Archivio Cesare Leonardi

L'archivio dell'architetto, nella casa-studio di Modena, è un caso interessante per rappresentare l'ambiguità insita nell'uso corrente del termine archivio.

Leggi la prima parte dell'intervento di Francesco Samassa – Archivio con/fusione. Un nuovo prototipo

Archivio con/fusione
Vulcanico creatore di forme e figure sulle corde dell'architettura, del design, della fotografia e delle arti figurative tutte, Cesare Leonardi è una figura tanto di spicco quanto trascurata della cultura architettonica: anzitutto, e forse soprattutto, locale. All'attenzione che gli hanno dedicato negli anni alcune riviste straniere piuttosto che non prestigiose istituzioni museali – quali il MOMA di New York, il Centre Georges Pompidou di Parigi, il Victoria and Albert Museum di Londra, il Kunstgewerbemuseum di Berlino (che hanno acquisito sue opere per le proprie collezioni), fa riscontro il discreto silenzio che lo circonda, a Modena (dove vive e lavora da sempre) e in Italia. Certo non deve aver aiutato il suo aspro carattere, e la connessa attitudine istintiva alla piena libertà di giudizio e di espressione: valga d'esempio il recente passo secondo cui "[...] la cultura in questa città [Modena] ha sempre avuto un ruolo marginale [...] sia nella pubblica amministrazione, sia tra i privati". [Leonardi 2004/120]). No, questo non aiuta.

L'archivio di Cesare Leonardi, nella casa-studio di Modena, è un caso davvero interessante e ricco di peculiarità. Nel 2010 è nata un'associazione culturale, l'Associazione Archivio Cesare Leonardi, che ha come finalità prima proprio la tutela e la valorizzazione di questo complesso documentale di cui ha in animo di condurre un programma di riordino e inventariazione scientifica sotto la supervisione della Soprintendenza archivistica per l'Emilia-Romagna (che ha avviato la pratica di riconoscimento di questo archivio quale bene culturale di pubblico interesse). Un aspetto fondamentale di questa realtà è la connessione inestricabile dell'archivio con il luogo in cui è prodotto quotidianamente (da anni) e in cui si accumula e conserva. Questa 'fusione' determina un interessante problema per il suo trattamento archivistico, perchè è finanche difficile capire, per esempio, dove inizia e dove finisce l'archivio in quanto tale.

Studio di Cesare Leonardi.

Lo si può capire bene solo facendone esperienza. Una volta entrati nello studio di Cesare Leonardi (un edificio talmente circondato e sommerso dal verde da essere quasi invisibile dalla strada), passato il primo momento di spaesamento, preso dimestichezza con l'articolazione intricata dei percorsi tra i 'mobili-strutture spaziali' e gli strumenti di lavoro, cominciando a osservare tutto quello che riempie (stipa o stiva verrebbe da dire) lo spazio in tutti i suoi scomparti e ripiani, viene spontaneo porsi alcune domande in serie. Cos'è (o cosa non è) qui 'documento'? Dove finiscono i documenti d'archivio e inizia la collezione delle opere? E dove finisce la collezione delle opere e iniziano i mobili? Mi avvicino a un tavolo e mi accomodo sulla "P 28" (poltrona in legno della serie "Solidi"): sono seduto su un documento dell'archivio Leonardi o su un un'opera di Cesare Leonardi? Perchè questo mobile dello studio, incidentalmente (come i tavoli, gli scaffali, le mensole, le librerie, gli sgabelli, i cavalletti e tutto il resto) è un prototipo di una sua opera; ma in quanto tale, il prototipo è l'ultimo atto del processo progettuale, di controllo della forma e del funzionamento dell'oggetto (e quindi ancora 'documento' e quindi parte dell'archivio), oppure già primo esemplare prodotto a valle del processo di progettazione (e quindi già opera e quindi estraneo all'archivio in quanto parte della collezione dei lavori)?

Sequenza di diversi 'solidi'.

Non ho tempo di risolvere il problema che mi cade l'occhio su una sequenza di fotografie della stessa sedia, o meglio su un'immagine ordinatamente composta di tante immagini della sedia, vista da angolature sempre diverse. Ma neanche in questo caso ho la certezza di avere sott'occhio un documento dell'archivio, perchè scopro in breve, guardandomi ancora attorno e sfogliando le cartelle della produzione fotografica di Cesare Leonardi, che la "sequenzializzazione" dello sguardo è un tipico modus operandi della sua ricerca visiva (sia che indaghi sulle ombre proiettate da edifici su altri edifici, sia che si concentri sulle sagome che i cornicioni delle case disegnano contro il cielo): decine di scatti, analoghi ma diversi, esplorano il territorio che sta tra ripetizione e differenza (proprio come le infinite variazioni delle sedie che mi circondano, del resto: guardandomi attorno non ne vedo una uguale a quella su cui sono seduto, eppure tutte 'fanno famiglia', hanno alla base lo stesso principio che le informa). E allora se torno alla fotografia composita della sedia non posso non chiedermi se ho davvero in mano un documento dell'archivio, come credevo, oppure ho invece in mano un esemplare della produzione del Cesare Leonardi fotografo, opera da inserire tra le altre in una delle cartelle della produzione fotografica.

Una fertile con/fusione regna sovrana in questo universo, tra documenti (che rimandano ad altro da sé) e cose (che valgono di per sé, autoreferenziali – siano esse opere o supellettili dello studio).
A sinistra: Poltrona "P 28", 1996-1997. A destra: Poltrona "P 14", 1998-1999.

Una fertile con/fusione regna sovrana in questo universo, tra documenti (che rimandano ad altro da sé) e cose (che valgono di per sé, autoreferenziali - siano esse opere o supellettili dello studio).
Mi viene spontaneo suggerire, in conclusione, che Cesare Leonardi non avrebbe mai potuto ragionare come gli architetti di cui dicevo prima, per i quali era l'opera costruita l'unico documento da indagare e studiare, mentre il disegno, il plastico, la fotografia rimangono prodotti di passaggio, eventi trascurabili una volta raggiunto il termine del processo creativo-realizzativo. Il suo caso si presta come stimolante esperienza dove misurare la possibilità di costruire un nuovo prototipo di archivio, in cui documenti e opere e luogo si confondono e contaminano in maniera fertile.

A sinistra: Skyline, Modena 1972-1975. A destra: Primavera 4, Modena 1972-1977.

Il caso Leonardi insomma sembra rappresentare appieno quella ambiguità insita nell'uso corrente del termine 'archivio': che sta sia per il complesso dei documenti (es.: "questo atto va in archivio") che per la stanza o l'edificio dove il complesso dei documenti è collocato (es.: "domani vado in archivio"). Qui le cose (documenti e opere, già inestricabili tra loro) e lo spazio, in cui si collocano, sono un'unica realtà; o forse sono solo due modi diversi di guardarla, uno analitico, l'altro sintetico. In ogni caso, a me pare che una descrizione archivistica scientificamente rigorosa deve riuscire a conservare e valorizzare questa peculiarità, dovesse cercare faticosamente di definire un nuovo paradigma (o, più modestamente, una nuova declinazione) dell'idea di archivio di architettura.

Riferimenti bibliografici:
[Leonardi 2004] Cesare Leonardi, "Occasioni mancate". Sta in: Laura Montedoro, Andrea Costa (a cura di), "La città razionalista. Modelli e frammenti. Urbanistica e architettura a Modena 1931-1965", RFM ed., Modena 2004 (pagg. 115-123).