Come vorremmo le metropoli post-coronavirus?

Democrazia digitale, 5R e città dei 15 minuti. Ecco le chiavi per il future sostenibile.

Immagine di Daisy

Senza epidemie, virus e malattie la città moderna non sarebbe quella che conosciamo. Barcellona non esibirebbe lo splendido reticolato urbano progettato da Cerdà per mitigare sovraffollamento e sporcizia nel quartiere gotico. New York perderebbe Central Park, pensato da Law Olmsted e Vaux come un polmone verde sanificante. E Parigi – ristrutturata da Haussmann contro le barricate – rinuncerebbe agli imponenti boulevard, studiati per irrorare la città di aria pura.

Non è casuale che tra Ottocento e Novecento il risanamento fosse guidato da ingegneri, tecnici, progressisti e massoni. La fiducia nella scienza e l'atteggiamento cooperativo tra città avevano come nemici oscurantismo, nazionalismo e ingiustizia sociale. Nell'eterno ricorso della storia, oggi ci chiediamo: come vorremmo la città post-coronavirus?  

Solo due mesi fa avremmo risposto: sostenibile, ovvero capace di proteggere l'ambiente, ridurre le diseguaglianze sociali, consentire la partecipazione di ognuno alla vita civile. Dopo la pandemia, ci avvicineremo a questi tre macrotraguardi?

In teoria, la lotta al cambiamento climatico andrebbe intensificata. Molti studi mostrano una correlazione diretta tra inquinamento atmosferico e contagio. C'è però il rischio che le cose vadano diversamente. Pensiamo al trasporto pubblico: il virus ne rende difficile la fruizione e incoraggia l'uso del mezzo privato.  

Immagine di Adam Chang

Proprio dalla questione della mobilità, però, possiamo forse trarre un'indicazione: l'esperimento sociale cui abbiamo preso parte negli ultimi due mesi – lavorare da casa grazie a Internet – andrà incentivato e potenziato per diminuire flussi, traffico e smog. Non è decrescita felice, ma buon senso e comportamento responsabile.

E infatti a Parigi come a Milano già si pensa alla “città dei 15 minuti”, dove tutto sia raggiungibile a piedi. Un po' come accade per i rifiuti: la strategia delle “5R” elaborata dall'Unione Europea parte proprio con la riduzione (e poi riuso, riciclo, raccolta e recupero). Produrre meno scarti, consumare con più consapevolezza e, dunque, evitare gli sprechi.

Quest'idea ci porta alle diseguaglianze sociali: non tutti hanno la possibilità di operare in smart working e scegliere il quartiere di residenza. L'impatto del virus potrebbe discriminare: i quartieri afroamericani di New Orleans devastati dall'uragano Katrina nel 2005 sono oggi l'epicentro del Covid-19. Ma il coronavirus è più 'democratico' della tempesta. Ignorare i potenziali focolai (baraccopoli, case di riposo, carceri) sarebbe un grave errore strategico poiché l'infezione si allargherebbe presto alle zone benestanti.

Ecco perché converrà tracciare una nuova mappa dei bisogni, che includa tra le categorie svantaggiate le persone sole, chi non sa usare il computer, i lavoratori manuali, gli anziani e i bambini. Da qui dovrà rinascere economicamente il tessuto urbano: una comunità sana è fatta di relazioni, vicinato, commercio al dettaglio, vita sociale.  Il fascino delle metropoli si alimenta di questa energia. Come tenerla viva nell'epoca del distanziamento è compito di più discipline, ma gli architetti svolgono un ruolo cruciale.

Immagine di Michael Walter

Infine, la partecipazione civica. La città si è formata intorno all'agorà o al foro, deputati all’incontro e alla vita pubblica. Ma l'immagine potentissima di Papa Francesco, solo tra le colonne del Bernini seppure in mondovisione, ricorda piuttosto la cella del tempio greco, o il sancta sanctorum, lo spazio del sacro contrapposto allo spazio del pubblico.

Al contrario, la manifestazione di piazza Rabin a Tel Aviv, con i partecipanti disposti a due metri gli uni dagli altri come in una scacchiera ordinata, testimonia il tentativo ostinato di non rinunciare alla piazza come luogo della mobilitazione e della politica glocal. Una sfida imprescindibile in vista della battaglia per una vera “democrazia digitale”.

Come spiegano Shoshana Zuboff e Yuval Harari, siamo di fronte all'alternativa radicale tra società della sorveglianza e società degli smart citizen, disponibili quando si tratta di combattere il virus (anche grazie alle app), ma esigenti nel reclamare i propri diritti. In quest'ottica, la città del futuro, disegnata da urbanisti visionari, ma responsabili, eserciterà un'influenza immensa sulla struttura sociopolitica delle società in cui vivremo.   

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