Post-umani, post-internet

La recente mostra “Spending Quality Time With My Quantified Self” a Rotterdam ha offerto l’occasione per riflettere sul rapporto tra corpo e tecnologia nell’era Internet.

Come tutte le formule dell’era Internet, anche “quantified self” ha una definizione dai bordi un po’ sfumati. Di fatto quello a cui si riferisce – l’osservazione dei propri processi corporei tramite sensori e gadget indossabili – risale agli anni Settanta, mentre la formula oggi conosciuta pare invece sia stata coniata nel 2007 da Gary Wolf e Kevin Kelly.

In apertura: Attention Spa, 2016. Qui sopra: Jenna Sutela, When You Moved, 2014. Photo Sander van Wettum

I due editor di Wired si riferivano al crescente interesse di utenti e compagnie verso quelle tecnologie che permettono una conoscenza più immediata e approfondita del proprio corpo, con evidenti potenzialità in termini di automiglioramento e prevenzione di malattie. Che si tratti di un trend commerciale o di un movimento (parola utilizzata dai suoi teorici), è un fatto che l’ethos positivista tipico della Silicon Valley si sia fatto strada nel nostro quotidiano, dai contapassi alle app come Runtastic, dall’Apple Watch al servizio di lettura del proprio genoma offerto da 23andMe (creato dalla ex moglie di uno dei fondatori di Google). È con questa premessa che Niekolaas Johannes Lekkerkerk e Jesse van Oosten hanno messo insieme “Spending Quality Time With My Quantified Self”, mostra collettiva ospitata dal TENT di Rotterdam. Il roster di artisti internazionali che occupa gli spazi della galleria affronta la doppia natura dell’apporto tecnologico ai nostri corpi sempre più connessi: se da un lato le possibilità di quantificare e migliorare la nostra performance di essere umani si sono moltiplicate, dall’altro l’accelerazione tecnico-individualista si porta dietro un bagaglio di stress e alienazione da non sottovalutare. A un primo colpo d’occhio, l’allestimento nell’insieme è caratterizzato da un’atmosfera rilassata e intimista.

Anna Zett, Text-To-Speech, 2015. Photo Sander van Wettum

Il benvenuto ce lo dà Attention Spa, installazione delle finlandesi Anni Puolakka e Jenna Sutela che consiste in una piscinetta minimalista allestita al centro di una stanza illuminata da una luce soffusa color viola pastello (all’opening le artiste ci si sono bagnate i piedi per una performance, sedute sul bordo in circolo con alcuni presenti). Il familiare tono cromatico è un rimando sottile all'estetica Pantone che troveremo altrove nella mostra, mentre il relax introspettivo suggerito dalla piscina in sé è rinforzato dall'asse creato con altre due delle opere, che intravediamo attraverso la porta: Text to Speech, di Anna Zett, e When You Moved, della stessa Sutela. La prima comprende delle cuffie appese al soffitto e uno sgabello per un singolo ascoltatore, circondati da una tenda da doccia. L'audio è una riflessione dell'artista sull'uso standard dell'inglese americano robotizzato nel mondo dell'arte, come voce del capitalismo e alienazione dal proprio corpo. La seconda è costituita da tre sdraio sistemate davanti a uno schermo racchiuso in un mini-cinema sospeso. Il video mostra una donna che racconta di asteroidi e di un futuro fantascientifico mentre corre su un tapis roulant. Come evidente già in questi esempi, l’allestimento è efficace nel sedurre il visitatore con la sensualità di superfici, toni e trasparenze, per poi interrogarlo a bruciapelo sull’incommensurabile.

Kate Cooper, Experiments in Absorbtion, 2015. Photo Sander van Wettum

Due casi agli antipodi tra loro sono le opere di Kate Cooper e Maki Ueda, la prima delle quali presenta Experiments in Absorption, videoscultura composta da tre schermi sui quali viene simulato il contatto tra materiali molto fisici – un corpo, dell’acqua, del fumo – tramite una grafica 3D neobarocca. Il lavoro dell’artista giapponese – Deconstructing Body Odeur (and Reconstructing) – isola invece il corporeo sotto forma di sudore in boccette appese al soffitto e allineate ordinatamente a dispetto della propria oggettiva incatalogabilità, testimonianza dell’umano reso impenetrabile da un design minimalista. Più discorsivi e articolati sono Revitalise, videoriflessione di Alexandra Navratil riguardo all’impatto di ergonomia e termodinamica sulla performance lavorativa del corpo umano, e TLTRNW (Too Long To Read And Write) di Amy Suo Wu, che invece investiga il rapporto tra linguaggio, identità e tecnologia tramite video e stampe a muro che illustrano lo scarto tra acronimi ed espressioni facciali. I lavori più aggressivi, per implicazioni o estetica, sono convenientemente defilati rispetto agli altri. Proiettato in una stanza a sé, il video a tre canali Highway di Momu & No Es è un’allucinante viaggio su un’autostrada immateriale fatta di immagini prese a manciate dalla cultura pop di Internet, accompagnato da musica festaiola.

Momu & No Es, Highway, 2014. Photo Sander van Wettum

Sistemata discretamente dietro un angolo, invece, Nothing Really Matters di Miloš Trakilović è l’installazione più dark di tutte: quattro tappetini yoga rosa shocking sono allineati ad altrettanti poster dove, con uno sfondo desktop da Mac, si possono leggere istruzioni per trasportare vittime e feriti in un contesto di guerra. In questo caso la prospettiva dell'ottimizzazione personale viene contrapposta alla banalizzazione di una realtà spesso brutale. Bilanciata nei contenuti e coerente con le proprie premesse, la mostra di Lekkerkerk e Van Oosten è un riuscito connubio tra estetica post-Internet e riflessione sul post-umano. A differenza di altri allestimenti incentrati sull’estetica della tecnologia contemporanea, infatti, esprime la ricchezza dei temi che discute con un linguaggio espositivo sottile, cosa che la rende leggibile a più livelli.

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