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Cosa succede se A24 vuole fare il cinema d’autore con l’AI

La casa di produzione dietro Everything Everywhere All at Once, Hereditary, The Lighthouse e il recente Backrooms collaborerà con Google allo sviluppo di strumenti di intelligenza artificiale per il cinema. L'annuncio ha riaperto il dibattito sul ruolo dell'AI nel processo creativo.

Fino a oggi A24 è stata il simbolo del cinema d'autore americano contemporaneo. In poco più di un decennio, la casa di produzione indipendente ha costruito un'identità riconoscibile attraverso film come Hereditary, The Lighthouse, Everything Everywhere All at Once e, più recentemente, Backrooms, diventando per molti spettatori l'alternativa più credibile alle logiche delle grandi major hollywoodiane. Per questo l'annuncio di una partnership pluriennale con Google, che investirà 75 milioni di dollari nello sviluppo di strumenti di intelligenza artificiale per la produzione cinematografica e televisiva, ha acceso un dibattito che va ben oltre una semplice collaborazione tecnologica.

Everything Everywhere All at Once (2022), vincitore di sette premi Oscar, ha consacrato A24 come uno degli studi più influenti del cinema indipendente contemporaneo

Le prime reazioni sono arrivate online. “Ripugnante. A24 faceva solo film di qualità ben scritti. Poi hanno iniziato a fare praticamente tutto. E ora questo? Fottiti A24”. Poche righe, pubblicate sul forum Reddit dedicato all'industria cinematografica di Los Angeles, sono bastate per trasformare l'annuncio in uno sfogo collettivo di fan, professionisti del settore e semplici appassionati. Le reazioni oscillano tra la delusione e la rabbia. “L'AI ruba semplicemente tutti i lavori e manca di originalità”, scrive un utente. Un altro è ancora più netto: “Terribile. Non guarderò mai più un film della A24 in tutta la mia vita”. Qualcuno invita alla prudenza, ricordando che non sono ancora stati resi noti i dettagli operativi dell'accordo, ma il sentimento prevalente è quello di un tradimento percepito. Per molti, infatti, la questione non riguarda soltanto l'adozione dell'intelligenza artificiale, ma il timore che proprio la casa di produzione diventata il simbolo di un certo cinema indipendente finisca per legittimare una trasformazione destinata a cambiare l'intera industria.

Lo studio che ha prodotto opere come The Lighthouse si trova ora al centro di una delle questioni più controverse del contemporaneo: fino a che punto la tecnologia può entrare nel processo creativo senza snaturarlo?

L'accordo rappresenta uno dei più importanti investimenti nel rapporto tra Big Tech e industria audiovisiva indipendente. Secondo le informazioni diffuse finora, Google investirà 75 milioni di dollari nello sviluppo di tecnologie basate sul machine learning in grado di intervenire lungo l'intera filiera produttiva: dall'analisi delle sceneggiature al supporto per editing e color grading, fino all'accelerazione degli effetti visivi, alla gestione della motion capture e alla personalizzazione delle campagne di marketing attraverso l'analisi dei dati del pubblico.

Robert Pattinson e Willem Dafoe in una scena di The Lighthouse di Robert Eggers (2019), distribuito da A24

Per Google si tratta di un ulteriore passo nella corsa all'intelligenza artificiale generativa. Per A24, invece, l'operazione apre una fase completamente nuova della propria storia. Lo studio che ha prodotto opere come Hereditary di Ari Aster, The Lighthouse di Robert Eggers ed Everything Everywhere All at Once di Daniel Kwan e Daniel Scheinert si trova ora al centro di una delle questioni più controverse del mondo culturale contemporaneo: fino a che punto la tecnologia può entrare nel processo creativo senza snaturarlo?

La risposta, almeno per ora, divide profondamente il pubblico. Da una parte c'è chi vede nell'intelligenza artificiale un'evoluzione inevitabile degli strumenti di produzione. Alcuni professionisti degli effetti visivi fanno notare che tecnologie basate sul machine learning vengono utilizzate da anni per automatizzare compiti tecnici come il rotoscoping o il compositing. Secondo questa visione, l'AI non sostituirebbe gli artisti ma consentirebbe loro di lavorare più velocemente e con maggiori possibilità espressive.

Peter Cushing ricreato digitalmente in Rogue One: A Star Wars Story (2016). Il caso ha anticipato molte delle questioni etiche oggi riaperte dall'intelligenza artificiale nel cinema

Dall'altra parte emerge però una critica più radicale. “La CGI ha sostituito il mezzo, non l'artista”, osserva un commentatore nella discussione online. “L'AI non è uno strumento: è un servizio esternalizzato. Usandola, ti allontani dal fare il filmmaker”. È una distinzione che ritorna spesso nel dibattito contemporaneo: mentre le innovazioni digitali del passato richiedevano comunque competenze creative e tecniche, l'intelligenza artificiale viene percepita da molti come una delega diretta del processo creativo stesso.

Per molti, la questione non riguarda soltanto l'adozione dell'intelligenza artificiale, ma il timore che proprio la casa di produzione diventata il simbolo di un certo cinema indipendente finisca per legittimare una trasformazione destinata a cambiare l'intera industria.

A rendere ancora più delicata la questione è il tema occupazionale. Numerosi utenti esprimono il timore che l'introduzione massiccia di sistemi automatizzati possa ridurre le opportunità lavorative per sceneggiatori, assistenti alla produzione, tecnici e professionisti emergenti. “Le squadre saranno sempre più danneggiate dalla perdita di ore, benefici e capacità di guadagnarsi da vivere facendo questo lavoro”, scrive un professionista del settore.

Hereditary (2018), il film horror di Ari Aster distribuito da A24

Al momento non esistono indicazioni che suggeriscano una sostituzione diretta del personale creativo da parte dell'AI. Tuttavia, la mancanza di dettagli sull'accordo alimenta dubbi e sospetti. Restano aperte anche questioni cruciali legate alla proprietà intellettuale, alla gestione dei dati e al controllo degli strumenti che verranno sviluppati congiuntamente da Google e A24.

Il vero banco di prova arriverà quando i primi progetti realizzati con queste tecnologie raggiungeranno il pubblico. Solo allora sarà possibile capire se l'intelligenza artificiale rappresenterà per A24 un nuovo strumento al servizio della creatività oppure l'inizio di una trasformazione destinata a ridefinire il ruolo stesso dell'autore nel cinema.

A24 è anche lo studio dietro Marty Supreme, il nuovo film con Timothée Chalamet diretto da Josh Safdie

Più che il destino di una singola casa di produzione, la partnership tra Google e A24 porta infatti al centro una domanda destinata a riguardare l'intera industria culturale: fino a che punto l'intelligenza artificiale può entrare nel processo creativo senza modificare l'idea stessa di autorialità?

Immagine di apertura: Backrooms, il recente horror di Kane Parsons distribuito da A24

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