Maria Luisa Palumbo

Polis e politica del cambiamento climatico

La conferenza mondiale sui cambiamenti climatici di Parigi COP21 è giunta a un accordo positivo, più per il riconoscimento del problema che per la sua efficacia immediata, ma da anni reti di città in tutto il mondo stanno già applicando piani urbanistici e fissando obiettivi che vanno nella giusta direzione. Anche contrastando le resistenze dei governi centrali o di interessi di parte.

L’accordo c’è. Delegati di 195 nazioni (ovvero di tutti gli stati nazionali riconosciuti a livello internazionale), hanno raggiunto un accordo vincolante per contenere il riscaldamento globale al di sotto della soglia di 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali.
Pur non essendo ancora completamente soddisfacente (tanto per la rinuncia ad affermare il principio di “decarbonizzazione”, cioè di completo abbandono dei combustibili fossili, quanto per la mancanza di definizione delle azioni di adattamento e resilienza), l’accordo segna una svolta epocale.

Come affermato dal segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon “Siamo entrati in una nuova era di cooperazione globale affrontando una delle questioni più complesse con cui l’umanità si sia dovuta confrontare. Per la prima volta, tutti i paesi del mondo si impegnano a ridurre le proprie emissioni, a rinforzare la resilienza e a unirsi per la causa comune del cambiamento climatico. È un successo straordinario per il multilateralismo.” [1]

Al di là del contenuto specifico dell’accordo, ciò che è davvero straordinario, come sottolineato da Ban Ki-Moon, è come la questione ambientale sia diventata, in circa vent’anni, il baricentro di una nuova scena politica che scavalca gli attori e i confini degli stati nazionali. E, tanto alle radici di questo processo quanto al centro della nuova scena, stanno proprio le città.

La questione ambientale è diventata il baricentro di una nuova scena politica che scavalca gli attori e i confini degli stati nazionali che vede al centro le città

Molto prima infatti che il famoso rapporto Stern (2006) gli attribuisse il 75% della responsabilità delle emissioni globali di Co2, alcune città (spesso piccole e periferiche) diventavano laboratori di una forma inedita di assunzione di responsabilità, alla ricerca di risposte al cambiamento climatico, scavalcando o incalzando i rispettivi governi centrali (i propri referenti gerarchici in verticale) e costruendo alleanze trasversali (e orizzontali, cioè senza referenti amministrativi di grado superiore) rispetto ai confini nazionali.

Verso la fine degli anni ‘80, ben prima della Conferenza delle Nazioni Unite a Rio sul Cambiamento Climatico (il così detto Summit della Terra del 1992), nascono tre importanti network transnazionali di città: l’International Council for Local Environmental Initiatives, rete di città americane e canadesi, conosciuta come ICLEI (successivamente allargatasi nel network internazionale Cities for Climate Protection CCP), il Climate Alliance, alleanza tra città tedesche, austriache e olandesi, ed Energie-cités, rete di città tra Francia, Inghilterra, Germania. Sono questi network tra città a individuare nell’efficienza energetica e nel governo delle emissioni il cuore di una nuova esigenza e istanza politica.

La questione ecologico-climatica è uno dei nodi centrali di una riconfigurazione dell’autorità al di là degli stati nazionali e delle loro istituzioni radicata nelle città e in una nuova idea di cittadinanza
Su questa capacità di governo (o di “carbon control”) si misura la nuova sfida urbana ed emerge, in parte, la crisi degli stati nazionali, sfidati dalla dimensione globale delle questioni ma anche a livello locale dalla maggiore flessibilità e capacità di azione delle città. Lo stesso accordo di Kyoto, siglato “soltanto” da 37 paesi e dall’Europa, per quanto primo e fondamentale accordo vincolante per la riduzione delle emissioni, impiega ben otto anni per entrare in vigore. E negli USA, laddove l’amministrazione Bush rifiuta di firmare, il sindaco di Seattle Greg Nickels (nel 2005 alle prese con una improvvisa mancanza di neve che mette in difficoltà il sistema idrico ed energetico della città), rivendica il ruolo delle città nell’affrontare il cambiamento climatico, proponendo ai suoi pari di elaborare un accordo orizzontale, il Climate Protection Agreement (che sbarcherà in Europa nel 2009 come Patto dei Sindaci ), che otterrà in pochi anni l’adesione di mille città.
Le reti di città interpretano o inquadrano il cambiamento climatico rispetto alle questioni locali
Nel frattempo, intorno al 2005, altri attori emergono sulla scena della governance climatica e, ancora una volta, è la città il contesto che li legittima e li radica: sono reti di soggetti privati, come l’importante C40, Cities Climate Leadership Group , ma anche nuove reti di cittadinanza attiva, come il movimento Transition Towns . Queste reti allargano il tema della risposta al cambiamento climatico, rivendicandone tanto la priorità sociale quanto la leadership strategica, rispetto ai governi centrali. Soprattutto, queste reti interpretano o inquadrano il cambiamento climatico rispetto alle questioni locali, individuando nelle misure di mitigazione e adattamento una opportunità per crescere e riposizionarsi sulla scena globale. Esemplari i casi delle recenti trasformazioni urbane di Malmo, Copenhagen, Amburgo o Lione .

E se le città pioniere delle reti di fine anni Ottanta erano tendenzialmente città medio piccole dell’emisfero Nord, sulla soglia della prima decade del nuovo millennio molte città capitali e aree metropolitane del global South cominciano a mobilitarsi. Con loro anche i grandi organismi internazionali come la Banca Mondiale, che nel 2009 ospita l’Urban Research Symposium on Climate Change, e il programma delle Nazioni Uniti UN-HABITAT, il cui rapporto annuale del 2011 riflette sulle implicazioni urbane del cambiamento climatico.

Il resto è storia più vicina a noi. Ma, ancora, se a livello nazionale sul territorio italiano per esempio fino a ieri si autorizzavano nuove trivellazioni a ridosso di coste turistiche (generando una crisi istituzionale tra governi locali e centrale), il nuovo Patto dei Sindaci europei fissa per il 2050 una transizione verso il 100% di energie rinnovabili e una riduzione del 80% delle emissioni climalteranti.

Le città non sono solo il malato da curare ma anche il malato alla ricerca della propria cura

Come ha ribadito il Sindaco di Parigi Anne Hidalgo accogliendo i partecipanti alla COP21, le città non sono in attesa di una soluzione: “noi ci stiamo dando da fare per ottenere una soluzione possibile”.

Per chi si occupa di architettura e città questo significa ribadire che le città non sono solo il malato da curare ma anche il malato alla ricerca della propria cura. Dal punto di vista del futuro della politica, questo scenario ci racconta come la questione ecologico-climatica sia uno dei nodi centrali di una riconfigurazione dell’autorità al di là degli stati nazionali e delle loro istituzioni, ancora o di nuovo radicata nelle città e in una nuova idea di cittadinanza.


[1] UN Secretary General Ban Ki-moon said: “We have entered a new era of global cooperation on one of the most complex issues ever to confront humanity. For the first time, every country in the world has pledged to curb emissions, strengthen resilience and join in common cause to take common climate action. This is a resounding success for multilateralism.”


In apertura masterplan di Lione, Francia

 

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