrive nel libro Vittoriano Viganò: "V'è sullo sfondo del suo orizzonte una insopprimibile dualità: da un lato – in pieno contrasto con altri uomini e altre strutture della sua stagione – il richiamo che sentì vivissimo per il progresso, il divenire, la cultura del Movimento Moderno come progresso, come scienza o come metodologia e come richiamo internazionale; dall'altro il sostanziale, intimo bisogno di non accantonare mai, anzi, di rivivere sempre quel mondo di gratificazione che lo ha avvolto dal suo primo affacciarsi all'arte, dall'area del disegno e della decorazione, cogliendo dai materiali formali e da orizzonti sostanzialmente figurativi e illustrativi, quei termini che hanno costituito ad un contempo la sua vocazione e il suo destino". Fatto sta che, se volessimo osare, di questi tempi, un'ipotesi di collocazione pontiana, il meno che può accadere è che Ponti si trovi ad essere letto in un contempo come il più impegnato fra i diffusori del Movimento Moderno e, parimenti, forse come il primo esemplare del post-moderno nazionale o internazionale. Abile organizzatore e catalizzatore di energie Gio Ponti ha dato un contributo fondamentale allo sviluppo del design italiano, sia attraverso le riviste Domus, Stile sia con le Triennali, i vari Eurodomus ("mostre pilota" della casa moderna che nelle loro quattro edizioni misero in contatto il consumatore con l'operatore differenziandosi dal Salone del Mobile rivolto invece agli addetti ai lavori e ai negozianti di settore) e la fondazione dell'A.D.I.

Da qui giustamente il sottotitolo del libro che Ugo La Pietra trae da uno scritto di Ponti del 1933. Nella descrizione di questo innamoramento, che come spesso avviene in tutti gli innamoramenti ove è chiaro che il corteggiato può anche non aver un seguito, Ponti auspica un lieto fine ove "l'artista non è chiamato dall'industria ad una mera fatica di interpretazione di idee altrui, o a dare suggerimenti occasionali o parziali, egli deve essere investito di una autorità e di una responsabilità direttiva dal principio stesso di una produzione e nella condotta di essa". Con un beneficio evidente al di fuori di ogni metafora: "V'è la necessità fatale, per chi vuol vivere ed operare, di adeguarsi alla evoluzione, percorsa, indicata e segnalata dagli artisti: le suggestioni del gusto sono occasione di lavoro e forzano il giro di denaro, e questi imponderabili fattori economici che sono il gusto e la fantasia la vincono sul prezzo e sulla praticità medesima. Essi sono una esigenza del consumatore che sarà mortale, per molte industrie, l'aver trascurato". E ancora: "L'intervento dell'artista rende tipica e caratteristica una produzione: essa diventa così una produzione d'autore, crea una autenticità. Ciò suscita un valore commerciale che supera la mera concorrenza economica (tutta a sfavore economico di chi per lavorare deve soltanto farsi pagare meno). Il valore e il vantaggio economico derivanti dalla suggestione imperiosa della evoluzione del gusto sono ancora poco sentiti da noi. I francesi, sperimentati creatori di mode in tutti i campi, lo sanno e ne traggono benefici commerciali immensi. La fortuna di produzioni tedesche, austriache, svedesi, cecoslovacche, è nel privilegio della loro costante modernità, della loro autenticità di invenzione, per nulla contrastata sul nostro mercato per nostra pigrizia". La chiarezza e la lucidità di questo discorso rendono troppo riduttivo lo schematismo con cui Bruno Zevi nella sua Storia dell'architettura moderna parlando di Ponti lo contrappone al gruppo di razionalisti Figini e Pollini, BBPR, Albini e Gardella che "nella loro opera nel campo dell'architettura interna si oppongono al lezioso indirizzo neodecorativo di Ponti, cui bisogna però riconoscere il merito di aver suscitato un notevole interesse per l'arredamento moderno anche se nell'ambito di una cultura salottiera e decadente".

Vale piuttosto la descrizione di Giorgio Ciucci che nell'ambito delle distinzioni necessarie da farsi sul Novecento (da notare che differenze profonde esistono confrontando fra loro il 'Novecento' di Margherita Sarfatti e il '900' di Massimo Bontempelli, fra un movimento pittorico che rivendicava un'arte italiana – e la Sarfatti chiese l'avallo autorevole, che non venne, di Mussolini, in occasione della prima esposizione del Novecento italiano che si inaugurò nel Palazzo della Permanente di Milano il 14 febbraio 1926 – e una posizione francamente europea, come quella di Bontempelli, che nell'autunno del 1926 uscì a Roma con il suo primo numero della rivista 900 in francese) scrive: "Anche l'azione di Gio Ponti contribuì a creare l'ideologia del Novecento, rendendo stile ogni ricerca formale col fine di legare linguaggio formale e funzionalità sociale, e cioè definire una forma che avesse una precisa destinazione sociale". (Giorgio Ciucci: Il dibattito sull'architettura e le città fasciste, in Storia dell'arte italiana, Einaudi).

Da qui il grande interesse di Gio Ponti per l'artigianato, per la decorazione, per l'arredamento con soluzioni inventive che se anche non hanno fatto scuola (solo Joe Colombo da Ponti molto amato, nella sua breve vita riprenderà questo solco portandolo talvolta alla esasperazione del gadget) sono state sparse a manciate nelle sue architetture (dai mobili luminosi ai pannelli attrezzati, dai camini a scomparsa alle finestre arredate). Dei suoi tanti oggetti per l'industria, delle sue innumerevoli sedie e poltrone pressoché nulla resta sul mercato, quasi a smentire le sue profetizzazioni se lo si vuol paragonare a quanto hanno fatto prima e durante la sua attività altri grandi del design, e sarebbe anche interessante indagare il ruolo e il dialogo intercorso tra Ponti e il suo socio di studio Rosselli su questo argomento. Resta invece valida di Gio Ponti (e Ugo La Pietra lo professa nelle sue mostre "Abitare il tempo"), non solo per il ghiotto mercato dell'antiquariato moderno ma anche per molti giovani, l'indicazione della possibilità di accesso a un campo borderline con il mondo dell'arte, ove vi saranno alcuni designer che faranno oggetti d'arte venduti come tali o artisti che faranno opere d'arte funzionali. Sono progetti che recuperano molto dell'artigianato ancora esistente in Italia, operando per lo più su piccoli oggetti, riesplorano il campo così carico di storia della decorazione e la Transavanguardia con i rinnovati interessi per la figurazione e il corpo umano ci riaccosta di nuovo a Ponti. Mai come negli anni Ottanta molti linguaggi vedranno la luce nei complementi d'arredo, nei vetri, nelle ceramiche. A tutto ciò la grande industria sarà molto attenta, pronta ad assorbire l'assorbibile, come da un proprio laboratorio di ricerche e a questo forse quei grandi padri del design a differenza di Ponti non pensavano, con il loro "stile design".

Giuseppe Raimondi Architetto

Pubblicata su Domus n° 702, Febbraio 1989