Stiamo rendendo i robot sempre più umani. Ma perché?

Dai monaci buddhisti ai poliziotti di Dubai, fino agli androidi domestici di Tesla, Unitree e 1X: la robotica sembra ossessionata dalla forma umana. Ma spesso i robot più utili non hanno volto, gambe o braccia: sono scatole su ruote.

Da quando, quasi cent’anni fa, è stato proiettato per la prima volta Metropolis, il capolavoro di Fritz Lang, non riusciamo a evitare di immaginarci i robot come esseri di metallo dalla forma umanoide

Robot Monk Xian'er sviluppato da un team di monaci esperti di intelligenza artificiale del monastero Longquan di Pechino, in Cina, 2016. Courtesy Youtube

Considerando quanto la fantascienza ha modellato il mondo in cui oggi viviamo, era forse inevitabile che anche nel settore della robotica si moltiplicassero i temporanei tentativi di dare forma a veri e propri androidi: robot dotati di aspetto umano, da non confondersi con i cyborg, che sono invece esseri umani dotati di protesi elettroniche e meccaniche.

Festa di carnevale robotica

Se a ciò si aggiunge che quando pensiamo a un robot antropomorfo “utile” lo immaginiamo specializzato in compiti ben precisi, ecco che passare in rassegna i vari androidi comparsi ai quattro angoli del mondo ricorda soprattutto una festa di carnevale robotica, in cui i nostri compagni metallici si sono mascherati “da esseri umani”. E, per la precisione, da poliziotti, camerieri, infermieri, preti e molto altro.


Per qualche strana ragione, tra i più antichi robot antropomorfo effettivamente utilizzati troviamo quelli che, quasi sempre in Estremo Oriente, svolgono la funzione di prete o di monaco. A Kyoto, per esempio, è in funzione già dal 2019 il robot-prete Mindar del tempio buddhista di Kōdai-ji. 

Non immaginatevi però un androide che dall’altare recita elaborate prediche sfruttando l’intelligenza artificiale: in verità il povero Mindar è poco più di un busto robotizzato – peraltro abbastanza inquietante – che legge i testi sacri di cui è dotata la sua memoria e non può in alcun modo interagire con i fedeli.

Quello dei monaci robot è però un settore particolarmente florido. In Cina, già nel 2016, era stato presentato Xian’er, un robottino dalla forma fumettosa attivo nel tempio buddhista Longquan, alle porte di Pechino, e alto poco più di 60 centimetri. 

Unitree G1-U6, robot umanoide compatto per didattica e ricerca, 2024. Courtesy Meko

È in grado di recitare mantra e di rispondere a semplici domande sul buddhismo. In Corea del Sud c’è invece Gabi, basato sulla piattaforma G1 humanoid della cinese Unitree – probabilmente una delle società di robotica più avanzate al mondo – e che nel maggio 2026 è stato ordinato monaco durante una cerimonia buddhista di iniziazione.

Ce ne sarebbero parecchi altri, tra cui il bruttissimo robot luterano operativo in Germania, ma concentrarci troppo sui preti farebbe passare in secondo piano l’altra grande categoria di questa tecno-carnevalata: i robot poliziotti.

Poiché le case, gli uffici e i magazzini sono già stati costruiti per gli esseri umani, gli umanoidi sarebbero meglio equipaggiati per navigare il mondo rispetto a ogni altro robot

 Il primo è stato lanciato a Dubai nel 2017 con il compito di monitorare i centri commerciali e i luoghi più frequentati dai turisti. Dotato di berretto da poliziotto, volto, braccia e ruote, è in realtà soprattutto un touch screen ambulante, che può essere utilizzato per denunciare crimini, pagare multe e ottenere informazioni. In poche parole, tutte cose che potremmo fare usando lo smartphone. A Dubai, in ogni caso, hanno anche progetti più seri di robot-poliziotti, il cui aspetto è molto meno umano e soprattutto meno rassicurante.


