Tema Hima: The art of Living in Tohoku, la mostra curata da Naoto Fukasawa e da Taku Satoh, pone l'attenzione sul concetto del tempo, valore di grande importanza nell'arte del fare del Tohoku, regione del nord-est del Giappone, severamente colpita dal terremoto del marzo 2011. Attraverso la collezione di circa 100 fra oggetti, fotografie e video in mostra si sente subito una grande voglia di verità, di riconnettersi ai cicli della natura, di lasciare che il tempo mostri l'essenza delle cose, di fare le cose con le mani.
Penetrare l'essenza ruvida delle cose
Per tre mesi, un team composto da designer, uno specialista in discipline alimentari, un giornalista, un fotografo un video artista hanno viaggiato per le sei prefetture del Tohoku. Hanno visitato ambienti e luoghi dove il livello di finzione è minimo, dove le storie delle persone magari sono grezze e antiche, ma ritengono in sé una particolare freschezza e fragranza. Il risultato di queste ricerche è il racconto per oggetti — soprattutto cibi e utensili — e immagini di quello che essi hanno visto nel Tohoku.
Vi è in Tema Hima la sensazione che i curatori siano riusciti a penetrare l'essenza ruvida e pulsante delle cose. Sono andati alle fondamenta del modo di vivere della popolazione. Il ritratto di gruppo che ne viene fuori è fatto di sostanza: contadini che raccontano delle loro tradizioni, artigiani che instillano la loro vita all'interno delle loro creazioni, incontri con giovani talenti locali interessati a esaminare nuove possibilità di produzione. Oggetti dalla bellezza intrinseca, frutto non del prodotto di un genio individuale, ma bensí figlie del potere collettivo della tradizione, una bellezza impersonale che appartiene a tutti.
Tema Hima: la bellezza della verità
Attraverso 100 fra oggetti, fotografie e video, Naoto Fukasawa e Taku Satoh raccontano il loro viaggio tra la popolazione del Tohoku, dove dopo la tragedia dell'11 marzo 2011 si respira un'aria nuova.
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- Salvator-John A. Liotta
- 04 maggio 2012
- Tokyo
Lasciare che il tempo dia sapore alle cose
I manufatti in mostra hanno la particolarità di non essere preparati per essere venduti. Quindi oggetti che esulano dalla logica commerciale, nessun cliente da sedurre o convincere. Si tratta di cibi e oggetti prodotti per rendere omaggio a una divinità o per ricordare i propri antenati come per esempio il dolce Shimi Mochi o come come i Dagashi, cibi rituali per attirarsi la buona fortuna.
Nel Tohoku, l'inverno è lungo, la neve copre tutto per mesi, e resistere è da sempre stato una sfida delle popolazioni di questi luoghi. Gli oggetti e i cibi di Tema Hima sembrano siano fatti in collaborazione con la natura o per resistenza nei confronti di essa: e forse per questo sanno di inverno, di neve e freddo, ma anche di calore affettivo, di fuoco e sopravvivenza. Hanno la bellezza delle cose vere e la maestria passata di generazione in generazione.
Le mani
Nell'era del digitale (dal latino digitus) dove il dito è metafora del moderno e la fa da padrone, al contrario in Tema Hima, vi è un attenzione specifica per le mani e quello che esse sono capaci di fare. Vi sono mani dappertutto, dall'inizio alla fine della mostra, nella prima sala all'interno dei video e nei ritratti presenti nell'ultima sala. Sono mani forse non belle, ma vere e vissute, che testimoniano l'amore per il fare, per i materiali, e per la trasformazione. Sono mani indispensabili per produrre cibi come fossero oggetti d'arte come il Koori Doufu – un tofu secco – che ha bisogno di essere messo fuori di casa la notte a temperature sotto zero – così da farlo diventare morbido, spugnoso per poi poterlo legare con un filo attraverso una tecnica che solo pochi artigiani specializzati padroneggiano. O anche i Nawahoshi Iwana, pesci affumicati che abbisognano di essere abbrustoliti a fuoco lento per 5 giorni e poi seccati.
