A Fregene, c’è una casa che non avrebbe mai dovuto restare uguale a sé stessa. Quando Giuseppe Perugini, Uga De Plaisant e Raynaldo Perugini la progettano tra il 1968 e il 1975, immaginano infatti un edificio capace di crescere, trasformarsi e accogliere nuovi pezzi nel tempo. La chiamano Casa Albero. Oggi non è abitata, ma continua a essere accessibile grazie alle aperture al pubblico curate da Open House Roma, in cui a fare da guida è lo stesso Raynaldo.
Vicino a Roma c’è una casa vivente, una delle architetture più folli del ’900 italiano: ora puoi visitarla
Sul litorale laziale, Casa Albero è l’utopia realizzata di Giuseppe Perugini, Uga De Plaisant e Raynaldo Perugini: un edificio pensato per crescere, ramificarsi e cambiare, oggi visitabile durante alcune aperture al pubblico.
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- Nicola Aprile
- 24 giugno 2026
Seppure spesso fraintesa e chiamata “casa sull’albero” o “casa tra gli alberi”, la più originale delle ville per le vacanze sul litorale romano è proprio una Casa Albero. Significa che è capace di crescere, ramificarsi e dare frutto, rifiutando di credere alla combinazione architettura = immobilità. Non è certo l’unica: tra gli anni Sessanta e Settanta c’era, in diversi luoghi del mondo, una certa voglia di immaginare edifici capaci di mutare a seconda delle esigenze, crescere o essere “potati”. In Giappone la chiamavano architettura metabolista e, prima che fosse demolita nel 2022, se ne poteva vedere un esempio nella Nakagin Capsule Tower di Tokyo, del 1972: un grande tronco di cemento su cui si imbullonavano e sbullonavano capsule, mini case complete di tutto.
Allo stesso modo può crescere la casa al mare che Giuseppe Perugini costruì per sé con sua moglie Uga De Plaisant e suo figlio Raynaldo Perugini, “i tre P”, tutti architetti. Non è abitata, ma neppure abbandonata e tantomeno dimenticata: dalla campagna di Bottega Veneta a quella di Fendi, ambientata lì per volere dello stesso Lagerfeld, diversi film e perfino un videoclip della Dark Polo Gang hanno contribuito a renderla nota.
Una struttura che può ramificarsi
La casa è seminascosta e ombreggiata dalle chiome sempreverdi di pini e lecci ed è perimetrata da un muretto in cemento e ferro verniciato di rosso, gli stessi materiali di cui è fatta l’intera struttura. Un sistema di pilastri in cemento armato sospende e sorregge superfici sempre in cemento, che diventano solai e muri perimetrali e costruiscono un gioco di dislivelli e bucature riempite dagli infissi in metallo rosso, come altri elementi: i giunti e la scala che porta dentro questo esperimento dell’abitare. Uscendo dalla griglia di linee e superfici ortogonali, i servizi dichiarano con la forma convessa della loro scocca la funzione. Come in una maglia di trama e ordito, alla rete di segmenti strutturali si possono addizionare nuove componenti oppure sostituire o eliminare quelle esistenti, prodotte in officina, trasportate in loco e assemblate. Ad accentuare la sensazione di spazio infinitibile, una vasca d’acqua sottostà alla massiccia e brutale struttura e la specchia moltiplicandola. Degli interni, oggi spogliati di tutti gli arredi mobili, rimangono i pavimenti in granito e si apprezzano le diverse altezze che, senza ricorrere al dispositivo “parete”, disegnano le stanze.
Non una casa, ma tre esperimenti
Ma la villa dei Perugini a Fregene non è solo un esperimento di architettura: sono tre. Nello stesso lotto abitano, oltre alla grande Casa Albero, due costruzioni domestiche del tutto lontane da qualsiasi riferimento esistente allora, ma anche oggi. Prendono il nome di “Palla” e “Cubetti” per via della forma. La prima è una sfera di cinque metri di diametro in cui un taglio trasversale genera un portale d’ingresso circolare e doveva funzionare come mini casa indipendente, ma gli interni non furono mai completati. In compenso, le due calotte in cemento avevano caratteristiche acustiche perfette perché Raynaldo ne facesse la sua sala prove. I Cubetti, invece, sono tre moduli generati dalla forma del quadrato e costruiti sempre con gli stessi materiali: in meno di 40 metri quadri trovano spazio due camere, due bagni e una cucina.
Di tutti gli attributi assegnati a questa casa — sperimentale, futuristica, brutalista, scultorea, infinita, costruttivista — il più significativo riguarda forse il fatto che si tratti di un’utopia realizzata: un laboratorio in cui i concetti e le teorie degli architetti utopisti si sono concretizzati, rendendolo un’eccezione tra i tanti progetti rimasti su carta. Tra questi, il più avanguardistico dello stesso Giuseppe Perugini è forse l’Ospedale Cibernetico, un edificio che immagina le diverse sale funzionali come molecole aggregate elettronicamente e capaci di muoversi all’occorrenza, stravolgendo l’archetipo dell’architettura ospedaliera, basata principalmente sulla logica dei percorsi.
Immagine di apertura: Courtesy Open CIty Roma