Burle Marx, Costa, Niemeyer: maestri dell’architettura nella megalopoli-necropoli

Nel 1975, un articolo di Massimo Gennari su Domus 544 ricostruisce la storia urbana di Rio de Janeiro, e punta il dito contro un’architettura di qualità ma dal valore politico contraddittorio.

Ultime tracce della Rio coloniale. Da Domus 544, marzo 1975

Nel marzo del 1975, la copertina di Domus 544 è interamente occupata dal disegno colorato e sinuoso di un piano urbanistico di Lucio Costa per Rio de Janeiro. L’articolo a cui si rimanda, però, non è la “solita” descrizione delle prodezze concettuali, formali e strutturali del modernismo brasiliano. La Grande Rio. Megalopoli o necropoli? è il titolo ad effetto di un’appassionata, polemica ricostruzione dello sviluppo urbano di Rio, dalla fondazione della città agli anni ’70.

Nel periodo più duro della dittatura militare in Brasile, l’autore Massimo Gennari seleziona Rio come un caso studio. Attraverso questo esempio, Gennari racconta la costruzione di una città capitalista, il suo continuo adattamento e la sua inevitabile sottomissione ai diktat del profitto. Non a caso, già nelle prime righe dell’articolo mette in chiaro che le criticità di Rio potrebbero presto diventare quelle delle grandi metropoli europee e nordamericane.

Attraverso la sua prosa precisa ma densa, Gennari dichiara, in relazione alla Rio di quegli anni, che “l’esemplarità dei modelli urbani qui ipotizzati e realizzati anticipa in sostanza (…), per la maggior debolezza delle strutture che ad essa si oppongono, la ‘ristrutturazione’ sistematica dello spazio delle nostre città, già di fatto immagine e terreno delle contraddizioni e delle tensioni della società neo-capitalista”.

Prima di concentrarsi sull’attualità, però, Gennari applica il suo specifico angolo di lettura a secoli di trasformazioni urbane. In merito alla ristrutturazione haussmanniana della città di fine Ottocento, spiega che “le avenidas di 40 metri (…), i rond-points spettacolari, i revival architettonici dell’edilizia rappresentativa, definiscono in realtà il nuovo equilibrio sociale fondato sulle speculazioni immobiliari e commerciali e sulla concentrazione economica, agenti primari di quel processo tradizionale di emarginazione ed espulsione delle classi subalterne che caratterizza tutt’oggi il volto del Brasile moderno”.

Per commentare l’urbanizzazione dei litorali di Leme, Sacopacapà, Ipanema e Leblon cita Imperialismo ed urbanizzazione in America Latina del sociologo Manuel Castells, pubblicato in Italia nel 1972. Sulla scia di Castells, i primi sobborghi di Rio sono da intendersi “nell’accezione classica di ‘comunità segregate, separate dalla città non soltanto dallo spazio ma anche da una stratificazione di classe’”.

Il messaggio del modernismo, carico della sua etica rinnovatrice ed egualitaria, non trova terreno fertile in città: “È facile comprendere quale influenza abbiano potuto avere sulla minoranza intellettuale più sensibile le conferenze tenute da Le Corbusier nel suo primo viaggio del 1929 e quale conseguenza psicologicamente traumatica abbiano provocato le suggestive utopie urbane (di Rio e di Saõ Paulo) (…). Ma è altrettanto facile capire quali difficoltà di ordine politico avrebbero impedito che l’accettazione della realtà nuova indicata dai postulati razionalisti si traducesse in una revisione ‘eversiva’ della tradizionale organizzazione dello spazio sociale”.

In generale, per tutta la prima metà del ‘900 fallisce qualsiasi tentativo di pianificazione, con un’eccezione, negativa: “La politica della viabilità trova credito fintantoché le opere proposte e realizzate aprono la strada a nuove e più appetibili operazioni economiche”. Mentre proliferano le autostrade, soprattutto a partire dal decennio 1940-1950 “si viene ad ‘istituzionalizzare’ l’esistenza di formazioni sociali sempre più vaste, isolate nelle sacche marginali del retroterra e delle colline, allogate in squallidi tuguri che la smania del pittoresco ha reso tristemente celebri”. Sono nate le favelas.

Nella Rio di Gennari, tutti i potenti sono colpevoli, anche i più potenti tra gli architetti. Nelle immagini che accompagnano il testo, spiccano molti edifici progettati e costruiti da Roberto Burle Marx, Lucio Costa, Oscar Niemeyer, Affonso Reddy, solo per citarne alcuni. Salvo qualche rara eccezione e qualche distinguo pronunciato a mezza voce, la condanna è univoca, non sul piano della qualità architettonica, ma su quello del valore politico della loro opera.

“La nuova architettura” secondo Gennari “si impone con la produzione di oggetti qualificati, espressione culturale dei fermenti e delle tensioni di una minoranza intellettuale consapevole del proprio ruolo ideologico di supporto alle strategie borghesi di formazione dello spazio urbano. Musei, edifici pubblici, alberghi, cliniche, residenze, giardini punteggiano discretamente l’ordine strutturale conferendo ad esso una dignità formale, coerente con gli ideali di rappresentatività dei ceti dominanti”.

Nel frattempo, la città ha assunto la dimensione della megalopoli, ma la consapevolezza della nuova scala non si traduce in una revisione dei principi che presiedono alla sua costruzione. Al contrario, “nel nome della Grande Rio si confondono le aspirazioni di ‘grandeur’ di una borghesia consolidata dalla crescente concentrazione del profitto e di un apparato burocratico sempre più efficacemente inquadrato nella struttura oligarchica del potere (…). Il mito di Megalopoli giustifica le più spregiudicate soluzioni”.

Oscar Niemeyer, progetto per l’urbanizzazione della Baixada di Jacarepaguá. Da Domus 544, marzo 1975
Oscar Niemeyer, progetto per l’urbanizzazione della Baixada di Jacarepaguá. Da Domus 544, marzo 1975

Anche nella megalopoli, i maestri dell’architettura sono per lo meno impotenti. Lo testimonia proprio il progetto di Costa che ha guadagnato la copertina di Domus, ossia il piano-pilota per la sistemazione della Baixada di Jacaperaguá e per il nuovo polo metropolitano della Grande Rio (1969): “Privo di un supporto politico o di un diverso sostegno amministrativo rischia di trasformarsi, suo malgrado, in uno strumento raffinato di produzione e di gestione dello spazio, violentemente segregante e prevaricatore”.

Tra le righe del lungo testo di Gennari emerge un’immagine atipica dell’architettura carioca, che qui non è candida e formosa, ma fosca ed appesantita. Nella pagina di apertura, al triste scorcio di una baraccopoli si affianca il disegno di un quartiere di torri di Niemeyer, parte del piano di Costa. Gennari è tranchant: “Gli 80 edifici-torre lungo l’Avenida das Americas (…), simboli archetipi di una realtà spaziale socialmente retriva, sembrano anticipare nella loro rigida sequenza, le gelide e fatali ombre di Necropoli”. È un monito chiaro per l’urbanistica occidentale, e un invito a problematizzare l’architettura al di là delle sue qualità formali.

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