Urbanistica anti crisi 2

È necessario ripensare alle politiche di riuso degli edifici in modo creativo mettendo in discussione le abituali politiche edilizie, bloccate nell'impasse della crisi. In questa seconda parte altri due casi studio olandesi.

La crisi finanziaria sta congelando le città di tutto il mondo. Ma mentre gli edifici vuoti rimangono ostaggio dei prezzi di mercato, architetti e urbanisti trovano il modo di trasformare l'attuale instabilità in un punto di forza piuttosto che in un ostacolo. Quattro esempi virtuosi dall'Olanda. (Leggi qui Urbanistica anti crisi 1 con, con gli altri due casi)

I visitatori del padiglione olandese alla Biennale di Architettura di Venezia del 2011 si ricorderanno un'eterea installazione composta da una moltitudine di edifici blu galleggianti. L'opera, concepita dai visionari Rietveld Landscape, rappresentava l'abbondanza di spazi vuoti nel loro Paese. La crisi ha sicuramente giocato un ruolo importante nell'impedire che così tanto spazio venisse usato produttivamente, ma il giro di vite dello stato sulle occupazioni abusive è stato un altro importante segnale che un palazzo, per mantenere il proprio valore di mercato, deve essere vuoto. Per scoraggiare gli occupanti, quindi, gli olandesi si sono inventati una soluzione chiamata “anti-kraak” (anti occupazione). Le proprietà sfitte vengono affittate a basso prezzo (intorno ai 150 € al mese) a inquilini pronti ad andarsene con un preavviso brevissimo (di solito studenti o gente che non può permettersi un alloggio più stabile).

Beehives, BeeBox ufficio mobile, Amsterdam

Troviamo un esempio perfetto di anti-kraak dai contorni surreali nel documentario Creativity and the Capitalist City di Tino Buchholz (leggi l'intervista qui), in cui l'urbanista tedesco parla con un artista che vive negli ex uffici di Air India, in pieno centro di Amsterdam, a condizione di fungere da guardiano durante la permanenza. Considerato che l'anti-squat ha i suoi lati controversi, sia gli affittuari che i mediatori tra questi e i proprietari hanno trovato dei modi per aggirare gli svantaggi e ottimizzare questa condizione fluttuante.

Uffici su ruote
  Bart de Groot (studente di filosofia diventato facilitatore urbano) e Christophe Veen (architetto) hanno fondato Beehives prima che scoppiasse la crisi, con lo scopo di dare nuova linfa vitale ad aree poco eccitanti di Amsterdam. Hanno iniziato da un'ex scuola nel distretto di Nieuw-West, etichetta recente che raggruppa una serie di quartieri dove le imprese creative e di aggregazione sono scarse. La sfida principale era mediare tra i prezzi degli affitti e il pubblico designato, cioè la fascia sociale dei 'creativi'.

Beehives, BeeBox ufficio mobile, Amsterdam

Nello studio di Beehives, da qualche parte nella zona più industriale di Zeeburg, Christophe mi spiega: “Il valore di una proprietà è definito dall'ammontare dell'affitto che puoi tirare su in 10 anni. Te lo fai finanziare da una banca, ma se decidi di affittarlo per meno il valore cambia e devi farti ri-finanziare, perchè a quel punto il palazzo non vale più il prestito”. C'è anche la questione degli sgravi fiscali. “Se vuoi avere qualsiasi tipo di contratto, non importa quanto limitato, devi pagare molto di più”, aggiunge Bart. La soluzione di Beehives è stata di affittare a breve termine (“Meno stai, meno paghi”) e minimizzare il redesign degli interni. Ma mentre la flessibilità è parte dell'identità e della forza di Beehives, la loro caratteristica più distintiva è il fattore comunità che provano a catalizzare. Per questa ragione, il networking è sempre cruciale. “Volevamo formare una rete creativa, assicurandoci che tutti conoscessero tutti. Dovevi passare un'ora alla settimana su un progetto autonomo: in cambio dell'affitto basso devi investire un po' del tuo tempo”.  

La caratteristica più distintiva di Beehives è il fattore comunità che provano a catalizzare

Questa formula è buona per i creativi, per la rete e, alla fine, per l'ambiente. Oltre a resuscitare scheletri urbani come l'ex scuola e addirittura un'ex agenzia di pompe funebri (diventata il VLLA, un bar/club/teatro), i nuovi arrivati attiravano i bambini del quartiere coinvolgendoli in vivaci iniziative, come ad esempio un club artistico e dei workshop sulla creazione di borse con plastica riciclata. Purtroppo, quando il proprietario di tutti gli spazi che stavano affittando ha deciso di fermare il progetto e sbarazzarsi di gran parte del network (sostituendone i membri con imprese meno creative e poco attraenti per i locali), Beehives ha dovuto ricordarsi che spesso la mobilità è più costosa e impegnativa di quanto sia stimolante. Ad ogni modo, essendo la dimensione nella quale vogliono e devono muoversi, dopo essersi trasferito a Zeeburg, nella zona est della città, lo studio ha sviluppato ulteriormente i propri formati spaziali e Veen ha anche progettato un prototipo di ufficio più facilmente trasportabile, il BeeBox (che hanno presentato da Tuttobene durante l'ultimo Salone del Mobile a Milano).

