Da un decennio l'Aga Khan Trust for Culture ha avviato un programma di riabilitazione urbana nel cuore della capitale egiziana. Francesco Siravo, Senior Project Officer dello Historic Cities Support Programme, racconta strategie di progetto e modalità d'intervento. Intervista a Francesco Siravo di Rita Capezzuto. Foto Christian Richters

Il Cairo: il parco, le mura, le case

L'Aga Khan Trust for Culture è un'organizzazione non governativa con sede a Ginevra, creata nel 1988 allo scopo di promuovere iniziative nel campo della cultura, della formazione e della salvaguardia dei beni culturali nei Paesi islamici. Ha carattere non-confessionale e mira allo sviluppo economico, sociale e culturale dei Paesi in cui opera, alimentandosi sia con fondi propri che con fondi fiduciari messi a disposizione da donatori. Il Trust è articolato in tre componenti: l'Aga Khan Award for Architecture, l'Aga Khan Programme for Islamic Architecture e l'Historic Cities Support Programme.
L'intervento attualmente in corso nel centro del Cairo afferisce a quest'ultima componente. Le attività promosse dal programma non si limitano solo a interventi di pianificazione e conservazione, ma tendono a migliorare le condizioni economiche, abitative e ambientali delle comunità locali, attivando microcrediti, incentivando attività produttivo-artigianali e provvedendo alla formazione professionale, al fine di creare capacità e strutture gestionali autonome per il futuro recupero dell'area storica. Al Cairo la sfera di azione si è progressivamente allargata dalla creazione del grande parco pubblico di al-Azhar – sul sito di una ex discarica – al restauro della cinta muraria medievale, al recupero urbano del contiguo quartiere storico di Darb al-Ahmar, fortemente degradato, ma ancora densamente popolato e socialmente attivo. RC

Rita Capezzuto: Qual è stato il momento di avvio di questa grande operazione urbana nel centro del Cairo, che ha portato alla progettazione di un parco, al restauro di una parte delle mura medievali e al recupero del tessuto edilizio degradato?
Francesco Siravo: Il lavoro si è progressivamente allargato a partire dall'idea del nuovo parco, che S.A. l'Aga Khan aveva deciso di donare alla città agli inizi degli anni Ottanta. Per realizzarlo, è stata scelta un'area di circa 33 ettari confinante con le antiche mura medievali, usata come discarica e trasformatasi nei secoli in una zona collinosa. Sono stati proprio i lavori del parco a portare allo scavo e alla riscoperta dell'antica cinta muraria. L'architetto Stefano Bianca, direttore fino a un anno fa dell'Historic Cities Support Programme, è sempre stato attento agli aspetti urbanistici più complessivi dell'operazione, e ha subito individuato i rischi dell'intervento: il parco avrebbe certamente migliorato la qualità urbana dell'area, pesantemente deteriorata dal punto di vista fisico ed economico-sociale, ma avrebbe anche portato a nuovi incontrollati sviluppi urbanistici, con la conseguente demolizione degli edifici antichi, e forse delle stesse mura urbane. Le mura sono parte del vasto sistema di fortificazioni costruito a partire dal 1176 da Saladino, il fondatore della dinastia Ayyubide che sostituì i Fatimidi alla guida dell'Egitto. Saladino iniziò in gran fretta un programma di fortificazione dell'intera città, che si riteneva minacciata dalla presenza dei crociati in Palestina e in altre parti del Medioriente. Il nuovo circuito murario, incentrato sulla Cittadella fortificata tuttora esistente, circondò i due insediamenti originari del Cairo: la città fatimide, in parte confinante con l'attuale parco di al-Azhar, e l'insediamento di Fustat, localizzato più a sud e oggi conosciuto come Old Cairo.

