Un palcoscenico galleggiante per abitare sull’acqua in Amazzonia

Nell’Amazzonia peruviana, Espacio Común ha realizzato durante la piena del fiume Itaya un palcoscenico per un festival di giovani cineasti locali. Oggi è diventato un’infrastruttura permanente.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Domus 1110, marzo 2026. 

Arrivare a Iquitos, nell’Amazzonia peruviana, significa accettare di lasciarsi alle spalle le certezze urbane a cui si è abituati. Qui non c’è l’autostrada, si arriva solo via cielo o via fiume. Il territorio impone una prima rinuncia: smettere di credere che il mondo sia sempre stabile. La città sembra circondata da una foresta umida, densa e viva. L’aria è pesante. Qui il tempo non è scandito dalle stagioni, ma dalle piene e dalle secche del fiume.

Iquitos è rumore, commerci, motocarri, frutti esotici e musica che filtra in ogni angolo, ma è anche una città attraversata da assenze: servizi a singhiozzo, disuguaglianze, periferie dove lo Stato arriva in ritardo, o mai. Da una di esse – o meglio, da un territorio che si rifiuta di essere periferia – spunta Belén. Durante la stagione delle piogge, il fiume Itaya esonda e le strade spariscono. Le case sono sopraelevate su pali. Le canoe sostituiscono le macchine. Per chi viene da una città costruita sulla terraferma, Belén può sembrare caotica, pericolosa e precaria, ma è solo un attimo. Osservandola attentamente, si comprende che qui l’ordine delle cose ha un’altra forma: un’organizzazione anfibia, costruita sulla conoscenza dell’acqua, sull’esperienza condivisa e sull’adattamento.

Photo © Daniel Canchán Zúñiga. Archivo Proyecto Muyuna

“Non è che Belén non abbia regole”, afferma Daniel Canchán. “È che le sue regole non sono scritte nella terraferma, ma nel fiume”. Qui non è permanente ciò che resta immobile, ma ciò che resiste al cambiamento. L’architettura si misura in base alla sua capacità di essere ancora utile anche quando tutto intorno cambia. Intervenire in un luogo come questo richiede più della semplice tecnica. “Bisogna disimparare”. Questa è stata la prima decisione presa da Espacio Común, lo studio di architettura fondato a Lima da Paula Villar Pastor e Daniel Canchán. “Prima ancora di pensare all’architettura, dovevamo capire come si vivesse qui”, ricorda Villar. “Come si ancorano le case, come si costruiscono le zattere, come si organizza la vita quotidiana quando la terra scompare”. 

Non volevamo introdurre nessuna infrastruttura esterna, ma lavorare con gli elementi esistenti, con la logica anfibia, con materiali e saperi locali.

Paula Villar Pastor, Espacio Común

Nella fase che precede la progettazione, l’architettura diventa relazioni umane, sociali e ambientali. Il pensiero di Espacio Común, prima di esprimersi, si pratica. Lavorare a Belén non significava “migliorare” il quartiere o renderlo più simile a una città convenzionale, ma riconoscere che l’apparente precarietà non è mancanza di conoscenza, bensì presenza di altri saperi. “Belén non è un vuoto in attesa di soluzioni”, insiste Canchán. “È un luogo densamente costruito sull’esperienza”.

Photos © Alfonso Silva Santisteban. Archivo Proyecto Muyuna

È una posizione politica: in un contesto storicamente stigmatizzato, scegliere d’intervenire con rispetto significa contestare la narrazione dominante. L’architettura non è più un gesto eroico, ma diventa uno strumento in grado di rafforzare la dignità simbolica del luogo senza cancellarlo o mascherarlo. Durante la piena del fiume Itaya, nel maggio 2025, Espacio Común ha progettato e costruito un palcoscenico galleggiante per il Muyuna Fest, un festival di cinema promosso da un gruppo di giovani cineasti, con l’obiettivo di decentralizzare i film e vincolarli ai processi sociali e comunitari, trasformandoli in uno strumento che rafforzi identità, memorie e lotte territoriali. Per la sua stessa natura collaborativa, l’evento coinvolge organizzazioni culturali e collettivi di base, membri delle comunità locali e registi internazionali. Muyuna Fest difende le foreste del mondo dando voce, attraverso il cinema, alle comunità amazzoniche.