A Kinshasa, in Congo, hanno invece per qualche incomprensibile motivo pensato di sostituire i vigili urbani in carne e ossa con una torretta di latta – dotata di occhiali da sole (?) e vagamente antropomorfa – incaricata di dirigere il traffico. Difficile capire perché non abbiano preferito installare delle videocamere di sorveglianza in un normale semaforo.

E già che stiamo parlando di forze dell’ordine, vale anche la pena soffermarsi brevemente sull’avvento – sperimentale e pieno di dubbi sulla reale utilità – dei robot soldati. Attenzione: non stiamo parlando di droni o altre armi autonome, ma di veri e propri robot killer in stile Terminator. Il caso più noto è sicuramente il Phantom Mk-1. In realtà, non è un modello così diverso da quelli classici prodotti da Unitree o da Boston Dynamics. A differenza di questi ultimi, il robot della startup Foundation è stato però esplicitamente progettato per fini di difesa e addirittura testato in Ucraina.

Grace, robot antropomorfo, iper-realistico, Hanson Robotics, 2021. Courtesy Youtube

Altra categoria in cui non mancano i robot professionisti è quella degli infermieri. Se un tempo ciò significava soprattutto mettere a disposizione degli ospedali dei bestioni come Robear – impiegati di fatto per sollevare pazienti anziani – adesso la faccenda si è fatta più complicata. 

In seguito alla pandemia è stata per esempio lanciata Grace, robot totalmente antropomorfo progettato da Hanson Robotics, da sempre specializzata in androidi dalle fattezze completamente umane. Grace ha il compito di interagire con pazienti e anziani, offrire compagnia e supporto emotivo, fornire informazioni di base e assistere il personale sanitario.

Ci sono poi i robot baristi, quelli cuoco, i receptionist e perfino il robot astronauta. Giunti a questo punto, è però doveroso fare un’osservazione: nella maggior parte dei casi, questi robot sono totalmente inutili se non come attrazione e curiosità. 


D’altra parte, per quale ragione un robot-poliziotto dovrebbe avere braccia che non può usare a nessuno scopo? Perché un androide infermiere deve avere un volto che ricorda il più possibile quello di un essere umano, con il rischio peraltro di scivolare nella uncanny valley, cioè l’inquietudine che ci generano esseri artificiali troppo simili a noi?

I robot al di là del marketing

Il sospetto, piuttosto fondato, è che tutto ciò abbia soprattutto l’obiettivo di suscitare l’interesse dei media e creare un po’ di clamore, permettendo al contempo alle istituzioni che adottano queste soluzioni di apparire innovative e rivolte al futuro. Se infatti guardiamo i robot veramente utili e largamente impiegati nel mondo, scopriamo che la forma umanoide è quasi sempre scartata: per trasportare carichi è più comodo un cassone di un paio di braccia, per comunicare a voce non c’è alcun bisogno di un volto e per spostarsi è molto più pratico avere una forma compatta e meno slanciata della nostra.


Dai robot aspirapolvere – a partire ovviamente dal Roomba – a quelli per le consegne che ogni tanto incrociamo per le strade di Cina, Giappone o Stati Uniti; dai robot tagliaerba a quelli che puliscono i corridoi dei grandi alberghi; dai carrelli autonomi che trasportano farmaci, lenzuola e campioni negli ospedali ai robot-camerieri che portano piatti e vassoi nei ristoranti; dai piccoli mezzi cingolati usati dagli artificieri per disinnescare ordigni – il più famoso è il Talon – ai robot da magazzino che spostano scaffali, pacchi e contenitori nei centri logistici: nella quasi totalità dei casi, i robot mono-funzione, cioè specializzati in un compito preciso, si muovono su ruote o cingoli, hanno la forma di un cassone, sono al limite dotati di un braccio meccanico e non hanno alcun bisogno di una forma antropomorfa, che anzi sarebbe loro d’impaccio. 