Dopo la tragedia dell'11 marzo 2011, si respira un'aria nuova: ci si guarda dentro, si cercano soluzioni per rinnovare il paradigma dominante, si preferirebbe non forzare, ci si vorrebbe riconnettere nuovamente ai cicli della natura
Cambio di paradigma: da "isshokenmei" a "murishinaide"
Dopo la tragedia del marzo 2011, il Giappone sta cercando di capire quale rotta prendere per il futuro. Naoto Fukasawa intervistato da Domus, parlando della necessità di ricollegarsi ai cicli della natura, sostiene che è il momento di usare l'espressione "murishinaide", "non forzare".
Vi sono due espressioni – "isshokenmei" e "ganbatte", "non lasciarti vincere" e "persevera" – che descrivono bene lo spirito combattivo del Giappone: esse sono state i mantra ripetuti dentro casa e negli uffici, in fabbrica e nelle scuole, che hanno accompagnato l'ascesa economica del Sol Levante per tutto il 900. Il prezzo pagato in termini di cambiamenti sociali e perdita di valori culturali è pero difficilmente calcolabile.
Ora, dopo la tragedia dell'11 marzo 2011, si respira un'aria nuova: ci si guarda dentro, come in Tema Hima, si cercano soluzioni per rinnovare il paradigma dominante, si preferirebbe non forzare, ci si vorrebbe riconnettere nuovamente ai cicli della natura.
La natura come designer
Da un punto di vista olistico, la differenza di atteggiamento alla quale invita Fukasawa è forse racchiudibile nella metafora dell'energia vitale Qi che secondo il buddismo Zen serve per mediare tra il caos della natura e l'organizzazione della società. Da un certo momento in poi abbiamo usato troppa energia Yang, maschile, piena e dirompente e poco l'energia Yin, femminile, fatta di vuoti e accettazione. Fukasawa spiega ciò attraverso la parola "shutaku", ovvero le forme che risultano dall'azione congiunta delle sfregamento delle mani sulla materia e dell'usura del tempo. Un po' come quando Munari disegnava il mestolo senza una parte del pezzo di sopra, già arrotondato. Una forma risultante dall'azione temporale data dall'uso, ma inglobata in modo preventivo nel design.
Un po' più libera dalla finzione
La gente del Tohoku è serena ma non pacificata. Si tratta di gente che lotta ogni giorno contro il rigore dell'inverno, lo spopolamento della regione, l'economia a pezzi delle zone rurali e non ultimi tsunami e terremoto. Ed è proprio attraverso questa lotta che la gente di qui sembra vivere uno stato di verità sia fisico che morale un po' più libero dalla finzione rispetto ad altri.
Tema Hima serve da pretesto per riflettere sulla deriva che il mondo ha preso distanziandosi dalla genuinità della produzione artigianale per affidarsi ai derivati della industrializzazione di massa, perdendo in qualche modo quella verità che il mondo artigianale e la sua sapienza rappresentano. Essa mira a identificare degli indirizzi per il futuro del design ispirandosi alla saggezza popolare e all'ingenuità creativa della cultura collettiva della gente del Tohoku.
Riconnettersi ai cicli della natura
Che sia possibile riconnettersi ai cicli della natura è possibile, ma improbabile senza una forte volontà. Secondo Fukasawa, il solo fatto che oltre alla metropoli – e i suoi riti consumistici, altrimenti impossibili senza la grande produzione di massa – vi siano anche degli stili di vita come quelli raccontati in Tema Hima è una boccata d'aria che permette sia di gioire della bellezza di questi oggetti, sia di ripensare le dinamiche di creazione e produzione del design. In definitiva la mostra mira a identificare degli indirizzi per il futuro del design ispirandosi alla saggezza popolare e all'ingenuità creativa della cultura collettiva della gente del Tohoku.
Tema Hima idealmente completa The Spirit of Tohoku: Clothing, mostra che Issey Miyake – direttore insieme a Fukasawa e Satoh del 21_21 Design Sight – aveva voluto sui vestiti e le tradizioni del Tohoku. Il 21_21 Design Sight ha come obiettivo primario la ricerca e promozione di un design inteso come modo di vivere sano, capace di cambiare il mondo e di non accettarlo per così come viene.
Fino al 26 agosto 2012
Tema Hima: The art of Living in Tohoku
21_21 Design Sight