La barca è un nido

Mario Pedol, fondatore insieme a Massimo Gino di Nauta Yachts, ha cominciato con le barche a vela per poi lavorare anche su progetti degli yacht a motore.

Per i Pedol il mare è una questione di famiglia da generazioni. Dal lato paterno, a Grado, dove la famiglia di pescatori costruisce un’industria della pesca – quella del tonno Nostromo, famoso marchio italiano oggi di proprietà di un gruppo spagnolo. Ma sono i racconti del nonno materno, capitano di macchina sulle grandi navi che facevano la spola tra l’Italia e le Americhe, ad affascinare i nipoti. E Mario Pedol, classe 1954, fondatore di Nauta Yachts, ne ha fatto una professione. Ma tra il nonno e Nauta Yachts, c’è di mezzo un viaggio dall’Italia ai Caraibi su un 37 piedi a vela che in mezzo all’Oceano Atlantico comincia a imbarcare acqua: per uscirne illesi bisogna capire come riparare lo scafo. Questa esperienza porta Pedol a volerne sapere di più su questi oggetti chiamati barche. Prende un master in Yacht Design all’ISAD di Milano – ha già una laurea in Bocconi – e poi va a fare la gavetta a New York da Scott Kaufman, grande progettista di barche da regata. Comincia costruendo barche per poi aprire uno studio di sola progettazione. Ha disegnato la barca di Renzo Piano, insieme a lui e gli esterni del più grande yacht al mondo per uno sceicco. Oggi lo studio a Milano dà lavoro a 16 persone; le vacanze le fanno in barca a vela.

Nauta Yachts, Southern-Wind, 96'
Nauta Yachts, il salone del Grand-Soleil 46', LC, 2015
Nauta Yachts, dettaglio del salone del Grand-Soleil 46', LC, 2015
Nauta Yachts, Baltic 115' Nikata, 2015
Nauta Yachts, Baltic 115' Nikata, il pozzetto, 2015
Nauta Yachts, Baltic 116', Doryan, 2015
Nauta Yachts, Southern Wind 102',
Nauta Yachts, Advanced 66', 2011. Dettaglio della tuga
Nauta Yachts, Southern Wind 82', Grande Orazio, 2014
Nauta Yachts, Lagoon, 620, 2011. Cabina VIP. Photo Nicolas Claris
Nauta Yachts, Lagoon, 620, 2011. Il salone. Photo Nicolas Claris
Nauta Yachts, Baltic 112', Nilaya, 2010
Nauta Yachts, Baltic 112', Nilaya, 2010. Il pozzetto

Quando nasce lo studio?
Nel 1985, insieme a Enzo Moiso e Massimo Gino, che è tuttora socio e amministratore con me, fondiamo Nauta Yachts e decidiamo di realizzare, senza committente, una barca che in origine doveva essere di Oyster, un cantiere inglese. Una follia ma eravamo giovani e ottimisti. Così nasce Nauta 54 la nostra prima barca a vela. Nella nautica però serve un ‘nome’ per entrare sul mercato così ho chiesto a Scott Kaufman, da cui avevo fatto apprendistato, di fare l’architettura navale. Ma non era soltanto una questione di firma, ci serviva anche l’esperienza, che allora io non avevo. La forma dello scafo che avevamo disegnato allora è diventata la ‘nostra’ filosofia per le barche a vela, fino a oggi. E nasce così anche il modello di collaborazione che vede Nauta Yachts progettista stilistico e funzionale, ci occupiamo di estetica generale, comfort, pesi, impiantistica, insieme ai grandi nomi della competizione a vela, dove si fa molta ricerca sulle performance.