Neo Home Robot, 1X, 2026. Courtesy Home Robots

Sono quindi gli eredi dotati di maggiore autonomia, di movimento e a volte decisionale, delle vecchie lavapiatti e lavatrici: elettrodomestici che sono a tutti gli effetti i robot che più di ogni altro hanno rivoluzionato la vita quotidiana.

Ciò però vale, per l’appunto, per i robot pensati per una funzione specifica. Mano a mano che la ricerca va invece nella direzione di un assistente domestico tuttofare, sembra quasi inevitabile – almeno a giudicare dai vari prototipi emersi negli ultimi anni – che questo prenda una forma umanoide, dotata di gambe, braccia, torso e testa.

A che punto sono i robot umanoidi?

“Le aziende stanno scommettendo sulla capacità dei robot di fronteggiare una serie più ampia di compiti imitando il modo in cui le persone camminano, si piegano, raggiungono gli oggetti, li afferrano e più generalmente portano a termine le loro mansioni”, si legge sul New York Times. “Poiché le case, gli uffici e i magazzini sono già stati costruiti per gli esseri umani, gli umanoidi sarebbero meglio equipaggiati per navigare il mondo rispetto a ogni altro robot”.

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Gli esempi non mancano: Optimus di Tesla, H1 e G1 della cinese Unitree o il chiacchieratissimo Neo di 1X, azienda norvegese. Se giudicassimo dai video aziendali caricati su YouTube e su TikTok – che mostrano questi robot umanoidi muoversi agilmente per casa, stirare, afferrare una bibita dal frigorifero e portarla al proprietario, portare fuori il cane e addirittura eseguire balli coreografati – penseremmo che il futuro dei robot domestici sia già diventato realtà.

La realtà è molto diversa. Ancora oggi, la stragrande maggioranza dei sorprendenti video in cui vediamo robot compiere agilissime manovre, quando non vere e proprie acrobazie o balli coreografati, è in realtà costituita da dimostrazioni costruite in ambienti controllati, con compiti preparati in anticipo e spesso comandati da remoto da esseri umani. 

Tra il video promozionale di un robot capace di muoversi da solo in una casa vera – tra tappeti, scale, animali domestici e bambini – e ciò che realmente questi androidi sono in grado di fare, anche per questioni di sicurezza, c’è ancora una distanza enorme.


Quanto enorme? Per capirlo, basta pensare al vagheggiato Optimus, il robot di Tesla di cui – stando alle solite irrealizzabili promesse di Elon Musk – sarebbero già dovuti essere stati prodotti migliaia di esemplari. In realtà, Optimus è lontanissimo dalla fase di produzione: nell’aprile 2025 sono stati pubblicati dei video in cui lo si vede camminare in linea retta, qualcosa che era già stato fatto dal robot Wabot-1 nel 1973, ma al momento non si sa nulla di più dei suoi destini commerciali. Musk ha annunciato l’inizio della produzione entro il 2026: vedremo.

Quello di Tesla è però un caso particolare, visto che Unitree e altre società, soprattutto cinesi, sono già molto avanti e i loro robot umanoidi sono effettivamente impiegati in università o laboratori, oppure per attività di accoglienza, guide interattive, ispezioni e primi test in ambito manifatturiero. 


Anche qui, però, il salto dalla dimostrazione all’uso quotidiano resta enorme: nella maggior parte dei casi si tratta ancora di piattaforme per la ricerca, strumenti promozionali o robot impiegati in ambienti molto controllati, non di lavoratori autonomi capaci di cavarsela da soli in una fabbrica, in un ospedale o in una casa vera.

In futuro, insomma, questi robot umanoidi tuttofare potrebbero davvero rivelarsi utili e trasformare in realtà i sogni fantascientifici con cui siamo cresciuti. Fino a quel momento, però, dovremo accontentarci delle classiche – e funzionali – scatole su ruote.

Immagine di apertura: Monk ‘Gabi’. Courtesy Youtube