20 anni di Rick Owens alla Triennale di Milano

In mostra abiti, ma anche gigli, cemento, capelli e terra. La carriera dello stilista visionario per eccellenza in mostra tra forze primordiali e contemporaneità estrema.

Rick Owens.Subhuman Inhuman Superhuman, veduta della mostra, Triennale di Milano, 2017

I protagonisti del lusso globale citano Gilles Deleuze e la sua descrizione dell’atto creativo come atto di resistenza per descrivere il proprio lavoro. La mostra dedicata ai vent’anni di carriera di Rick Owens ci ricorda come lo stilista sia tra i pochi – pochissimi - che possono appropriarsi di questa definizione senza contraddizioni. A sottolinearne la coerenza si aggiunge il fatto che dal 2004, anno di fondazione della Owenscorp, il marchio è completamente indipendente. Designer visionario, dall’approccio ermetico, trasversale e fortemente artistico, il suo mondo, ben raccontato alla Triennale di Milano, è complesso, stratificato, ricco di allusioni a culture, riti e immagini, in transito costante tra un passato ancestrale e l’oggi nelle sue correnti più anticonvenzionali – il goth, il punk, il grunge.

Si è accolti da un ingresso dalla geometria monumentale per poi passare dal buio a un muro di fasci di luce. Da questo doppio attraversamento si prende immediatamente coscienza che si sta entrando in un universo diverso da quello a cui sono abituati i visitatori delle mostre di Triennale. 

Rick Owens.Subhuman Inhuman Superhuman, veduta della mostra, Triennale di Milano, 2017
Rick Owens.Subhuman Inhuman Superhuman, veduta della mostra, Triennale di Milano, 2017

Il lavoro di Rick Owens è la controllata progressione di elementi contrastanti, arcaico e contemporaneo si sublimano in una dimensione spirituale dell’abito. Lui stesso racconta la mostra come una composizione di gigli, cemento, capelli e terra: “I’ve installed a black glittering howl of ego, self-doubt, love, rage, and joy in the Triennale di Milano, composed of concrete, lilies, my hair and the earth from the seaside in Venice where I will someday be buried.”

Questa fascinazione per ritualità e forze primordiali genera gli abiti esposti con le loro decostruzioni in pelle, feltro e canvas – un ricordo dei primi lavori con divise militari e sacche provenienti dal Vietnam –, gli intrecci in lana, i drappeggi in seta, cachemire e jersey, avvolti e sbilanciati attorno e oltre il corpo. Ogni sezione è ritmata da capi iconici raggruppati per colori. Non esiste cronologia, quasi a voler evidenziare l’atemporalità delle collezioni. I copricapi dai rimandi assiro-babilonesi, i grandi colli e i mantelli magnificano i corpi producendo lo sconfinamento del concetto di bello verso il sublime. 

A supporto di questo alfabeto personale e misterioso nelle teche sparse per la galleria curva – finalmente un allestimento progettato non per nascondere questo spazio straordinario – ritroviamo lookbook, fotografie, appunti, schizzi, gli accessori in bronzo, in osso o knitted, i suoi famosi boots, svariati objets particuliers. Tra questi spiccano, immagine perfetta di equilibrio tra grazia e potenza, un nido e un teschio provenienti dalla scrivania di Owens.

Rick Owens è un maestro nel taglio del modello; ciò gli permette di passare dall’abito con strascico, reinterpretazione dell’estetica decadente Hollywood anni ’30 da lui tanto amata – si legge in mostra: “My aestethic is a very simple recipe – a black and white, art deco, Cecil B. Mille lurid bible epic.” –, al completo maschile decostruito partendo dalla combinazione t-shirt e shorts. Proprio nell’innovazione del guardaroba maschile si manifesta in maniera limpida l’obbiettivo della rivoluzione di Owens: introdurre silhouettes radicali nel quotidiano. Una rivoluzione portata avanti anche nella sua linea d’arredo della quale troviamo in mostra alcune sedute monolitiche in cui riconosciamo tanto Brancusi quanto le forme delle bowl degli skatepark californiani. Da non perdere in chiusura le sfilate più memorabili: dalla maestosa DIRT al Palais de Tokyo (ss 2018) alle potentissime unioni di corpi di Cyclops (ss 2016), dalla perfomance quasi sciamanica di Vicious (ss 2014) alla teatralità di Naska (ss 2012).

Fin dal titolo la mostra conferma quanto, nonostante tutte le possibili esegesi, il significato sotteso alle creazioni di Owens rimanga multiforme e indecifrabile. Da questo mistero emerge la sua forza espressiva: un senso di indicibile, esoterico incanto è il cuore del suo universo creativo. 

Fig.7 Rick Owens.Subhuman Inhuman Superhuman, veduta della mostra, Triennale di Milano, 2017
Rick Owens.Subhuman Inhuman Superhuman, veduta della mostra, Triennale di Milano, 2017
Titolo:
Rick Owens. Subhuman Inhuman Superhuman
Date di apertura:
fino al 25 marzo 2018
Luogo:
Triennale di Milano
Indirizzo:
viale Alemagna 6, Milano

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