Mediamatic Bank, Amsterdam. Photo Govert De Jong

Al momento l'ufficio ha allargato la propria presenza e la proprie rete di collaborazioni e, dopo il brusco abbandono del Nieuw-West, sta gestendo spazi un po' in tutta Amsterdam, da magazzini popolati da strutture fai da te fino ad ambienti più tradizionali. In particolare, Bart e Christophe stanno lavorando a un nuovo avamposto nel business district dello Zuidas, quartiere nuovo di zecca ma ancora goffamente vuoto. “Quando abbiamo iniziato a pensare allo Zuidas non c'era nessun programma”, dice Bart. “Un sacco di spazio era definito come negozi, ma l'affitto è altissimo e non puoi prendere niente sotto i 300m2.” Visto che i costi sono proibitivi anche per brand come G-Star Raw o Levi's, la proposta di Beehives è di dividere ciascun lotto in 20, riducendo così le spese. “Inoltre facciamo contratti da un anno, così la gente sa che rischi corre.” Idealmente, gli uffici sfitti nei nuovi edifici dello Zuidas saranno convertiti in un ambiente dinamico, una specie di grande magazzino pop-up. Quando li paragono all'anti-kraak, Cristophe sottolinea la differenza di approccio che sta nell'impatto sulla comunità. “L'anti-squat ha un'accezione molto negativa” dice. “Gli squatter si barricano dentro, non li vedi più. I nostri inquilini, invece, possono aiutare il quartiere a rilanciarsi”.

Mediamatic Fabriek, Amsterdam. Photo Govert De Jong


Flessibilità uguale leggerezza
  Tra gli intervistati, Willem Velthoven (fondatore di Mediamatic) è quello che si sbilancia di più in favore della flessibilità. Negli ultimi trent'anni la sua organizzazione ha avuto innumerevoli indirizzi, gli ultimi dei quali ad Amsterdam. Parlo con lui alla Mediamatic Bank, un ex palazzo adibito a uffici che ha ospitato le loro attività per qualche anno – attività che includono mostre sui videogiochi da bar o i funghi, workshop di social media e coltivazione aquaponica, e anche cene a base di cibo scaduto. “Ci siamo trasferiti qui da un altro edificio, il vecchio ufficio postale dove stava anche lo Stedelijk. È lì che abbiamo iniziato a usare temporaneamente spazi che erano rimasti vuoti.” Siccome Velthoven preferisce pagare gli artisti invece dei proprietari immobiliari (e i fondi pubblici gli sono stati dimezzati dai controversi tagli alla cultura del 2011) la temporaneità si adatta anche al piccolo budget dell'organizzazione. Ma non si tratta solo di una necessità, è anche uno stato mentale.

Mediamatic Fabriek, Amsterdam. Photo Erik Diekstra

“Di solito non si capisce bene quanto si può stare in questi posti, quindi chi li prende in affitto non ha paura del cambiamento. Non sono necessariamente poveri, amano correre rischi. E questo crea ambienti molto più stimolanti dello squat legalizzato, di cui abbiamo un sacco di esempi qui ad Amsterdam.” Il che ci porta all'anti-squat. “Questo ufficio non sarebbe anti-kraak, ma in pratica lo è. Affittiamo sotto il prezzo di mercato. Nel nuovo spazio industriale abbiamo un accordo per tre mesi di preavviso, che è molto più in linea con la formula dell'anti-squat. Si tratta comunque di convenzioni, non sono categorie legali”. L'uso temporaneo di solito è limitato a quattro anni e mezzo, perché dopo cinque gli affittuari maturano alcuni diritti e, se cacciati, possono appellarsi al tribunale. Ecco perché Mediamatic ha dovuto abbandonare l'ufficio postale due anni prima che fosse effettivamente demolito.

Mediamatic Fabriek, Amsterdam

Dopo la banca, la recentemente stabilita Mediamatic Fabriek – dove l'organizzazione ha invitato i visitatori a partecipare alla propria monumentale Freezing Favela – è stata scelta semplicemente per il suo potenziale sperimentale, nonostante la maggiore precarietà. “Avremmo potuto trovare altri spazi, ma qui ci sono un sacco di qualità grezze che ci piacciono [manca il riscaldamento, per esempio – Ndr] e per noi è una sfida giocare e sperimentare con queste condizioni.” Piuttosto che progettare uffici mobili, Velthoven spiega come Mediamatic trasferirà sempre più le proprie risorse su server, investendo in una leggerezza che sarà anche il soggetto del loro prossimo progetto, che inizierà a ottobre. Non tutto può essere messo in rete, ma nel peggiore dei casi c'è sempre un'ultima risorsa: “La biblioteca pubblica. Alla peggio possiamo sempre lavorare lì, il caffè è buono. In pratica, proviamo semplicemente a fare meno compromessi possibile.”
Leggi qui la prima parte con gli altri due case study