di Giampiero Bosoni

La valigia senza manico Arte, design e karaoke Enzo Mari Conversazione con Francesca Alfano Miglietti Bollati Boringhieri, Torino 2004 (pp. 124, € 14,00)

A circa tre anni di distanza dal libro Progetto e Passione Enzo Mari ha dato alle stampe, sempre per i tipi Bollati Boringhieri, un nuovo saggio intitolato La valigia senza manico, Arte, design e karaoke. Le due pubblicazioni sono molto simili come dimensioni e contenuti, ma mentre il primo si presentava come un testo condensato di filosofia e metodologia del progetto con una forte propensione didattica, il secondo si presenta nella veste discorsiva di una conversazione a due (interlocutrice Francesca Alfano Miglietti), e gli argomenti si svolgono con apparente casualità nel ritmo piacevole e fluido dell’intervista. Si direbbe quasi che questo volumetto arrivi giusto per prestarsi come facile strumento di lettura al fine di apprezzare meglio i contenuti, a volte un po’ troppo condensati e quindi ostici (soprattutto per molti giovani), esposti nel primo volume.

Ma d’altra parte si sa che Mari non cerca il facile consenso, per cui si spiega una certa assolutezza dei concetti, tuttavia se si vuole fare un’opera con principi anche divulgativi è giusto trovare un’adeguata soluzione di linguaggio e di comunicazione. In tal senso risulta efficace la formula dell’intervista come strumento di riflessione critica (oggi molto di moda nel campo dell’arte contemporanea), una tecnica di dialogo socratico già adottata mirabilmente da Enzo Mari con l’indimenticabile poeta-critico, e in quel caso abile conversatore, Renato Pedio. Ricordiamo la “conversazione con Mari” in Enzo Mari, Modelli del Reale (Milano, 1988) e il dialogo virtuale ricostruito da Pedio in “prologo ai pensieri” in Enzo Mari designer (Bari, 1980).

Saranno stati gli anni e le pulsioni culturali che ancora si covavano, ma l’intensità e la sottigliezza di quelle argomentazioni filosofiche rimangono ineguagliabili. Enzo Mari dal 1970, quando ha iniziato a scrivere il suo primo importante testo sui temi del design (Funzione della ricerca estetica, Edizioni Comunità), porta avanti con una metodicità e una pazienza certosina (il riferimento al frate amanuense del convento non è causale) le sue riflessioni sul valore della Forma, sul senso del Progetto, sul ruolo del “Progetto nel reale” e sull’Utopia. Da quella data molta acqua è passata sotto i ponti e se molte cose sono notevolmente cambiate, Enzo Mari non ha perso la sua bussola, ma certo la sua ‘contrattazione’ con il reale è stata alquanto messa alla prova.

È interessante quindi leggere questo suo tipico monologo, ricostruito in forma d’intervista, per conoscere qual è lo “stato dell’arte” (nel senso generale e pure specifico del termine) dal punto di vista di Enzo Mari. Già la citazione nel sottotitolo del karaoke è un segnale dell’aggiornamento al quale Mari è costretto a sottoporsi, e sul quale è portato a riflettere come metafora del ‘sembrare’ nella realtà contemporanea. Mari ci mette di fronte al fatto che viviamo in una società globalizzata dove la cultura vincente e dominante (sia nel design, come nell’architettura e così anche in molti aspetti dell’arte contemporanea) è quella del karaoke: una sottocultura che dà a tutti la possibilità di ‘cantare’, sia pure maldestramente e senza alcuna preparazione, un tema famoso di riferimento.

Come spiega Mari questo può essere patetico o anche commovente finché si tratta di occasionali e brevi esibizioni, ma la società postmoderna e globale moltiplica tutto all’infinito: “Quello che trovo intollerabile – dice Mari – è che un grattacielo (centomila grattacieli) sia espressione di un karaoke di sedicenti architetti che possono manifestare la loro ossessiva ignoranza e tracotanza per molte decine di migliaia di giorni…”. Ma questo libro di Mari è ricco di altre provocatorie e stimolanti osservazioni: “la qualità è un concetto relativo” a cui segue una curiosa e brillante dimostrazione; “la pittura astratta non esiste”; “un progetto è buono se induce la gente a cambiare i propri comportamenti”; “il design è la forma più alta dell’artigianato”; “salvo alcuni casi eccezionali, tutta la produzione industriale è kitsch”; “l’orizzonte del design è quello dell’arte”; “gli archetipi sono dell’arte, e il paradigma della scienza ne è l’archetipo”; “la conoscenza è una questione di passione”; “l’archetipo complessivo dell’arte: la memoria degli dei nella tensione utopizzante del futuro”; “la poesia è una protesi come la selce scheggiata”; “il linguaggio della società al quale appartengo è quello del kitsch, sia pure limitatamente ai beni di consumo… L’unica cosa che posso fare è ‘contrattare’”; “il concetto di libertà fuori da un concetto di ordine è caos”.

Mari è senza dubbio uno dei più importanti progettisti viventi e pur tuttavia molti suoi colleghi non sopportano i suoi continui contributi teorici e culturali intorno ai principi e i valori del progetto. Ma la grandezza di Mari è data proprio dalla sua ricerca sul senso delle ‘cose’, che gli ha permesso di offrirci alcuni frammenti di utopia cristallizzata. In questo libro si sente comunque che Mari è forte e stanco allo stesso tempo: forte di una esperienza che gli permette di dare un senso più riflessivo e compiuto alle sue ricerche, ma anche stanco di essere il cantore di un’utopia che sembra appartenere, come lui dice, ad altri tempi. “Ecco, – scrive Mari – a volte mi sembra di appartenere a una generazione di pionieri, e a tutt’oggi, per fortuna o per disgrazia, sono ancora vivo e mi rendo conto di parlare di cose che non appartengono più a questo tipo di realtà… È come se parlassi di quell’epopea che nel mondo reale, al di là dell’etica e dell’utopia, e di chi ha ragione e di chi no, non esiste più ed è del tutto incomprensibile”.

A proposito di generazioni di pionieri non si può mancare di notare quale impressionante somiglianza si possa riscontrare tra i pensieri di Enzo Mari e quelli espressi quasi cento anni fa, 1908, da un altro grande pioniere fustigatore dei karaoke del proprio tempo, Adolf Loos, nel suo celebre pamphlet Ornamento e delitto. Infine per chi fosse curioso di conoscere il significato del titolo del libro rimandiamo i lettori alla sua gustosa scoperta nel breve testo posto a premessa del libro dallo stesso Mari.

Giampiero Bosoni Architetto, docente di Storia del design e di progettazione al Politecnico di Milano