Archivio Digitale Domus PRO in offerta

L’arte sull’Aids in Italia non esisteva. Questa mostra la trova, casa per casa

“Vivono” ricostruisce ciò che non abbiamo saputo raccontare: un archivio emotivo e visivo nato da una ricerca porta a porta, tra frammenti, poesia e memoria rimossa.

Una mostra necessaria. Non è poco. Non lo sono quasi mai. Una ricerca enorme, alla vecchia maniera, casa per casa. Per aprire i cassetti e vedere cosa salta fuori, dopo tanto dolore: di tutto. 

Vivono. Arte e affetti, HIV-AIDS in Italia 1982-1996, curata dalla impressionante capacità di Michele Bartolino, indaga le forme espressive nascoste dell’arte (chiamiamola così) italiana nei due decenni Ottanta e Novanta. Non siamo stati apparentemente in grado di produrre arte militante, in quel periodo, come quella di Nan Goldin o David Wojnarowicz. O di Hervé Guibert a Parigi. O naturalmente Derek Jarman, a Londra (e nella casa col giardino).

Vivono. Arte e affetti, HIV-AIDS in Italia. 1982-1996. Courtesy Centro Pecci Prato

Questo si diceva di fronte all’enormità di caduti di AIDS dalle nostre parti. C’era solo il capolavoro letterario di Pier Vittorio Tondelli, Camere separate, lì, in libreria, a farci ricordare quell’infinito martirio, e basta. 

Bartolino — che ha trent’anni e guarda le cose dalla giusta distanza ed è un militante LGBTQ+ vero — è andato davvero di porta in porta (ben indirizzato anche da un po’ di persone che davano dritte, scavando nella propria memoria nel frattempo scientemente addormentata). E quello che è risultato è una escavazione, un carotaggio che ha portato fuori dalla terra frammenti, taccuini, disegni, ritratti lasciati lì, ma non marciti, anzi pieni di vita. Da qui, il titolo. 

Pier Vittorio Tondelli, Camere separate, 1989, Bompiani

Soprattutto poesia, bellissima poesia recitata in ogni modo, anche visualizzata ad hoc nel lavoro video su megawall di Roberto Ortu che apre la mostra. Girando dietro il muro, e i suoi cavi in vista, capiamo di essere di fronte a una macchina espositiva di nuovo tipo. 

Una ricerca enorme, alla vecchia maniera, casa per casa. Per aprire i cassetti e vedere cosa salta fuori, dopo tanto dolore: di tutto.

La firma è Giuseppe Ricupero, che già aveva lavorato benissimo con Bartolino per la mostra di Lina Pallotta, due anni fa, nello stesso museo. E che è autore di alcuni dei più sorprendenti allestimenti degli ultimi anni (citiamo per tutti le mirabili soluzioni di plexiglass trasparente immaginate per la mostra dei gioielli di Patrizia Re Rebaudengo alla Biblioteca Braidense, nell’autunno scorso). 

Vivono. Arte e affetti, HIV-AIDS in Italia. 1982-1996. Courtesy Centro Pecci Prato

Ricupero disegna un universo bianco di supporti-lavagna con treppiedi per ospitare il magma di ritagli di stampa, copertine di riviste, microriviste stesse, fanzine, volantini, dispacci di associazioni disperate di parenti, appunti personali. Un’enormità di vita che risgorga. E anche il dolore è come se finalmente svaporasse. Ci sono divani morbidi, vissuti, per sedersi. Ovviamente bianchi. 

Nel candore — naturale però, quasi grezzo, non sintetico — spiccano, come fossero ottimi pezzi chessò di Bertrand Lavier, gli estintori rossi antincendio, i cavi, la scatola del defibrillatore. E lì vicino vediamo ogni volta, nel percorso espositivo, le opere degli artisti internazionali classicamente legati al tema dell’AIDS (vedi sopra), e sono come “note a piè di pagina”, come dice Ricupero. 

La collaborazione tra Bartolino e Ricupero porta a una magia bianca che riesce a frullare tutto e spararlo in cielo, depurato dall'oppressione e dalla censura che la vergogna, generata da un inconscio familiare e collettivo di matrice cattolica, aveva prodotto.

E c’è anche una bislacca microdiscoteca di specchi costruita per le poesie su video di Patrizia Vicinelli. 

La collaborazione tra Bartolino e Ricupero porta a una magia bianca (non a caso) che riesce a frullare tutto e spararlo in cielo, depurato dall’oppressione e dalla censura che la vergogna, generata da un inconscio familiare e collettivo di matrice cattolica, aveva prodotto. Se ne esce non piegati ma rinvigoriti. Quale risultato maggiore possiamo immaginare? 

Tra l’altro il centrifugare è ulteriormente sottolineato dalla presenza geniale della lavatrice Candy come sponsor. Ma non si tratta di un “lavaggio” né di un lavacro. Semmai un’emulsione mirabile e spesso molto divertita. 

Vivono. Arte e affetti, HIV-AIDS in Italia. 1982-1996. Courtesy Centro Pecci Prato

Rispettosa ma anche affascinata dai soggetti stessi, che messi tutti insieme — ancora freschi, da scoprire (sono troppi per elencarli) — ci fanno ricordare una sorta di libertà di percorso fuori dai tracciati, dalle scatole che il capitale immateriale stava preparando per noi e nelle quali saremmo finiti mani e piedi. 

Questa capacità di sollievo, di alleggerimento sagace è di sicuro una delle specialità del padrone di casa, il direttore del Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci, Stefano Collicelli Cagol, visto che si percepisce ovunque e nella collezione permanente affidata alle mani di moquette del Formafantasma. 

Tutti in aria, come nei giochi dei bambini, sul tappeto elastico, nonostante tutto. Chapeau.

Ultime News

Altri articoli di Domus

China Germany India Mexico, Central America and Caribbean Sri Lanka Korea icon-camera close icon-comments icon-down-sm icon-download icon-facebook icon-heart icon-heart icon-next-sm icon-next icon-pinterest icon-play icon-plus icon-prev-sm icon-prev Search icon-twitter icon-views icon-instagram