Barcellona e le altre. L’esperienza della contraddizione come valore del progetto urbanistico

Se cammini in leggera discesa stai andando verso il mare, se in salita, gli stai dando le spalle; se cammini perfettamente in piano sei in parallelo al mare: “Barcelona fa baixada”[1]. La topografia qui è un elemento sostanziale: tendiamo a muoverci per Barcellona coscienti non solo dell’orientamento cardinale ma anche e soprattutto seguendo il senso topografico mare-montagna.

Sono in corso le celebrazioni dei 150 anni di uno dei massimi progetti di città moderna mai elaborati nella storia delle capitali europee. Il 7 giugno 1859 è la data dell'approvazione ufficiale del progetto e dal giugno 2009 per 12 mesi saranno in corso esposizioni, dibattiti e festeggiamenti che si concluderanno nel giugno 2010 con la "Notte Bianca della Diagonal". Si celebra l'anniversario del "Pla de Reforma i Eixample de Barcelona" il piano urbanistico di espansione di Cerdà.
Se ne rileggono i valori sempre attuali e se ne cercano le potenzialità di incidere anche sugli assetti territoriali futuri.

C'è un interesse nuovo da cercare nelle tante esposizioni "autocelebrative" allestite in città? Piú che soffermarci sui valori indiscussi del progetto per Barcellona, è forse giunto il momento di riflettere su alcuni aspetti “celati”, sulle contraddizioni che lo stesso piano provoca. Se c'è un interesse nuovo, forse questo, non va cercato proiettando nel futuro regole riprese tal quali dal passato.

I progetti urbanistici attualmente sono proposti come prodotti che devono assicurare un determinato –preciso- risultato (formale, culturale, ecologico, di marketing, di gestione, ecc). Rispetto a questa tendenza, la lezione dell’esperienza dell'Ensanche di Cerdà per Barcellona ci dimostra al contrario, il valore del dubbio e della contraddizione come fattori chiave nell’arricchimento, adattamento e capacità di trasformarzione che il progetto urbanistico dovrebbe apportare alla città. Vediamo alcune di queste contraddizioni.

(Contraddizione 1)
La flessibilità di una geometria rigida.
La realtà geografica “in baixada” cosí semplice e chiara, è esplicitata come principio ordinatore in almeno due momenti chiave della formazione della città. La sua fondazione, quando i geometri legionari nel -I sec. a.C.- in un atto formale potentissimo, tracciarono il primo incrocio cardine/decumano, sul punto più alto della collina del Taber, seguendo con grande sensibilità geografica la direzione mare-montagna. La sua espansione, quando nel 1860 Idelfons Cerdà propone la riforma/estensione della città attraverso una maglia -in principio regolare- nella stessa, medesima direzione mare-montagna. Maglia isotropa ma differenziata dalla topografia: linee corte con pendente mare-montagna non sempre continue, linee lunghe parallele alla costa con carattere piú territoriale. Il tracciato reticolare proiettato sul territoro non ha direzioni, assi o aree prioritarie (e quindi nemmeno periferie). Massima regola = massima indipendenza. L’elemento regolatore risiede paradossalmente nella massima indipendenza -teorica- e fisica che proporziona lo spazio, nella ripetizione del modulo regolare. A fronte della estrema lucidità e lungimiranza teorica, gli obiettivi centrali erano invece di tipo essenzialmente funzionale: questioni di igiene, di circolazione viaria, di collegamento regionale.

Cosa è il piano.
20.000 edifici, al ritmo di 133 x 133 metri, 200 km di strade con lo stesso identico angolo di svolta tagliato a 45°; 50 assi verticali, 23 orizzontali e un grande taglio diagonale, con sezione variabili da 20 a 30 a 50 metri. Una precisione geometrica che ha mantenuto il suo rigore nell’arco di 150 anni accompagnando ad ogni passo la trasformazione –anche profonda- della città.
L’isolato “manzana” (alto in media 5/6 piani) consente di affiancare nello stesso prospetto le architetture più disparate e all’interno gli usi più eterogenei in un mix funzionale estremamente complesso.
La specificità della maglia del Cerdà e che nessun altra città al mondo, con lo stesso impianto geometrico possiede, è il “chaflan”, uno slargo, una deformazione della griglia all’incrocio delle due direttrici, che genera uno spazio ottogonale di 20 metri di larghezza ripetuto ogni 100 metri per 1150 volte.
Il modulo manzana, come unità minima indivisibile si presta a variazioni grammaticali con multipli di 2 o piú isolati (supermanzanas) per generare attrezzature pubbliche, ospedali, scuole, carceri, mattatoi e piú recentemente anche aree residenziali: la Vila Olímpica e la 22@. La stessa unità minima indivisibile contempla la (sintassi della) “partizione” attraverso passaggi interni utili a generare variazioni tipologiche per usi industriali o residenziali.
La nuova regola urbana riesce a combinare estrema flessibilità ed estremo rigore. Regola = massima flessibilità + massimo rigore. Ogni tipo di scelta progettuale, ordinaria o geniale che sia, è accolta -democraticamente- in un tracciato spaziale insolito, non tanto per la griglia, quanto per le relazioni che quella griglia genera.

