Una lunga linea di sale grosso attraversa Punta della Dogana, una delle due sedi della collezione Pinault progettate da Tadao Ando — guest editor di Domus nel 2021 — come recupero dell’ex Dogana da Mar veneziana, costruita tra il 1677 e il 1682 come terminale per le merci in arrivo via mare. Può sembrare un gesto minimale, quasi silenzioso. Ma è uno degli interventi più radicali con cui questa architettura si sia confrontata. Dall’alto, la forma costruita con il sale è quella di una nave da trasporto. Paulo Nazareth, che da oltre vent’anni lavora su rotte migratorie ed eredità coloniali, l’ha concepita specificamente per questo spazio: un luogo nato per il controllo delle merci — e quindi anche dei corpi.
Un artista ha “rotto” l’architettura di Tadao Ando a Punta della Dogana
A Venezia, la mostra di Paulo Nazareth interviene nello spazio progettato da Ando trasformandolo da contenitore neutro a dispositivo attraversato da storia, corpi e rotte commerciali, riattivando la memoria della Dogana.
Pinault Collection © Paulo Nazareth
Pinault Collection © Paulo Nazareth
Pinault Collection © Paulo Nazareth
Pinault Collection © Paulo Nazareth
Pinault Collection © Paulo Nazareth
Pinault Collection © Paulo Nazareth
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- Alessia Baranello
- 27 marzo 2026
La nave fantasma
“Nazareth è un trickster, un profanatore, anche nei confronti dell’architettura”, racconta a Domus la curatrice Fernanda Brenner. Nell’architettura di Ando, prima di oggi, i corpi non erano mai entrati: geometrie pure, luce e cemento a vista — nulla che sfuggisse a un'idea di “sublime”.
Nazareth è un trickster, un profanatore, anche nei confronti dell’architettura.
Fernanda Brenner
La nave di sale è una nave fantasma — in portoghese tumbeiro, da tumba, tomba — nome dei vascelli che trasportavano africani ridotti in schiavitù. “Lavorare a Venezia significa occuparsi di ciò che queste rotte hanno lasciato aperto”, continua Brenner. Un disegno con misurazioni, appoggiato a una parete, indica che in una stiva potevano essere stipate fino a quattrocento persone, “nello spazio che oggi attraversate”.
Punta della Dogana come crocevia
“Algebra”, la mostra in corso dal 29 marzo al 22 novembre 2026, riporta Punta della Dogana alla sua dimensione più concreta: un crocevia marittimo collocato tra Canal Grande e Canale della Giudecca, punto di approdo delle merci fin dal XV secolo. Qui si scaricavano le merci in arrivo dal mare e si pagavano i dazi, all’interno di un sistema doganale che regolava i traffici della Serenissima.
Nazareth interviene con una serie di opere al piano superiore: piccoli quadri che raffigurano le navi di migranti nel Mediterraneo come fosse pittura marittima olandese, prodotti di consumo inglobati nella resina i cui nomi e loghi evocano simboli indigeni, teschi e ossari trafugati dai musei antropologici del Brasile.
Se Ando aveva costruito uno spazio universale, Nazareth lo riporta dentro una rete di storie specifiche e diseguali. Più che intervenire sull’architettura, ne mette in crisi il presupposto: la neutralità. È l’opposto della mostra in corso alla Bourse de Commerce di Parigi, dove le opere, tutte incentrate sul tema del chiaro-scuro, amplificano l’astrazione dell’architettura del maestro giapponese. Qui, al contrario, la contraddicono.
Il cubo di Ando
Il punto di massima tensione è il cubo di Ando: il volume in cemento al centro dell’edificio che organizza lo spazio e rende leggibile l’intervento dell’architetto, imponendo un ordine netto a una struttura storicamente stratificata. È qui che Nazareth interviene, ricoprendolo con strofinacci ricamati dalla madre, i tipici panos de prato brasiliani. In Amor de Mãe, ciò che era pensato per stabilizzare lo spazio viene disallineato: il gesto domestico introduce una logica altra, affettiva e relazionale, che rompe la continuità formale del progetto di Ando.
“Nazareth porta le relazioni dentro la mostra. Il suo stesso nome è un traghettatore di quelle relazioni”, dice Brenner. La nonna dell’artista, Nazareth Cassiano de Jesus, donna indigena, ha trascorso gran parte della sua vita tra le piantagioni brasiliane e gli istituti psichiatrici di quello che è stato definito l’“Olocausto brasiliano”.
Un’altra Venezia
E poi c’è un terzo spazio, che non si vede ma attraversa tutta la mostra. È Nova Veneza, quartiere fondato nel 1891 da migranti italiani a Ribeirão das Neves, in Brasile: una Venezia spostata, trasformata. “Un quartiere povero, vicino a una delle più grandi prigioni del mondo”, dice Brenner.
Lavorare a Venezia significa occuparsi di ciò che le rotte migratorie hanno lasciato aperto.
Fernanda Brenner
È l’unica Venezia che l’artista — che ha deciso di non tornare in Europa finché non avrà percorso a piedi tutti i territori africani come esistevano prima della Conferenza di Berlino— abiterà durante la mostra. Una Venezia fantasma che vuole far sfilare per la città.
Domenica 29 marzo, dal Teatrino di Palazzo Grassi, il pubblico realizzerà un boi in cartapesta ispirato alle tradizioni del Minas Gerais. La processione attraverserà Dorsoduro e l’Accademia fino alla Dogana, mentre lo stesso percorso si compirà in contemporanea in Brasile. È una delle rare occasioni in cui una mostra della collezione privata di François Pinault — fondatore del gruppo Kering, che controlla marchi come Gucci, Saint Laurent e Balenciaga — si connette direttamente con la città. “È un lavoro che non si chiude nello spazio della mostra, ma continua a muoversi, a creare relazioni, a esistere tra luoghi diversi”, conclude Brenner.
- “Algebra”
- Fernanda Brenner
- Punta della Dogana, Venezia
- 29.03.2026 - 22.11.2026
Immagine di apertura: vista di Punta della Dogana, 2005. Courtesy Wikimedia Commons