Christoph: Sven (Janke) e io abbiamo studiato Industrial Design ed diviso lo stesso appartamento. Dopo due anni di conoscenza, ci siamo messi all'opera su un primo progetto in team: da subito abbiamo concordato nel voler fare di più insieme. Nel frattempo, Sven ha studiato anche a Zagabria, dove ha lavorato con Nikola Radeljkovic su altri progetti. Quando ci siamo ritrovati tutti e tre insieme, ci siamo resi conto di avere idee comuni sulla nostra vita professionale. Per questo abbiamo raccolto tutti i nostri progetti in un unico portfolio e ci siamo recati in Italia per incontrare alcune aziende. Ci sembrava la strada migliore per iniziare. E in effetti, due anni dopo, stavamo sviluppando mobili con aziende come Cappellini, Magis, MDF Italia o Zanotta.
Per quanto riguarda la selezione dei materiali, la nostra formazione come designer non è molto rilevante. In relazione ai progetti sperimentali e alle scenografie teatrali cerchiamo di misurarci con reti, nastri, stoffe e altri materiali capaci di darci sensazioni di morbidezza e di conservare un certo grado di imperfezione. Siamo alla costante ricerca di nuove materie con cui metterci alla prova per quello che potremmo definire il filone delle "sculture sociali": abbiamo visto che le installazioni in cui le persone possono entrare sono molto amate e intendiamo andare avanti in questo senso.
Come prende avvio il processo creativo e come arrivate alla definizione delle forme dei vostri progetti? Avete un metodo di lavoro consolidato?
La visita al sito è essenziale: uno dei nostro obiettivi è utilizzare ciò che è già esistente, come i pilastri e le strutture in cemento armato; anche alberi, tubi e altri materiali possono entrare a far parte dei nostri lavori. Normalmente all'interno dello studio facciamo solo un modello, utile per provare tridimensionalmente la forma base. Tutto il resto avviene in fase di montaggio, direi piuttosto intuitivamente. Quindi non c'è nessun computer coinvolto in tutto il processo. Essenzialmente il metodo si riduce a lavorare intensamente, per arrivare ad alleggerire la forma e raggiungere quella geometricamente perfetta. Spesso l'allestimento si traduce in una vera corsa contro il tempo e genera anche un po' di caos! All'inizio ci capitava di pensare di aver fatto delle valutazioni errate: adesso sappiamo che alla fine andrà tutto bene e siamo diventati capaci di superare eventuali momenti critici.
Normalmente all'interno dello studio facciamo solo un modello, utile per provare tridimensionalmente la forma base. Tutto il resto avviene in fase di montaggio, direi piuttosto intuitivamente. Quindi non c'è nessun computer coinvolto in tutto il processo
Le reazioni che registriamo nelle varie città in cui operiamo sono sempre molto positive. Per noi è essenziale che le persone riescano a vivere un'esperienza in libertà (e in sicurezza!), stando all'interno delle opere. A livello personale queste esperienze ci stanno dando molto e non nascondo che la soddisfazione dei visitatori è anche uno dei motivi per cui ripetiamo i progetti frequentemente: pensiamo sia un bene consentire a più persone di provare sensazioni piacevoli e interessanti. Credo che una delle specificità del design e delle arti applicate sia riuscire a dare alla gente comune qualcosa di cui godere.
Al primo sguardo, le reazioni di chi osserva dall'esterno i nostri progetti sono comuni: tutti manifestano stupore, curiosità e anche desiderio di entrare. E poi, non importa quale età abbiano, non importa se si occupano di architettura, design, arte o di tutt'altro: dal primo minuto in cui le persone entrano nell'installazione, iniziano a divertirsi come bambini! Ogni inibizione cade quando si tolgono le scarpe: da quel momento in poi, ciascuno può iniziare un'esplorazione individuale tra nuove superfici. Anche se spesso gli utenti non si conoscono tra loro, vivendo questo momento insieme, diventano comunicativi. Ed è questo che ci piace vedere nel pubblico: constatare come, trovandosi in una sorta di "mondo diverso", alcune regole e confini del quotidiano cessino di esistere. Almeno per un po'!
Dalla prima esperienza nell'attico di Vienna del 2009 a oggi, di sicuro abbiamo migliorato la tecnica di montaggio. La principale novità è che oggi siamo in grado di realizzare installazioni di maggiori dimensioni, con il vantaggio che l'esplorazione può farsi più lunga ed emozionante. La riproposizione in diversi luoghi ci sta permettendo di fare valutazioni sui risultati ottenuti e sugli esiti più stimolanti. Una sfida interessante sarebbe misurarci con un intero quartiere e fare una sorta di ponte lungo una strada, passando da una casa all'altra, magari fissando la struttura agli alberi.
In effetti con NET avete annunciato qualcosa di simile, oltre ad aver manifestato un interesse più marcato verso le questioni sociali. Come è nato il concept di NET e quale può essere una sua possibile evoluzione?
Nikola: Il nostro obiettivo è quello di coprire interi cortili chiusi da muro a muro, sistemando uno strato di rete per ciascun piano. È questo un modo per permettere agli abitanti di uscire dalle finestre e scoprire nuovi paesaggi trasparenti. Nello stesso tempo si riesce a generare una sensazione simile a quella del volo, della sospensione. Lo scopo è arrivare a reinventare il concetto di giardino, inteso come luogo comune per tutte le persone che abitano nella stessa porzione di città. Vorremmo tentare di superare l'alienazione che negli ultimi anni si è creata nei quartieri: in questo modo pensiamo di poter dare vita a una vera rete per l'integrazione del quartiere, una sorta di "balcone pubblico" per una futura comunità. In ogni caso, il vantaggio sarà poter arrivare all'ultimo piano e avere uno spazio privilegiato per un bagno di sole, anche in città.