Photo © Daniel Martínez-Quintanilla. Archivo Proyecto Muyuna

Situato di fronte alla scuola Estrellita de Jesús, il progetto segue il territorio. Potrebbe sembrare un gesto surrealista: un palcoscenico che galleggia in mezzo al fiume, trasformato in un cinema all’aperto. Invece, è di una coerenza assoluta. “Non volevamo introdurre nessuna infrastruttura esterna”, spiega Villar, “ma lavorare con gli elementi esistenti, con la logica anfibia, con materiali e saperi locali”. La piattaforma circolare – di circa 14 metri di diametro – è costruita interamente con materiali provenienti dall’ambiente circostante: tronchi leggeri di balsa, rami e fibre naturali. Tutto è assemblato con strumenti manuali. La base della struttura è organizzata in moduli triangolari a formare un decagono, sul quale è disposto un tavolato radiale. 

Belén non è un vuoto in attesa di soluzioni. È un luogo densamente costruito sull’esperienza.

Daniel Canchán, Espacio Común

La geometria evoca la muyuna, il mulinello tipico dei fiumi amazzonici che dà il nome al festival. Non c’è alcun ancoraggio fisso. La struttura galleggia liberamente, assecondando il movimento continuo dell’acqua. Un modulo secondario ospita la proiezione e il sonoro. Dalla piattaforma principale si erge una struttura trapezoidale alta sette metri, che funge da cassa di proiezione aperta verso il fiume. La sua inclinazione risponde all’angolo del proiettore e, al contempo, incornicia grandi murali dipinti sui suoi lati.

Photo © Eleazar Cuadros. Archivo Proyecto Muyuna

Il palcoscenico è stato costruito in appena due settimane, ma in questi giorni si è condensato un profondo sapere collettivo. Hanno partecipato attivamente i maestri costruttori locali, tra cui pescatori e artigiani che costruiscono imbarcazioni. Gran parte della base viene assemblata direttamente sull’acqua, utilizzando i corpi stessi come strumento, contrappeso e misura. Le facciate sono intrecciate con rami, canne e foglie raccolti nelle fattorie vicine, formando motivi ispirati all’iconografia Kukama, in omaggio a questo popolo nativo. Parallelamente, bambine e bambini del quartiere partecipano ai laboratori guidati dall’artista David Orlando del Águila. I loro disegni si trasformano in murali di tela che avvolgono la piattaforma, incorporando la memoria collettiva e narrazioni personali. Ogni sera del festival, più di 50 canoe si riuniscono attorno al palco. Il fiume si trasforma in una sala cinematografica. L’acqua, nella platea. Il cinema si fa esperienza condivisa, fluttuante e comunitaria.

Prima ancora di pensare all’architettura, dovevamo capire come si vivesse qui.

Paula Villar Pastor, Espacio Común

Il progetto attiva anche una rete di microeconomie locali: trasporto fluviale, preparazioni gastronomiche, lavoro collettivo. Quando il festival finisce, il palco non scompare: la piattaforma continua a essere utilizzata come molo scolastico, spazio di gioco e luogo di incontro quotidiano. L’effimero si trasforma in infrastruttura pubblica galleggiante.

Photo © Enzo Burga. Archivo Proyecto Muyuna

Per Espacio Común questo è forse il risultato più importante: “Non volevamo che l’opera andasse via con noi”, dice Villar. “Volevamo che rimanesse, non come un monumento, ma come qualcosa di utile”. Il palcoscenico non risolve i problemi di Belén. Non se lo propone nemmeno. Fa invece qualcosa di più sottile e potente: cambia il modo di vederla. Di fronte alle narrazioni che insistono nel definirla un luogo invivibile, l’architettura risponde riaffermando la legittimità della vita urbana anfibia. Dimostra che esiste un’intelligenza territoriale là dove altri vedono solo carenza e propone un modello d’intervento replicabile, sensibile e profondamente radicato nel luogo. Questo festival ha segnato una pietra miliare nella storia del cinema e delle foreste del mondo. Emergendo dalle acque amazzoniche, in una relazione profondamente simbiotica tra architettura, luogo e ambiente, si è reso visibile uno dei propositi più profondi dell’architettura: il servizio a chi ne ha più bisogno. Un obiettivo che poteva essere realizzato solo immergendosi nell’acqua, comprendendo a fondo il luogo, ascoltandolo prima di proporre e riconoscendo che, per creare – per intervenire, per fare – a volte bisogna bagnarsi.

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