“Abitare poeticamente”, e quindi correttamente, il mondo, anche quello del progetto, del design e dell’architettura: da questa intuizione del filosofo tedesco Martin Heidegger ha preso le mosse l’intervento di Walter Mariotti all’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo, in occasione dell’Italian Design Day 2026.
Abitare, scriveva Heidegger nel 1951, significa non solo occupare uno spazio ma prendersi cura delle cose del mondo, non vivere da padroni degli oggetti ma farne da custodi. Un concetto che risuona con il kintsugi, l’arte giapponese di riparare le ceramiche rotte con lacca urushi mescolata a polvere d’oro.
View gallery
Andrea Branzi, Animali Domestici, 1985
Chi sa se Andrea Branzi avrebbe annuito all’idea di un possibile accostamento tra l’orbita del wabi-sabi e la sua collezione Animali Domestici – una tappa cardine della sua progettualità, che lo porta a superare l’esperienza di Alchimia e Memphis per mettere in risalto una nuova espressione per archetipi, legata all’idea di natura come presenza di vita. Resta il fatto che è proprio questa collezione ad introdurre un simulacro naturale così vivido e diretto nell’orbita della casa: un modo per apprezzare l’irregolarità mai uguale a sé stessa di tronchi e rami, riscoprendone la bellezza formale, tattile e metafisica.
Domus 667, dicembre 1985
Shiro Kuramata, How High the Moon, 1986
L’oggetto non è mai (solo) un pezzo di arredo funzionale per Shiro Kuramata, ma sempre un veicolo verso una ricerca spirituale. In questa poltrona dalle forme generose in rete metallica, Kuramata ridefinisce i canoni della leggerezza, e invita a guardare oltre, lontano – verso la luna, come vuole il suo nome – per afferrare un momento di poesia e contemplazione.
foto Emilio Tremolada
George Nakashima, Holtz Dining Table, 1986
In questa serie di tavoli, Nakashima trasforma la carpenteria nella possibilità di integrare senza soluzione di continuità elementi naturali con altri levigati dall’uomo. Dando vita ad un ibrido che più di ogni altro sa valorizzare la presenza mutevole di una materia che non si maschera, ma al contrario lascia trasparire i suoi stati e le sue metamorfosi.
foto Emilio Tremolada
Marcel Wanders, Foam Bowl, 1997
Dal 1990 al 1995 il collettivo Droog ha riconfigurato il ruolo e la presenza degli oggetti secondo valori che possono essere assimilati al wabi-sabi: l’importanza accordata al processo, l’annullamento della gerarchia tra i materiali, la valorizzazione dell’irregolarità, dell’oggetto “brutto”. In questo vaso in porcellana ricavato a partire da una spugna naturale, Marcel Wanders riesce a trasporre tutta l’unicità materica di una forma naturale. Rompendo con i codici levigati della porcellana bianca, e catturando l’essenza e l’aura della natura in un calco fedele.
foto Emilio Tremolada
Estudio Campana, Favela Chair, 1991
Il lavoro dei fratelli Campana è stato spesso interpretato secondo la chiave di lettura del “barocco tropicale”. Eppure, soprattutto per un’icona della loro produzione giovanile quale è la Favela Chair, l’assemblaggio spontaneo di elementi residuali e senza valore ricorda e riattualizza la filosofia wabi-sabi. Insegnandoci che le cose possono svilupparsi a partire dal non-essere, e che la bellezza può scaturire dal brutto: “dal letame nascono i fior”, come del resto cantava Fabrizio De André.
foto Emilio Tremolada
5.5, Chaise soignée avec béquille, 2004
Nel 2004, i designer 5.5 non esitano a hackerare una sedia da osteria ormai prossima al fine vita con una protesi platealmente artificiale. L’accostamento parla di contrasti – tra il legno e la plastica, tra la materia naturale e la chimica verde fluo – ma anche di una possibilità di rinascita e cura, come il nome stesso suggerisce. Oggi, la Chaise soignée avec béquille è un classico del design di recupero, una forma di kintsugi che sostituisce all’oro uno spirito eminentemente punk.
foto Emilio Tremolada
Maarten Baas, Standard Unique, Established & Sons, 2011
Come creare un processo di variazione singolare attraverso una produzione seriale? Con la sua serie Standard Unique, Marteen Baas ci offre una risposta ingegnosa: i sedici pezzi della sua sedia da cucina possono essere assemblati in maniera diversa grazie a giunti sempre uguali, dando vita ad un numero ampissimo di configurazioni possibili. Esaltando la stortura, il taglio rustico e impreciso come nuova estetica del quotidiano.
