Isola delle Rose: una repubblica esperantista

Nel 2013, Domus raccontava l’esperimento di un edificio—Stato offshore, e si interrogava sulle sfide politiche della tecnologia. Sette anni dopo, e 51 anni dopo l'affondamento di una repubblica autodichiarata, il quadro non è molto cambiato.

“Se il nostro transatlantico si fosse trovato, all'inizio del 1968, nel mare Adriatico a circa 11 km al largo della costa di Rimini, i suoi passeggeri avrebbero scorto un’opera architettonica assai singolare: una piccola piattaforma di pianta quadrata, immobile in mezzo al mare. Avrebbero notato come le sue dimensioni fossero quasi identiche a quelle della Villa Savoye, e forse osservato come il ponte fosse sospeso sul Mediterraneo tramite snelli pilotis, in mezzo ai quali le imbarcazioni potevano ormeggiare, sbarcare i passeggeri, proprio come le automobili facevano scendere i loro ospiti direttamente nella pancia della casa simbolo di Le Corbusier.”

Per chiudere i suoi anni a Domus, Joseph Grima sceglieva di incastellare un’articolata metafora attorno allo svelamento di una storia fino ad allora poco battuta da tutti i tipi di stampa — fatte salve le sovraeccitate, per quanto secondarie, cronache dei tardi ‘60.
Durante il 1967, l’ingegnere Giorgio Rosa sviluppa e finanzia “(…) la costruzione di un progetto ibrido di ingegneria marina e sperimentazione politica”, un quadrato di 20 m di lato in acque già internazionali pronto a rivolgersi a quel mondo in piena esplosione appena 11 chilometri più in là, le coste romagnole del turismo di massa. La piattaforma deve contenere funzioni ricettive commerciali, e viene inizialmente abitata da tre persone che ne curano la gestione. Incarnerà da subito — senza dichiararlo, e probabilmente senza saperlo — una delle poche traduzioni concrete di quelle visioni che — affidata alla macchina, alla tecnologia, il ruolo di esecutore del lavoro — figuravano città e territori completamente riscritti, sottratti alle regole e alle convenzioni fino ad allora globalmente accettate: la New Babylon di Constant Nieuwenhuys, le Cities degli Archigram, la meno distante No-Stop City di  Archizoom.

Un’opera architettonica assai singolare: una piccola piattaforma di pianta quadrata, immobile in mezzo al mare, (…) le sue dimensioni quasi identiche a quelle della Villa Savoye, (…) il ponte sospeso sul Mediterraneo tramite snelli pilotis, in mezzo ai quali le imbarcazioni potevano ormeggiare, sbarcare i passeggeri, proprio come le automobili facevano scendere i loro ospiti direttamente nella pancia della casa simbolo di Le Corbusier.

“La piattaforma dichiara la sua indipendenza il primo maggio 1968, con il nome in lingua esperanto di Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj (Repubblica Esperantista dell'Isola delle Rose) di cui Rosa si autoproclamò presidente e che aveva come lingua ufficiale l'esperanto. Il presidente ingegnere fece notare le autorità italiane che la Repubblica era situata in acque internazionali e dichiarava la propria intenzione di aprire una serie di servizi, tra cui un ristorante, un bar, alloggi, un ufficio postale. Poco tempo dopo, L'isola delle Rose emise i propri francobolli, uno dei quali mostrava la sua approssimativa posizione nell'Adriatico. Il nuovo stato, inoltre, dichiara l'intenzione di battere una propria moneta: il Mill.”

Di fatto, l’idea della nuova Repubblica pensile spaventa tutti. Spaventa lo Stato centrale così come i comunisti, che temono la creazione di una terra franca fiscale; spaventa i non comunisti che ravvisano nell'isola un avamposto del Comunismo; e in generale si inquadra nella scacchiera assolutamente bollente dell'Adriatico, che negli anni della guerra fredda costituisce il delicato interfaccia tra due blocchi contrapposti.
Non ci mette quindi molto, il governo italiano, a farsi sentire:

“ (…) alle 7 di mattina di martedì 25 giugno 1968, 55 giorni dopo la dichiarazione di indipendenza, un gruppo di Carabinieri e di agenti della Guardia di Finanza sbarcò sulla piattaforma e ne prese il controllo. L’11 febbraio 1969, la Marina Militare Italiana fissò una serie di ordigni esplosivi ai pilotis e fece sprofondare la micronazione di Giorgio Rosa in fondo all'Adriatico, dove riposa tutt'ora.”