Dalle barche a vela agli yacht a motore. I “ferri da stiro”?
Così si chiamano quegli yacht, di cui l’Italia è stata leader di mercato dagli anni ’70 ai ’90. Sono barche plananti con il flying bridge, che significa barche dove la velocità è necessaria e i consumi elevati. Poi le cose sono cambiate, il mercato ha preso direzioni diverse ma soprattutto la cultura sui consumi e sulle emissioni ha cambiato il modo di progettare e navigare: oggi si fanno barche dislocanti a consumi ridotti, ma anche costi di costruzione e di gestione inferiori. Il modello non è più la velocità, piuttosto la navigazione lenta. Ci hanno chiamati agli inizi degli anni 2000, per fare degli yacht molto distanti dai “ferri da stiro”, adiacenti alle barche a vela dal punto di vista stilistico. I Lobster boat, nati negli Stati Uniti, una declinazione diportistica delle barche da pesca, i cui clienti sono raffinati, in questo senso sono affini alla vela. Essendo barche funzionali hanno una loro eleganza, sono contenute, invece "i ferri da stiro" sono andati verso un aumento delle volumetrie in relazione alla lunghezza, quindi sono diventate sempre più alte con sovrastrutture sempre più imponenti.

Oceanco 102m progetto di Nauta Design per Oceanco, 2016
Nauta Yachts, Lurssen 180m Azzam, 2013
Nauta Yachts, Lurssen 180m Azzam, scala di poppa, 2013
Mario Pedol in uno degli scarichi di Azzam in costruzione, 2013
Nauta Yachts, Nauta 72m, Project Edge, 2013
Nauta Yachts, Toy-Tender 47', 2012

Se è vero che il mercato della personalizzazione è in crescita, come rispondete?
Per la produzione in serie spesso ci viene richiesto di lavorare sulla modularità, che è il modo dell’industria per rispondere alla richiesta. Il prodotto interamente personalizzato rappresenta quasi il 50% del nostro fatturato: partiamo dal “foglio bianco” sulla base delle richieste del cliente, poi, per le barche a vela scegliamo l’architetto navale e quindi il cantiere, per quelle a motore è il cantiere che fa l’ingegnerizzazione. Pensi che la nautica continuerà ad espandersi?
Sì. La globalizzazione ha prodotto nuove grandi ricchezze distribuite anche in nuove aree del mondo. Abbiamo clienti russi, cinesi, sudamericani. Africani non ancora ma arriveranno.

Andare per mare dovrebbe voler dire immergersi nella natura ma sappiamo che anche il mare ci sta restituendo i nostri errori: specie di pesci devastate dalla pesca industriale, isole di plastica grandi come la Francia… Nel mondo della nautica ci si sta ponendo il problema della sostenibilità?
In termini normativi in modo simile a quello dell’automobile. La spinta esiste anche da parte degli utenti. Ci sono tanti clienti disposti a spendere di più per motori ibridi, anche se questo per la verità risponde più a un bisogno psicologico che sostanziale. C’è ricerca, e il mercato si sta muovendo in questa direzione ed è bene ricordare che il rapporto vela motore è di uno a dieci. Per quello che ci riguarda la sostenibilità è un lusso, nel senso che la nostra ricerca in questa direzione non viene pagata, anche se a volte ci viene richiesto.

Nauta Yachts, il disegno di Nauta 54, la barca capostipite del 1985
Nauta Yachts, Nauta 54, la barca capostipite, 1985
Il team di Nauta Yachts

Parliamo di forma. Quali sono gli elementi che vi caratterizzano dal punto di vista del design?
La vita di bordo rispetto alla vita a terra comporta dei disagi. Il mare è un ambiente estraneo a noi umani che non abbiamo le pinne e le branchie, per noi è fondamentale che la barca, che è un oggetto 'nido’, sia confortevole. Cominciamo dagli interni. Nella vela la parola è sobrietà, da sempre. Quello che è cambiato sono le essenze: si è passati dai cosiddetti legni marini scuri (teak, mogano), a essenze più chiare e poi a una qualità estetica e formale che prima era risolta sostanzialmente nella funzione. Più semplice, più sobrio, in fondo più elegante, questo è quello che cerchiamo di fare. E non sapremmo fare altro. Per quel che riguarda i mega yacht a motore, che hanno volumetrie paragonabili a quelle di una grande villa di lusso, ci chiamano solo coloro che condividono la nostra filosofia. (N.d.R. Ci tiene a specificare che del mega yacht Azzam per uno sceicco, il più grande al mondo,, varato nel 2014 e costato circa 600 milioni di euro hanno disegnato lo stile esterno, cioè 'la carrozzeria'...).