foto Emilio Tremolada
Paola Navone, Brick Table, Gervasoni, 2015
La designer torinese è un’adepta di lungo corso del wabi-sabi, a cui si è avvicinata nel corso dei suoi lunghi soggiorni in Asia, rivisitandone la sensibilità in numerose installazioni e architetture di interni. Eppure, l’esaltazione del potenziale estetico dell’oggetto anonimo e quotidiano non è l’unica rilettura che Navone dà del wabi-sabi. Ancora più interessante, forse, è la capacità di traghettare il wabi-sabi tra i long seller della produzione industriale. Nella collezione Brick di Gervasoni, il tavolo integra senza soluzione di continuità una lastra in acciaio trattato a cera con sezioni di tronchi di albero utilizzate come gambe. Un equilibrio delicato ma stabile e compiuto, che testimonia una nuova possibilità di convivenza.
foto Emilio Tremolada
Anais Jarnoux et Samuel Tomatis, LX.1.spir, 2025
Il nuovo wabi-sabi sarà una manifestazione del design del vivente? In questa lampada realizzata a partire da un substrato di alghe, l’osservazione della traccia lasciata dalla natura si trasforma in una presenza magnetica, oltre che in un oggetto propriamente funzionale. Rinnovando ancora una volta il concetto di bellezza scaturito da materiali che in molti considerano brutti, come le alghe. Ed esaltando una patina particolarmente affascinante perché in costante divenire.
foto Eline Willaert
Andrea Branzi, Animali Domestici, 1985
Chi sa se Andrea Branzi avrebbe annuito all’idea di un possibile accostamento tra l’orbita del wabi-sabi e la sua collezione Animali Domestici – una tappa cardine della sua progettualità, che lo porta a superare l’esperienza di Alchimia e Memphis per mettere in risalto una nuova espressione per archetipi, legata all’idea di natura come presenza di vita. Resta il fatto che è proprio questa collezione ad introdurre un simulacro naturale così vivido e diretto nell’orbita della casa: un modo per apprezzare l’irregolarità mai uguale a sé stessa di tronchi e rami, riscoprendone la bellezza formale, tattile e metafisica.
Domus 667, dicembre 1985
Shiro Kuramata, How High the Moon, 1986
L’oggetto non è mai (solo) un pezzo di arredo funzionale per Shiro Kuramata, ma sempre un veicolo verso una ricerca spirituale. In questa poltrona dalle forme generose in rete metallica, Kuramata ridefinisce i canoni della leggerezza, e invita a guardare oltre, lontano – verso la luna, come vuole il suo nome – per afferrare un momento di poesia e contemplazione.
foto Emilio Tremolada
George Nakashima, Holtz Dining Table, 1986
In questa serie di tavoli, Nakashima trasforma la carpenteria nella possibilità di integrare senza soluzione di continuità elementi naturali con altri levigati dall’uomo. Dando vita ad un ibrido che più di ogni altro sa valorizzare la presenza mutevole di una materia che non si maschera, ma al contrario lascia trasparire i suoi stati e le sue metamorfosi.
foto Emilio Tremolada
Marcel Wanders, Foam Bowl, 1997
Dal 1990 al 1995 il collettivo Droog ha riconfigurato il ruolo e la presenza degli oggetti secondo valori che possono essere assimilati al wabi-sabi: l’importanza accordata al processo, l’annullamento della gerarchia tra i materiali, la valorizzazione dell’irregolarità, dell’oggetto “brutto”. In questo vaso in porcellana ricavato a partire da una spugna naturale, Marcel Wanders riesce a trasporre tutta l’unicità materica di una forma naturale. Rompendo con i codici levigati della porcellana bianca, e catturando l’essenza e l’aura della natura in un calco fedele.
foto Emilio Tremolada
Estudio Campana, Favela Chair, 1991
Il lavoro dei fratelli Campana è stato spesso interpretato secondo la chiave di lettura del “barocco tropicale”. Eppure, soprattutto per un’icona della loro produzione giovanile quale è la Favela Chair, l’assemblaggio spontaneo di elementi residuali e senza valore ricorda e riattualizza la filosofia wabi-sabi. Insegnandoci che le cose possono svilupparsi a partire dal non-essere, e che la bellezza può scaturire dal brutto: “dal letame nascono i fior”, come del resto cantava Fabrizio De André.