Di fatto l'isola delle Rose è qualcosa di non-compliant — potremmo quasi dire nel 2020 non-binary — non può essere processata dei codici di interpretazione, di esercizio del potere propri della sua epoca. Le interpretazioni, infatti arrivano solo anni dopo: un DVD pubblicato nel 2009 che racconta la storia, articoli tra cui il nostro del 2013 e, ultimo, il romanzo di Walter Veltroni del 2019, L’isola e le rose.
Domus collega piuttosto la metafora della rivista come transatlantico a quella dell'Isola delle Rose come chiamata alla riflessione, una riflessione sul potere e la responsabilità della tecnologia come realizzatrice di pensieri altrimenti utopici.

“ (…) La piattaforma autofinanziata di Rosa fu resa possibile da una delle sue invenzioni ingegneristiche: i piloni potevano essere trasportati galleggiando sul mare e, quindi, adoperati per scavare i propri fori nel fondo Marino, in maniera analoga alle viti autofilettanti. Quando la Silicon Valley era ancora boscaglia, Rosa capì che la tecnologia avrebbe democratizzato l'innovazione, al punto che la costruzione degli Stati sovrani sarebbe diventata un'attività popolare per i fine settimana dei professionisti della classe media senza che le nazioni potessero farci nulla.”

Quando la Silicon Valley era ancora boscaglia, Giorgio Rosa capì che la tecnologia avrebbe democratizzato l'innovazione, al punto che la costruzione degli Stati sovrani sarebbe diventata un'attività popolare

Certo, siamo nel 2013 e il riferimento sono quindi “ (…) i Bitcoin attualmente in circolazione, che valgono centinaia di milioni di dollari, e con cui si può pagare la cena nei ristoranti di Londra, Berlino, New York”; o anche “ (…) i progetti di Nazione su isole artificiali che incontrano grande fortuna nella Silicon Valley dove Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e membro delle oligarchie del venture capital, sta investendo risorse imponenti nello sviluppo di una piattaforma galleggiante senza stato di appartenenza, spudoratamente battezzata Libertarian Island.”
Certo, siamo nel 2013, e trovano così spazio nella stessa uscita n. 971 di Domus i contributi di Kazys Varnelis sulla tecnologia come nostra modernità e di Grima con Lorenza Baroncelli sullo studente Cody Wilson che aveva appena realizzato, con una stampante 3D, una pistola perfettamente funzionante. Compare l'anticipazione che “ (…) se fosse una nazione, Facebook potrebbe presto diventare l'entità più popolosa del pianeta terrestre.” L'invocazione finale è quella a “ (…) far nascere un nuovo moderno, (…) per non abbandonare il progetto collettivo, che abbiamo sognato per tutto il ventesimo secolo, nelle mani del individualismo anarchico del ventunesimo.”

Come osserva Kazys Varnelis, il Modernismo — la città ideata in mare dal CIAM a bordo del piroscafo SS Patris II — è la nostra antichità: la nostra modernità è la tecnologia.

Questo avveniva 7 anni fa. Questo avveniva immediatamente a monte di fenomeni forse non tanto radicali, quanto invece determinanti per far sì che le innovazioni invocate non diventassero una priorità, e che anzi il loro territorio si facesse ancora più insidioso. Terrorismo mediatizzato, cortocircuito tra parole e concrete realtà geopolitiche (“sedicente stato islamico”), psicosi anti-migratorie, accentramenti monopolistici dei social media che di fatto consegnano l’interazione, il dibattito e parte del mercato alle regole di una proprietà individuale, molto più di quanto non avrebbe potuto fare Giorgio Rosa con la sua piattaforma. Il terreno delle liberta si è riarticolato, molto probabilmente è ancora più stretto di quello che 50 anni fa già non era riuscito a digerire l’Isola delle Rose.

Quel che resta è la storia di una repubblica esperantista, eliminata ope legis per reato di non-compliance. La storia della rimozione di una diversità che avrebbe potuto davvero far ridiscutere molti assunti riguardanti diritti, confini, e relazione tra terra, identità e comunità.

“ (…) Guardando indietro, non ci si può sorprendere del fatto che questa rivista non abbia dedicato alcun articolo all'Isola delle Rose: in sé e per sé costituiva un'innovazione di poco importanza e, da un punto di vista politico, fu solamente un rumore di fondo nello svolgimento del dramma della guerra fredda. Vi erano molti altri e più interessanti argomenti di discussione sul ponte e nelle sale da pranzo di questo transatlantico.”

La storia esplode nel pieno Maggio ’68, non sopravvive fino alla Summer of Love, prelude alle note aspre dell’Autunno Caldo.
Nulla. Nemmeno nella Rivoluzione c'è spazio per 400 metri quadri di utopia su pilotis, allineata strutturalmente ma non allineabile politicamente. Inappellabilmente secondaria. Fino a quando non ci si rende conto di avere sul fondale dell'Adriatico le pignatte schiantate di una pur goffa, ma almeno tentata, New Babylon.

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