(Contraddizione 2)
L’identità tridimensionale di uno schema in maglia isotropo.
Nel suo trattato Cerdà studia il tracciato a griglia di alcune città. La mostra di Barcellona approfondisce lo studio e fornisce un quadro ampio alla valutazione comparata tra città diverse, per identità e coordinate geografiche: Torino, Montreal, San Pietroburgo, Alep, New York, Barcellona, Città del Capo, Lisbona, Boston, Kyoto, Filadelfia, Buenos Aires, Savannah, Milton Keynes, Xi’an, Seul. La riflessione centrale che intreccia i casi studio presentati, riguarda il valore tridimensionale che il tracciato in griglia possiede, ben oltre l'apparenza del disegno bidimensionale. La cotraddizione intrinseca, fuori dalla regola geometrica, afferma paradossalmente che il tracciato isotropo "contiene in sé" la terza dimensione volumetrica della cittá, e dimostra come la griglia garantisca sempre una grande flessibilità e capacità di adattamento alle nuove funzioni.

(Contraddizione 3)
Un valore culturale sociale che si radica in un piano di fatto imposto, prodotto di un dispotismo illuminato del secolo XIX.
La proposta di Cerdà regge un confronto tra sei progetti alternativi elaborati su incarico del governo nel 1853. Con Cerdà si esprime un atto di forte coerenza teorica (il piano è accompagnato dal trattato “La teoria general de la urbanizacion”) e radicalità formale. Nel 1860 il “Proyecto de ensanche y reforma de Barcelona” è imposto dal governo centrale attraverso il Real Ordine del 31 maggio e nonostante la poca collaborazione da parte delle autorità municipali, inizia a diventare una realtà, grazie essenzialmente alla forte empatia che si creerà tra Cerdà, il tecnico urbanista che si assumerà la responsabiltà esecutiva, e la stessa società borghese catalana, giovane e imprenditrice, che identificherà il proprio status sociale nel nuovo spazio urbano, e si farà carico della sua realizzazione in ben soli 40 anni.

(Contraddizione 4)
Interesse pubblico vs interesse privato
Per sviluppare il tracciato definitivo dell’Ensanche, Cerdà realizza uno studio cartografico dettagliato dove si disegna con precisione la relazione tra tracciato viario, topografia e proprietà catastale. È proprio questo studio che permetterà poi una grande flessibilità nei meccanismi di gestione. Attraverso l’accurato disegno del suolo Cerdà risolve una delle principali contraddizioni dell’urbanistica: la controversia intrinseca tra interesse pubblico e interesse privato. Con una soluzione "magica" quanto elementare, Cerdá coinvolgerá l’investimento privato nella costruzione dello spazio pubblico, con una delle proposte più innovative del piano per quel tempo -da provocare la reazione degli ambienti più conservatori- ossia la cessione gratuita da parte degli agenti immobiliari dei terreni destinati a viali e spazi pubblici, invece di ricorrere all’espediente dell’esproprio che prevede l'uso di denaro pubblico per l'acquisto di aree da destinare ad uso pubblico [2].

Il risultato è quello che vediamo, se camminiamo in leggera discesa o anche in leggera salita: un pezzo di città, espressione di una società borghese emergente, che si è costruito nel tempo in modo frammentato, seguendo la logica dell’opportunità e della capacità d’investimento di ogni singolo proprietario. Un pezzo di città espressione della libera iniziativa individuale "organizzata" nelle regole e nelle possibilità di un potentissimo progetto teorico-formale.

La dialettica tra principio regolatore e singole soluzioni, tra norma e individualità, ha trovato a Barcellona lo spazio creativo della contraddizione.

[1] “Barcellona scende” “Contra el modelo de metrópolis universal” M. de Sola Morales in Lo urbano, Angel Martí Ramos, ed. UPC Barcelona, 2004.
[2] M. Corominas, Sòl Tècnica i iniciativa en els origins de l'Eixample de Barcelona. Ed UPC Barcelona, 2002

Emilia Antonia De Vivo
Julian Galindo, prof. di Urbanistica -Universitat Politecnica de Catalunya- Barcelona.
Annalisa Giocoli, architetto -Servizio Pianificazione Territoriale MMAM- Barcelona.

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