Penone a Versailles

A Versailles, Giuseppe Penone rimane fedele ai suoi materiali – legno, pietra e marmo – e al programma che sottolinea il limite esiziale del lavoro dell’uomo quando comincia a diventare natura: la sua capacità di reinventare occasioni di stupore si concentra sul giardino.

È l’artista di Rovesciare gli occhi, lo splendido autoritratto con pupille specchianti del 1970, lo stesso che, attraverso il valore iniziatico dello sguardo introspettivo, fa ritrovare finalmente a Versailles l’incanto della sua meraviglia originaria, senza nemmeno entrare nella sala degli specchi, tentazione alla quale gli altri artisti contemporanei, che qui sono intervenuti negli ultimi anni, non hanno saputo resistere. Giuseppe Penone, in stato di grazia, sfiora appena l’edificio con una stanza profumata dove “respirare” l’ombra dai delicati bronzi e con le pareti in foglia di tè, facendoci dimenticare i recenti passaggi di Murakami, Koons e Vasconcelos. Il loro si rivela, ancor più un inutile sfarzo e sforzo, quando una bellissima e difficile mostra cancella ogni finta relazione site-specific in un luogo così sublime. Versailles, diciamolo, è autosufficiente, così carica di cultura e natura specifiche, difficili da preservare, figuriamoci da addomesticare con l’insulsa stagionalità del contemporaneo.

Giuseppe Penone, Le foglie delle radici, Versailles, 2013. Courtesy Giuseppe Penone. Photo Tadzio

Penone contrappone non solo il rispetto del lavoro dei secoli passati, ma anche quello per le equipe che ancora oggi lo mantengono visibile – giardinieri e conservatori in testa –, coinvolgendoli nel suo progetto. L’opzione naturale con cui interroga il sogno narcisista del Re Sole è una chiave critica. Il gesto regale è invertito dalla sua umiltà quasi monastica di artista povero (o poverista) che, come in una contromossa di energia cosmica e atemporale, rivela la forma artificiale dell’esproprio aristocratico sulla natura. È anche il più bell’omaggio ai quattrocento anni dalla nascita di André Le Nôtre, il grande artista di giardini che incanalò l’afflato egoista del sovrano nella visione paesaggistica mozzafiato della sua prospettiva centrale, ritmandone la massa vegetale con bacini, canali e giochi d’acqua.

Giuseppe Penone, Triplice, Versailles, 2013. Courtesy Giuseppe Penone. Photo Tadzio

Penone rimane fedele ai suoi materiali: legno, pietra e marmo, e rimane fedele al programma che sottolinea il limite esiziale del lavoro dell’uomo quando comincia a diventare natura. È sul giardino che si concentra la sua capacità di reinventare occasioni di stupore e – anche se lavora in una direzione diametralmente opposta rispetto alla grammatica visiva di Le Nôtre – è proprio in questo dialogo che s’insinua la meraviglia. Intanto, per l’opera chiave della mostra Tra Scorza e scorza del 2008, un pezzo con cui introduce una pagina di storia naturale recente rivisitandola. I due calchi di corteccia provengono da un monumentale cedro del Libano divelto proprio a Versailles dalla tempesta del 1999. Penone ne reinventa lo spazio di crescita e suggerisce di riviverne il tempo.

Giuseppe Penone, Tra scorza e scorza, Entre écorce et écorce, 2003. Courtesy Giuseppe Penone. Photo Tadzio

È una monumentalità scarna cui fa eco un’altra scultura qui installata: Le foglie delle radici del 2011, sulla cui radice rovesciata sta crescendo una giovane pianta. Penone sfida con l’incanto la dismisura del luogo. A Versailles, tutto è piccolo ma nel luogo di rappresentazione di un’idea di dominio occorre trovare un controsistema di lettura. Penone fa propria l’intuizione di Giacometti, la prospettiva centrale diventa come un’unica base su cui assemblare sculture di taglie differenti. Triplice, l’albero folgorato riprodotto in oro e bronzo, il cui disegno di pietre in bilico taglia ai margini la prospettiva e Le foglie delle radici (2011) sembrano schizzate di getto, nel vuoto o, come precisa l’artista stesso, nel bianco di una visita invernale al castello.

Giuseppe Penone, Albero portacedro, Versailles, 2013. Courtesy Giuseppe Penone. Photo Tadzio

Poesia e mimetismo: ecco le due parole chiave per ritrovare l’ingresso alla magia di questo luogo. Luigi XIV amava passeggiare nel suo giardino, ne descrisse in una guida (Manieres des montrer les jardins de Versailles) persino le modalità di deambulazione. In questa guida, per lo più, raccomanda di guardare rilievi e sculture, non dimenticando di fornire una mappatura precisissima. Penone si preoccupa invece di regalare allo sguardo sculture che sono natura. Così, persino i suoi marmi degli anni Ottanta, le Anatomie o il Sigillo vivono con estrema naturalezza la loro riattualizzazione senza forzare sguardo.

Giuseppe Penone, In bilico, Versailles, 2013. Courtesy Giuseppe Penone. Photo Tadzio

Non ci sono opere create specificamente per questa mostra, ma è difficile crederlo, soprattutto quando si penetra nel Bosquet de l’Etoile. Funambulo, In bilico, Idee di pietra ed Elevazione ci introducono a una forma perfetta, un giardino che è anche un luogo di meditazione. La scultura si fonde perfettamente nell’ambiente naturale, siamo lontani da qualsiasi progetto scultoreo, qui si assaporano solo le sfumature dell’organico al lavoro. Un poco come nelle sue primissime opere, non siamo che frammenti di un esteso e vibrante organismo intento a respirare.

Giuseppe Penone, Albero folgorato, Arbre foudroyé, 2012. Courtesy Giuseppe Penone. Photo Tadzio