Così lontani, così vicini

Nel padiglione centrale dei Giardini della 13. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, le irlandesi Shelley McNamara e Yvonne Farrell dialogano con il brasiliano Paulo Mendes da Rocha.

Nelle Ande del Perù meridionale, una città di pietra si arrampica sulla montagna: a Machu Picchu, le costruzioni si adattano al profilo altimetrico con una maestria che non smette mai di sorprendere. Al di là dell'Oceano Atlantico, invece, un insediamento urbano che pare scolpito nella roccia emerge dal culmine di una piccola isola. Sperduto a 17 chilometri dalle coste irlandesi del Kerry, è il monastero dell'isola di Skellig Michael.

Sono luoghi remoti, situati in dimensioni geografiche differenti. Sono stati eretti in secoli diversi, ma esiste un sottile fil rouge che li unisce anche da molto lontano. Ed è questo il tema che Shelley McNamara e Yvonne Farrell di Grafton Architects esplorano nell'installazione che accoglie i visitatori nel padiglione centrale dei Giardini. Secondo le due progettiste irlandesi, Machu Picchu e Skellig Michael "narrano, in qualche modo, la stessa storia. Questi complessi artificiali contrappongono l'intimità dell'abitazione con l'enormità dell'Atlantico e delle Ande".

Da un passato molto remoto questo tema fluisce nel presente, e il confronto tra mondi lontani (ma anche metaforicamente vicini) si ripropone nel dialogo che, in occasione della Biennale di Venezia, McNamara e Farrell hanno aperto con il brasiliano Paulo Mendes da Rocha. Una conversazione che si svolge a distanza attraverso una serie di disegni, schizzi e plastici. Questi ultimi vanno dalla scala generale (piccole sculture intagliate in blocchi di pietra calcarea francese) a quella gigante (tutti realizzati in carta pesta).

In alto e sopra: l'installazione di Grafton Architects e Paulo Mendes da Rocha per la 13. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. Il disegno sullo sfondo (foto in alto) mette a confronto la planimetria della UTEC di Lima con la pianta dello stadio Serra Dourada di Goiâna (foto di Alice Clancy)

Le parti in gioco presentano una posizione condivisa: interpretano l'architettura come "la geografia del costruito" e scavano, all'interno di volumi in cemento armato (materia prediletta da entrambi), sequenze di vuoti che fanno penetrare luce, aria e l'esistenza della città là dove non sarebbe possibile. Da una parte, le Grafton presentano il loro progetto per il campus universitario della UTEC a Lima, Perù. Dall'altra, si riconosce la lezione comune che lega questo intervento al progetto per lo stadio Serra Dourada che Mendes da Rocha progettò nel 1973 per la città brasiliana di Goiâna.

Il nuovo mondo e il mondo antico a confronto: a sinistra, uno scorcio dello stadio Serra Dourada progettato da Mendes da Rocha e, a destra, le rovine di Machu Picchu (foto Biennale di Venezia)

McNamara e Farrell interpretano il campus universitario come fosse "un'arena per l'apprendimento", mentre Mendes da Rocha ha affrontato il tema dello stadio—arena sportiva per eccellenza—come luogo monumentale, dedicato al calcio sì, ma non separato dal tessuto urbano, trasformando così un'infrastruttura in un "paesaggio costruito". Nel caso di queste tre persone, molte sono le affinità in gioco e, quando l'unione fa la forza, i risultati non si fanno certamente attendere: il Leone d'Argento assegnato a quest'installazione—un'opera immaginata a cavallo di due continenti—è davvero meritato.

L’installazione dimostra che l’apertura alle influenze esterne è un punto di partenza, un prerequisito per la buona architettura
I plastici in carta pesta dello stadio (foto Biennale di Venezia)
Da sinistra: Shelley McNamara e Yvonne Farrell (foto di Alice Clancy)
Il design team di Grafton Architects (foto di Alice Clancy)