foto Emilio Tremolada
5.5, Chaise soignée avec béquille, 2004
Nel 2004, i designer 5.5 non esitano a hackerare una sedia da osteria ormai prossima al fine vita con una protesi platealmente artificiale. L’accostamento parla di contrasti – tra il legno e la plastica, tra la materia naturale e la chimica verde fluo – ma anche di una possibilità di rinascita e cura, come il nome stesso suggerisce. Oggi, la Chaise soignée avec béquille è un classico del design di recupero, una forma di kintsugi che sostituisce all’oro uno spirito eminentemente punk.
foto Emilio Tremolada
Maarten Baas, Standard Unique, Established & Sons, 2011
Come creare un processo di variazione singolare attraverso una produzione seriale? Con la sua serie Standard Unique, Marteen Baas ci offre una risposta ingegnosa: i sedici pezzi della sua sedia da cucina possono essere assemblati in maniera diversa grazie a giunti sempre uguali, dando vita ad un numero ampissimo di configurazioni possibili. Esaltando la stortura, il taglio rustico e impreciso come nuova estetica del quotidiano.
foto Emilio Tremolada
Paola Navone, Brick Table, Gervasoni, 2015
La designer torinese è un’adepta di lungo corso del wabi-sabi, a cui si è avvicinata nel corso dei suoi lunghi soggiorni in Asia, rivisitandone la sensibilità in numerose installazioni e architetture di interni. Eppure, l’esaltazione del potenziale estetico dell’oggetto anonimo e quotidiano non è l’unica rilettura che Navone dà del wabi-sabi. Ancora più interessante, forse, è la capacità di traghettare il wabi-sabi tra i long seller della produzione industriale. Nella collezione Brick di Gervasoni, il tavolo integra senza soluzione di continuità una lastra in acciaio trattato a cera con sezioni di tronchi di albero utilizzate come gambe. Un equilibrio delicato ma stabile e compiuto, che testimonia una nuova possibilità di convivenza.
foto Emilio Tremolada
Anais Jarnoux et Samuel Tomatis, LX.1.spir, 2025
Il nuovo wabi-sabi sarà una manifestazione del design del vivente? In questa lampada realizzata a partire da un substrato di alghe, l’osservazione della traccia lasciata dalla natura si trasforma in una presenza magnetica, oltre che in un oggetto propriamente funzionale. Rinnovando ancora una volta il concetto di bellezza scaturito da materiali che in molti considerano brutti, come le alghe. Ed esaltando una patina particolarmente affascinante perché in costante divenire.
foto Eline Willaert
La conferenza, organizzata dall’Ambasciata d’Italia a Tokyo e dall’Istituto Italiano di Cultura, ha ruotato attorno a una domanda centrale: come “rigenerare la bellezza imperfetta del mondo”? La risposta sta nel valore dell’imperfezione: dove la cultura occidentale vede uno scarto, infatti, la cultura giapponese ha sempre riconosciuto un’opportunità. “Rigenerare verrà declinato nel senso di riconoscere il valore di ciò che esiste”, scrive l’Ansa annunciando online la conferenza, “resistendo alla logica del consumo e della sostituzione perpetua”.
Si tratta di due modi diversi di intendere il progetto che però possono parlarsi. Lo dimostra la riscoperta del wabi-sabi che celebra l’imperfezione e l’incompletezza negli arredi, e il ritorno del redesign, che ripensa e riprogetta ciò che già esiste — da un edificio o un arredo, fino a un’interfaccia, uno spazio o un sistema sociale.
Nel suo percorso, Mariotti ha messo in relazione il pensiero occidentale con la sensibilità giapponese, evocando il lavoro di Fosco Maraini, antropologo e profondo conoscitore della cultura nipponica, e figure centrali della letteratura giapponese del Novecento come Yasunari Kawabata, premio Nobel, e Yukio Mishima.
La rigenerazione, è emerso, non è un gesto nostalgico ma un atto critico che onora la storia, le imperfezioni e i segni del tempo. Una pratica complessa, ma imprescindibile in un’epoca in cui “gli spazi urbani rischiano di ridursi a contenitori funzionali, gli oggetti a merce usa-e-getta e le idee a prodotti”, come scrive l’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo nella presentazione del progetto. Oggi la rigenerazione non solo ci deve interessare: ci serve.
Tutte le immagini: Walter Mariotti all’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo
