Scenari concreti

John Thackara, filosofo, scrittore, eclettico studioso, riassume il contributo decisivo del design che dà una forma concreta a una storia, sempre al servizio delle reali esigenze di chi vive in un luogo.

Quando si sente citare una frase – di Marcel Proust – come “la vera scoperta non consiste nel trovare nuove terre, ma nel guardare con occhi nuovi”, si può avere la tentazione di liquidare chi la propone come il solito utopista, sognatore, che può dare forse qualche buona ispirazione destinata poi a non tradursi in nulla di pratico. Niente di più sbagliato se il personaggio in questione è John Thackara, filosofo, scrittore, organizzatore di eventi, eclettico studioso ai confini fra design ed economia, autore di numerosi volumi, l’ultimo è How to thrive in the next economy, pubblicato da Thames & Hudson (“Come prosperare nell’economia del prossimo futuro”).

John Thackara a Milano, in occasione di Meet the Media Guru

Intervenuto alla Triennale di Milano (lo scorso 31 maggio) alla kermesse “Future Ways of Living” di “Meet the Media Guru”, Thackara è una di quelle rare persone che sanno aprire grandi scenari di pensiero dando anche un’idea molto concreta di quali siano gli strumenti per realizzarli. E per farlo mostra progetti, sparsi in tutto il mondo, che vedono intrecciarsi design, pianificazione urbana e rurale, risparmio energetico, nuovi modelli di condivisione di risorse, dove le tecnologie della comunicazione giocano un ruolo cruciale, ma sempre al servizio delle reali esigenze di chi vive in uno specifico luogo, con problemi molto ben definiti. E risolvibili. Proprio le miriadi di piccole soluzioni ideate e già praticate sono il modo in cui il mondo cambierà. Thackara cita a questo proposito le teorie della complessità: minuscoli cambiamenti si accumulano nel tempo fino a che un ultimo intervento, apparentemente irrilevante, è in grado di provocare una radicale trasformazione di tutto il sistema.

Dialogare con questo singolare studioso – come abbiamo avuto occasione di fare durante il suo soggiorno milanese – significa passare di continuo da un piano all’altro, da quello delle idee generali alle piccole cose concrete di ogni giorno, dove il design, inteso in un significato molto ampio e per certi versi innovativo, può dare un contributo decisivo.

John Thackara a Milano, in occasione di Meet the Media Guru

Qual è il contributo del design oggi? È compito del design aiutarci a guardare tutto ciò che ci circonda in modo nuovo: esaminare, valutare i materiali, le strutture e in generale quanto caratterizza un luogo specifico. Spetta poi ai designer trovare soluzioni nuove e creative per connettere fra loro in modo efficiente le persone che abitano in uno stesso territorio, ma hanno competenze e interessi diversi. E il terzo tipo di contributo, forse più legato a un’idea tradizionale di design, è quello di dare una forma concreta a una storia – la storia di un luogo, per esempio – che non deve restare una semplice narrazione, ma può tradursi in un oggetto o in un servizio concreto, condivisibile, di cui si può discutere e su cui si può esprimere un parere.

John Thackara a Milano, in occasione di Meet the Media Guru

Ci sono già esempi di servizi nati in questo modo? Un’esperienza molto interessante è il sito francese La Ruche qui dit oui nato grazie al contributo di un designer che è anche chef, Guilhem Chéron, che nel 2009 si è inventato un modello nuovo per mettere in collegamento i cittadini con i coltivatori diretti, sulla base dell’esperienza dei gruppi di acquisto solidali. L’obiettivo era rendere più efficiente e razionale quel modello, offrendo più possibilità di scelta ai consumatori e una rete molto più ampia, con prezzi buoni e condizioni vantaggiose per i vari attori in gioco. Essere anche chef l’ha aiutato a fare una selezione molto rigorosa sulla qualità delle materie prime. Un altro esempio è il gruppo di coltivatori diretti del Maine che ha ripensato al modo in cui i propri prodotti venivano distribuiti, rivalutando fra l’altro il trasporto a vela fino a New York”. Si tratta di progetti a volte molto ambiziosi, che osano immaginare un mondo davvero diverso da quello attuale.

Quali sono a suo parere i cambiamenti più urgenti oggi? Penso spesso a una semplice domanda che può avere risultati dirompenti se ce la poniamo seriamente e cerchiamo di rispondere: “Da dove viene il mio pasto?” e, ammesso di conoscere la risposta, la seconda domanda è “Quanto è salubre il posto da cui proviene?”. Dobbiamo ripartire dall’esigenza di rimetterci in contatto con gli elementi materiali di base: cibo, aria, acqua. Solo così possiamo cominciare a sviluppare una mentalità diversa, arrivare a quello che io chiamo “pensiero ecosistema”. Molti designer e artisti stanno lavorando in questa direzione. Un esempio interessante è il progetto West Country Rivers Trust che si occupa della salvaguardia dei fiumi nel sud ovest dell’Inghilterra. Un fiume è un patrimonio del territorio, ma è inquinato e ormai nessuno sembra chiedersi perché. Abbiamo cominciato col mostrare in modo molto chiaro, visivo, tutti i punti in cui uno specifico fiume veniva inquinato dal comportamento di chi viveva o lavorava sulle sue rive. Così abbiamo portato le persone a chiedersi cosa si poteva fare per rimediare. Abbiamo progettato una nuova forma di associazione, basata sul modello delle “gilde” medievali per la conservazione dell’ambiente: qualcuno pulisce il fiume, qualcun altro convince i coltivatori a non inquinare con i pesticidi e così via. Abbiamo restituito agli abitanti di quei luoghi la possibilità di stabilire un contatto con i loro fiumi.

John Thackara a Milano, in occasione di Meet the Media Guru

Per vari anni lei ha organizzato un festival, “Doors of perception”, in cui si esploravano le frontiere più avanzate della tecnologia, dagli sviluppi più innovativi di Internet alla realtà virtuale. Proprio doorsofperception.com è ancora il titolo del suo blog, ricco di documentazione sui progetti e i workshop che organizza in tutto il mondo. Qual è secondo lei oggi il ruolo della tecnologia nell’aprire le “porte della percezione”? Le tecnologie di rete sono ovviamente fondamentali per favorire i progetti di connessione tra le persone. È molto importante che si tratti di comunicazioni cifrate, sicure, in modo che si possano condividere anche aspetti dei vari progetti che non si vogliono rendere pubblici, come le valutazioni di una comunità rispetto al lavoro di ognuno. Certo, non vedo un futuro per il modello dominante oggi nell’industria informatica che prevede una forsennata corsa verso prodotti sempre nuovi. E non sono neanche più così interessato verso tecnologie complesse e costose come la realtà virtuale o i sistemi robotici. Credo invece che dovremmo recuperare un po’ di cultura hacker prendendo esempio da ciò che già oggi avviene in Paesi come l’India, dove ci sono interi quartieri cittadini che vivono della riparazione di oggetti elettronici con materiali usati, in cui il nuovo deriva armoniosamente dal vecchio.

  John Thackara non vagheggia certo in modo nostalgico di un mondo totalmente privo di tecnologia. Ma dopo un colloquio con lui è chiaro che l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno per vedere il mondo con occhi nuovi è un casco per la realtà virtuale.

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