Le settimane di apertura del nuovo V&A East Museum di Londra hanno coinciso con l'inizio della Milano Design Week che si è appena conclusa: due momenti culturali che rappresentano picchi fondamentali per la comunità internazionale del design. Entrambi possono essere un’opportunità di analisi, partendo da una domanda fondamentale: quale forma assume oggi l’esperienza culturale e cosa si aspetta il pubblico?
V&A East: il museo che sembra una fiera e cambia le regole del gioco
Tra spazi flessibili, allestimenti mobili e percorsi tematici, il nuovo polo londinese abbandona il modello tradizionale per avvicinarsi alla logica delle fiere e della cultura “on demand”.
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- Ann Dingli
- 27 aprile 2026
In un’economia orientata all’esperienza, una dichiarazione visiva duratura non è solo auspicabile, ma attesa. Proprio il mese scorso, la controparte di Oma all’originale New Museum di New York — progettato da Sanaa nel 2007, ha fatto esplodere quella che era già un’imperdibile presenza urbana ai margini del Lower East Side. La forma spigolosa e cuneiforme dell’ampliamento risponde alla crescete esigenza degli edifici culturali di attrarre pubblico: un invito ad arrivare per l’architettura e a restare per l’arte. Il nuovo landmark per l’est di Londra, firmato dallo studio di Dublino O’Donnell + Tuomey, segue lo stesso approccio.
Progettato come un volume sfaccettato che richiama un abito astratto di Balenciaga, l’ultima aggiunta al cosiddetto quartiere culturale East Bank si legge come una versione lapidea e pixelata di un ragno di Louise Bourgeois: entrambi condividono l’obiettivo innato di nutrire ciò che contengono. Il brief, commissionato nel 2015, prevedeva di “progettare un museo accogliente, distintivo e aperto a tutti” , con una particolare attenzione ad attirare i “giovani”.
A differenza delle gambe sottili di Maman, il V&A East lascia il suo segno esterno con forza. Non ricollegandosi del tutto al linguaggio vernacolare dell’est di Londra — probabilmente impossibile da definire per la sua eterogeneità — possiede un’assertività formale che suggerisce la creazione di un proprio stile. Il risultato è un edificio che non può essere ignorato, inserito in un contesto implacabile e rappresentativo al tempo stesso. Stratford, nonostante l’ambizione premeditata di diventare la prossima mecca culturale di Londra, è ancora ampiamente definita dal suo colosso commerciale: il centro Westfields Stratford City.
Il centro commerciale è stato inaugurato nel 2011 e all'epoca era uno dei più grandi centri commerciali d'Europa. Oggi è un microcosmo della società tradizionale: un carosello di esperienze alla ricerca di attenzione in continua rotazione. Il consumo di shopping e di cibo avviene con poche sfumature rispetto al consumo culturale. Tutto questo convive rumorosamente.
È all’interno del V&A East che questa combinazione di spettacolo e rotazione dell’esperienza trova una nuova dignità. Gli interni - che si sviluppano su cinque livelli pubblici contenenti due gallerie permanenti, una galleria per mostre temporanee di 900 mq, uno spazio per eventi, strutture per l'apprendimento, negozi e un caffè - si sentono intimi e avvolgenti, contrastando l'imperativo di stupore promosso dalle proporzioni architettoniche delle istituzioni tradizionali. Qui gli spazi sono più simili a contenitori che supportano esposizioni mutevoli e adattabili. In un certo senso, il museo si avvicina al formato della fiera del design, in grado di offrire ciò per cui migliaia di persone si recano a Milano ogni anno: una fetta di cultura e di spirito che offre un’esperienza culturale intensa, ma non necessariamente duratura.
Le gallerie gratuite del museo sono state raggruppate sotto il nome “Why We Make”, segnando uno spostamento dell’attenzione dall’oggetto al processo e all’autore. Gli spazi non sono divisi secondo le consuete epoche cronologiche, ma raggruppati sotto quelli che il museo definisce temi “topici”, che coprono idee di rappresentazione, identità, benessere, giustizia sociale e azione ambientale.
In un certo senso, il museo si avvicina al formato della fiera del design, in grado di offrire ciò per cui migliaia di persone si recano a Milano ogni anno: una fetta di cultura e di spirito che offre un impatto, ma non una permanenza.
Fino a 500 manufatti socialmente carichi sono contenuti in una serie di unità espositive basse che sembrano mobili spostabili, seppur curati nei minimi dettagli — molti dei quali interattivi e non protetti da vetri. Le vetrine in metallo e vetro a tutta altezza che dividono le stanze e ospitano alcuni degli oggetti più sorprendenti della collezione — costumi opulenti che risplendono sotto un’illuminazione perfetta; arazzi intricati appesi contro l’acciaio scintillante — ricordano le lucide vetrine dei negozi delle vie principali. Progettati da Ja_Projects, insieme a A Practice for Everyday Life e Larry Achiampong, emerge una competenza nella creazione di display per abbigliamento, probabilmente coltivata durante il lavoro di Ja_Projects per la mostra “Fashioning Masculinities: The Art of Menswear”, inaugurata nel 2021 nel campus di South Kensington del V&A.
L’allontanamento da basamenti fissi, materiali uniformi e layout rigidi prosegue anche negli spazi commerciali, progettati da Studio Mutt. Qui, la ricchezza dei materiali dell’originale museo V&A è stata reinterpretata con cura in una nuova tavolozza contemporanea, sempre con dettagli raffinati. Le unità in legno sono state progettate per essere mobili, in grado di incastrarsi in diverse configurazioni, richiamando ancora una volta un approccio museale fatto di flessibilità e adattabilità.
Tutti questi ambienti restituiscono la destrezza spaziale richiesta dalla cultura contemporanea: una risposta rapida ma curata, capace di coniugare efficienza e attrattività. Il V&A East è appariscente all’esterno, versatile all’interno, con spazi che rispecchiano l’amante della cultura di oggi: ingegnoso e pronto a lasciarsi affascinare, alla ricerca di stimoli in ogni forma possibile.
Foto Hufton + Crow
Foto Hufton + Crow
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