La prima copertina protagonista del rinnovamento grafico di Domus curato da Onlab rappresenta un cavallo. Il fotografo, Tim Flach, famoso per l'abilità nel ritrarre animali, ha girato l'intero globo per cercare di cogliere la segreta natura del cavallo (dalla fredda fierezza dei lipizzani, al temperamento selvatico dei Mustang del deserto dello Utah, ai cavalli Marwari dell'India, alla ruvida bellezza degli islandesi). Il risultato diventerà un libro intitolato Equus.

Del cavallo arabo della copertina, l'unica informazione che abbiamo è che è ferito perché la maschera che ha sul volto (e che gli dà l'aria di un pugile abituato a salire sul ring) ha funzione di protezione per alleviare il decorso di un'operazione chirurgica. La foto fa parte di una serie di 10 dal titolo Masks in cui l'autore descrive l'effetto ambiguo dei dispositivi che l'uomo ha creato per il cavallo: dalle maschere per misurare la respirazione all'intera gamma di protezioni (dagli insetti, dagli urti, dal freddo…).

Nicolas Bourquin e Sven Ehmann, gli art director di Onlab, dichiarano di aver scelto quest'immagine non solo per il suo carattere misterioso ma anche perché il cavallo è parso loro la perfetta trasposizione in immagine del termine 'vigoroso', che il direttore Flavio Albanese usa spesso per descrivere la sua idea di Domus. Se il vigore fa riferimento alla "forza vitale propria di ogni organismo vivente", il compito che si propone la rivista è quello di tracciare una sorta di diagramma di questa vitalità interna allo scorrere delle cose. E infatti, anche loro sostengono: "Il cavallo da corsa è elegante, forte, altamente 'professionale'; malgrado tutto, però: selvaggio nell'intimo".

Per quanto riguarda la grafica, l'elemento più evidente della nuova Domus è l'aspirazione a trasformare la gabbia – lo strumento su cui ruota, in editoria, la composizione della messa in pagina – in qualcosa di più fluido, meno rigido, libero e aperto: insomma l'aspirazione è quella di costruire un sistema che permetta di passare dalla struttura a un flusso. In questo modo il legante che tiene insieme le cose è più che altro un ritmo, un po' come accade in musica dove è la partitura a raccogliere la scrittura di ogni singola voce dell'insieme: a segnare il passo per tutti. In un certo senso anche la copertina interpreta quest'aspirazione a passare dalla struttura a un flusso: da un'immagine fissa, chiara, definita a una cangiante, mutevole, aperta alle interpretazioni. La copertina è infatti ancora più intimamente costruita con il suo involucro di cellophane perché la sovrapposizione delle due immagini dà vita a una terza, destinata però a svanire nel momento stesso in cui si apre la rivista: l'immagine si consuma con il gesto stesso di scartare la rivista, e la rimozione, lo scarto del suo rivestimento.

Di solito l'immagine di copertina corrisponde a un'affermazione: dà il senso dell'intero numero perché, in genere, è quella che meglio racconta la visione che ha guidato le scelte all'interno della rivista. In questo modo, l'immagine che giunge forte e chiara, si sfuma in un racconto su più livelli. Ciò che appare nitido e definito, rivela di essere soltanto una parte di un'altra immagine, anche importante, che non possiede però un significato univoco. È solo un frammento di un discorso che possiede altri punti di vista, si moltiplica, si confonde, diventa parte di un'immagine densa di mistero e di non detto: come l'occhio della misteriosa fantina che rivela di essere, in realtà, l'occhio di un misterioso cavallo. F.P.