Quel che ci fa amare il guscio

Attraverso le superfici si innesca una relazione emozionale con lo spazio. È questa intensità a determinare il successo di un progetto.

Un punto di dialogo tra concept e vissuto, tra visione progettuale e realtà abitata. Da puro elemento funzionale, o tutt’al più decorativo, le finiture d’interni sono oggi un elemento determinante nella progettazione degli spazi, nei contesti domestici come nel retail, dai luoghi dell’ospitalità agli ambienti aziendali. In un momento storico in cui a guidare l’intervento architettonico o del design è l’esperienza dell’utente, ecco che i materiali e i colori, le texture e la relazione che le superfici innescano con le sensazioni visive, tattili, olfattive e sonore sono gli elementi che fanno la differenza tra spazio e ambiente. Vale a dire, tra la semplice volumetria e un luogo che possa esser vissuto e trasmetta emozioni. Come sottolinea Mario Bisson, professore associato presso il dipartimento di Design del Politecnico di Milano, dove ha avviato il laboratorio interdipartimentale EDME (Environmental Design and Multisensory Experience), “il rapporto tra individuo e architettura – che sia un oggetto, un ambiente o un sistema – passa sempre attraverso una superficie”. Secondo Bisson, la progettazione ha a lungo considerato le finiture come una fase finale del processo, quasi un completamento estetico di scelte tecniche già definite. Oggi, invece, la prospettiva si è rovesciata: è la dimensione emozionale e percettiva a guidare le scelte. “La funzione è data ormai per scontata: quando compriamo un oggetto un – telefonino, o un’auto – è ovvio che ‘funzioni’. Ciò che fa la differenza è l’emozione che genera in noi. Questo vale anche per gli spazi”.

Foto Andrea Ferrari

Si tratta di un passaggio che ha implicazioni profonde per l’industria dei materiali. Se un tempo l’ambito delle superfici era dominato da parametri tecnici come resistenza, composizione chimica, prestazioni, oggi il valore aggiunto si gioca sulla capacità di instaurare relazioni sensoriali e narrative con l’utente. L’ampio settore delle finiture si trova così oggi a essere terreno d’innovazione. Dalla ceramica ai laminati, dalle resine alle superfici cementizie, le aziende investono in tecnologie capaci di ampliare le possibilità espressive e performative dei materiali. 

Bisson osserva come la creatività dell’industria italiana continui a distinguersi proprio in questo ambito. “L’Italia ha espresso figure come Clino Trini Castelli e Andrea Branzi, che già negli anni Settanta lavoravano sul CMF Design (Color, Material, Finish)”, sottolinea. Abbiamo un patrimonio di cultura e di cultura industriale che, per aziende che sono piccole in termini di dimensioni, costituisce il vero vantaggio competitivo, da non perdere e anzi da valorizzare. Se pensiamo alla ceramica, per esempio, vediamo come negli ultimi anni si siano raggiunti livelli straordinari: sistemi di stampa che permettono variazioni cromatiche su singole piastrelle, superfici tridimensionali, lavorazioni fuori spessore. Lo stesso vale per i laminati o per nuove tecniche che permettono di trasferire materia sulle superfici, creando texture con un rilievo fino a tre millimetri”.

Le innovazioni non rispondono solo a esigenze estetiche. Sono sempre più spesso accompagnate da una forte attenzione alla sostenibilità: materiali riciclati, processi produttivi a basso impatto ambientale, superfici capaci di migliorare la qualità dell’aria o di ridurre il consumo energetico degli edifici. Il risultato è una nuova generazione di materiali ibridi e altamente performanti, nei quali tecnologia e sensorialità convivono. Reagiscono alla luce, si modificano nel tempo, invitano al contatto e, al tempo stesso, garantiscono alta durabilità e richiedono una manutenzione ridotta. 

Foto Andrea Ferrari

Per i progettisti, il tema delle finiture d’interni rappresenta prima di tutto una questione compositiva. Arianna Lelli Mami, fondatrice con Chiara Di Pinto di Studiopepe, utilizza un’immagine efficace per descrivere il punto di arrivo di questo percorso: la composizione armonica del ‘guscio’. Ovvero la combinazione “delle tre variabili auree dell’interior – spazio, luce, finiture – che costituiscono l’80 per cento di un progetto d’interni. Se il guscio è debole o di scarsa qualità, qualsiasi oggetto o arredo inserito successivamente, anche se preziosissimo o ricercato, non riuscirà a compensarlo”. Pareti, pavimenti e rivestimenti costituiscono quindi la struttura sensibile dell’ambiente: ciò che ne definisce il carattere nel tempo. Lelli Mami spiega, per esempio, come sia interessante lavorare non solo con i marmi pregiati, ma anche con pietre meno nobili – brecce, graniti, ceppi, valorizzandole con finiture opache o lavorazioni idrojet che ne esaltano la dimensione materica. “La differenza non la fa più il blasone del materiale, ma il modo in cui viene lavorato. Una pietra povera può diventare straordinaria se trattata con lavorazioni capaci di trasformarla quasi in una superficie scolpita”.

Quest’attenzione si riflette anche nella riscoperta di formati più piccoli e modulari per pavimenti o rivestimenti a parete. Piastrelle 20 x 20 cm, fughe visibili, composizioni ritmate che trasformano la scansione dello spazio in elemento progettuale. Ciò che un tempo era considerato un limite o un difetto – la presenza delle fughe, la discontinuità del materiale – diventa oggi un segno grafico e architettonico.

Accanto alla materia, il colore è l’altro grande strumento compositivo. Secondo la designer, si osserva una tendenza verso palette più morbide, dominate da mezzi toni naturali: “Si avverte un bisogno diffuso di ambienti più raccolti. Il colore si muove quindi su tonalità smorzate, quasi morandiane: ruggine, fango, rosa polverosi. Non sono nuance neutre, ma colori che lavorano in armonia con la luce e con la materia”. All’interno di queste composizioni è poi divertente inserire un elemento inatteso – una superficie lucida, un accento cromatico più deciso – capace di interrompere l’equilibrio e di generare tensione visiva.

Foto Andrea Ferrari

La crescente complessità dei materiali ha reso possibile un dialogo sempre più stretto tra qualità estetica e prestazione tecnica. Se in passato alcune superfici – come resine o cementi – erano considerate fragili o di difficile manutenzione, oggi le tecnologie di produzione hanno migliorato significativamente la loro resa. Il tema della durata resta infatti centrale: in un’epoca dominata dal consumo rapido e dal fast design, molti progettisti rivendicano il valore di materiali autentici e destinati a invecchiare bene. Questa tensione tra la dimensione evocativa delle superfici e le prestazioni fa da guida anche al ragionamento di Britt Moran e Emiliano Salci, fondatori di Dimorestudio: “Un materiale deve funzionare e durare nel tempo, ma non possiamo sacrificare l’emozione alla tecnica”. Lo sforzo è trovare soluzioni dove estetica e performance si rafforzino a vicenda. “Oggi l’innovazione nelle finiture si concentra soprattutto sui materiali: superfici ibride, sostenibili, tattili, otticamente dinamiche, che interagiscono con la luce o con il tempo”, prosegue il designer. “I trend principali riflettono una ricerca di autenticità e materialità: texture artigianali, superfici naturali reinterpretate, colori profondi e finiture che invitano al tatto. L’innovazione non è solo tecnica, ma anche poetica: riguarda la capacità di un materiale di trasformare la percezione dello spazio e l’esperienza di chi lo abita”.