“Le statistiche dei musei pubblicate dai giornali sono interessanti. E ci confortano sul nostro virtuosismo. Però continuo a credere che la valutazione di un museo come la Pinacoteca di Brera vada fatta con criteri diversi dal numero dei visitatori, il profitto dei biglietti e l’indotto economico. Del resto, in ogni grande città ci sono ospedali e scuole d’eccellenza, ma nessuno li definirebbe tali per il loro conto economico o il ROI, Return of investment, perché la loro mission non è decisamente finanziaria, ma piuttosto curare i pazienti o creare nuove borse di studio”. Se il gilet di James Bradburne ricorda quelli che Fortunato Depero aveva disegnato per i Futuristi che volevano abolire il chiaro di luna, la vista dal suo studio invita a cercarla, incastonata fra i tetti del palazzo di Brera, dove l’ordine delle cose è quello di una personalità eclettica e globale. Architetto, designer, curatore e critico, nato in Canada, studi in Inghilterra, alla guida d’istituzioni in Germania, Olanda, Regno Unito, Italia: Bradburne è uno dei 20 direttori di musei che nel 2014 vinsero il concorso voluto dall’allora ministro Dario Franceschini. Una decisione che, per una certa intellighenzia, rappresentò una vera rivoluzione – e forse anche un’onta nazionale – non solo perché riscriveva le regole degli ingaggi, il ruolo delle Sovrintendenze e l’idea di autonomia museale, ma soprattutto perché portava ai vertici delle massime istituzioni culturali nazionali 10 uomini e 10 donne – sette stranieri, gli altri italiani – che forse nessuno si aspettava. Perlomeno in certi ambienti, quelli che si riconoscevano in un’idea ‘diversa’ di conservazione museale, che trovava in Salvatore Settis e Tomaso Montanari i propri simboli. E campioni polemici. “Personalmente sono d’accordo su molte cose di cui parlano Settis e Montanari, ma non sulla loro rappresentazione catastrofica della realtà museale dopo la riforma Franceschini. Il loro è un ordine del giorno ideologico e politico, mentre io credo che debba prevalere l’aspetto critico. Non escludo che alcuni dei musei italiani si occupino di marketing e comunicazione. A Brera, invece, abbiamo puntato sul coinvolgimento del pubblico e sul successo scientifico, rifiutando mostre temporanee in grado di fare grossi numeri, abolendo il marketing, facendo il primo allestimento di tutte le collezioni permanenti dopo 40 anni e, soprattutto, rimettendo Brera al centro della città, collegandola al mondo della moda, del design e della musica, non sulla scia dei musei anglosassoni, ma in quanto consustanziali alla natura di Milano, la città di cui Brera è uno dei simboli, parte integrante della sua identità”. Visione è la parola chiave che Bradburne ripete, mentre la sua segretaria serve un caffè in un bel bicchiere di plastica arancione. “Purtroppo, non ho mai incontrato Franco Russoli per motivi generazionali e geografici, ma sono molto in sintonia con lui. Quello che sto facendo, assieme a una squadra di eccezione – che va da architetti a docenti fino alla mia segreteria –, professionisti straordinari che ribaltano tutti gli stereotipi della burocrazia culturale italiana, è creare le condizioni perché i milanesi siano i primi frequentatori di questi capolavori che, se sono tali, devono essere ammirati non in cinque minuti, ma per tutto il tempo necessario a trasformare chi li guarda. Se a Palazzo Strozzi avevo fatto scrivere le didascalie delle opere a poeti, artisti, scienziati e perfino ai ragazzi, e avevo messo in scena soluzioni per attirare l’attenzione, qui abbiamo ripristinato l’aura e la forza dei capolavori, per innescare la riflessione e incoraggiare la discussione pubblica, creando un circolo virtuoso che faccia parte del quotidiano dei cittadini. Del resto, quella del museo vivente è un’idea di Fernanda Wittgens che, proprio come Franco Russoli, credeva che l’arte facesse parte della missione di un museo di essere contemporaneo. A Brera non si va quindi per cercare la verità assoluta, ma per un aggiornamento, dove Caravaggio è contemporaneo tanto quanto Kiefer. E qui vedo un altro punto di distacco da Settis e Montanari: occorre essere conservatori, non conservativi. Occorre tutelare le opere – non si possono creare nuove esperienze con l’arte se la conservazione non è la priorità – ma bisogna anche aspettarsi di più dai nostri musei che devono interloquire non con clienti, ma con visitatori considerati ospiti benvenuti, da trattare come soggetti attivi, informati, impegnati e intelligenti, e non come contenitori vuoti da riempire con nozioni specialistiche”. A pochi mesi dalla fine del mandato – “ci sarebbe ancora molto da fare anche dopo il 30 settembre, ma nella vita, soprattutto italiana, mai dare le cose per scontate” – Bradburne rivendica la validità della riforma Franceschini. “Ha dato a Brera alcuni strumenti per ritornare all’apice dei decenni del Dopoguerra. Si è trattato quindi di un ritorno al futuro, la possibilità di radicare Brera nel solco della tradizione visionaria e attivista voluta dai suoi tre grandi ispiratori del Novecento: Ettore Modigliani, Fernanda Wittgens e Franco Russoli. Personalità che sono state ben più di tre grandi storici dell’arte, veri visionari, direttori capaci d’imprimere a questo luogo le stigmate di laboratorio d’immaginazione per la contemporaneità nel rispetto della tutela del passato. Insomma, il cuore, insieme alla Scala, di una delle città più importanti del mondo”. James M. Bradburne architetto, designer e museologo anglo-canadese, si è laureato all’AA di Londra e ha conseguito il dottorato in Museologia all’Università di Amsterdam. Già direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi (2006-2015), attualmente è direttore generale della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Nazionale Braidense.