Come si è proceduto, sulla base delle condizioni appena descritte?
Il cumulo di macerie che occupava l'area dell'attuale parco è stato in buona parte rimosso: c'era infatti un problema di inquinamento del suolo e quindi occorreva sostituire parte del terreno per consentire la successiva piantumazione. Si è inoltre manifestata un'altra difficoltà che ha ritardato il cantiere: alla fine degli anni Ottanta, tre imponenti serbatoi d'acqua furono collocati sull'area dell'ex discarica per consentire un adeguato approvvigionamento idrico delle zone urbane circostanti. Questi ingombranti elementi infrastrutturali, inizialmente considerati negativamente, si sono poi rivelati interessanti sotto un profilo compositivo, tanto da essere inglobati nella progettazione del verde. Il parco, completato nel 2004 e costato circa 30 milioni di dollari, ha riscosso grande successo. Oggi si contano in media 3.000 visitatori al giorno, che salgono a 17.000 nel periodo del Ramadan. È usato soprattutto dagli abitanti del Cairo – i turisti sono una minima parte – ed è diventato un luogo di vera e propria aggregazione sociale, senza distinzione di classe e livello economico. Lo schema di progetto preliminare si deve a Sasaki Associates Inc., un gruppo americano di Boston. Ma il vero e proprio lavoro di progettazione ed esecuzione dei lavori è stato dell'architetto egiziano Maher Stino dello studio Sites International. Al di là delle mura che fiancheggiano il parco c'è il quartiere storico di Darb al-Ahmar, all'interno del quale avete individuato tre aree per l'intervento di recupero.

Che estensione ha il quartiere e quale densità?
Circa 110 ettari, con una densità di 1.400 abitanti per ettaro e una popolazione complessiva di circa 160.000 persone: sono le dimensioni di una piccola città storica. Una delle operazioni condotte a termine da Saladino nella sua opera di fortificazione e ristrutturazione del Cairo fu proprio quella di collegare la città fatimide alla Cittadella, dove aveva stabilito la sua roccaforte, con la creazione di una strada principale chiamata proprio Darb al-Ahmar. Lungo questa arteria furono costruiti alcuni fra i più importanti palazzi, moschee ed edifici commerciali del Cairo, attorno ai quali si costituì, in periodo mamelucco e ottomano, il nucleo urbano che ha dato origine al quartiere di Darb al-Ahmar. L'area è di altissimo interesse architettonico: 152 sono i monumenti protetti dal Supreme Council of Antiquities (SCA). Dopo un'indagine approfondita sul quartiere, abbiamo notificato allo SCA l'esistenza di altri 200 edifici di interesse storico-architettonico, sia di tipo residenziale che commerciale. Lo stato di degrado di questo patrimonio è considerevole e si è aggravato nel 1992, quando il quartiere fu danneggiato da un terremoto. Ma anche prima del '92 si era già verificata una progressiva riduzione della popolazione del quartiere. Il nostro studio si è incentrato sulla possibilità di recuperare gli edifici esistenti e di riedificare i lotti abbandonati a seguito del crollo degli edifici. Abbiamo calcolato che circa il 16% del costruito è disponibile per operazioni di reintegrazione urbana. Il fine ultimo è quello di mantenere un livello di popolazione stabile, in grado di sostenere economicamente il quartiere. Abbiamo individuato tre zone di azione specifiche, selezionandole sulla base delle loro diverse caratteristiche e della presenza di elementi urbanisticamente qualificanti, quali monumenti, spazi pubblici e insiemi di edilizia minore. Alla fine degli anni Novanta abbiamo trovato una situazione disastrosa: nel quartiere vive una delle popolazioni più povere del Paese, con un reddito familiare di circa 100 dollari al mese. Tuttavia Darb al-Ahmar rimane un quartiere molto attivo socialmente ed economicamente, con numerosissimi artigiani e attività produttive, anche se marginalizzate rispetto a quelle presenti nel famoso bazar del Khan al-Khalili, situato più a nord e considerato una delle principali attrazioni turistiche del Cairo. Molti commercianti acquistano proprio a Darb al-Ahmar mobili, prodotti in metallo, intarsi, ricami e tessuti. Ma proprio per la sua marginalità rispetto ai principali flussi turistici, Darb al-Ahmar ha mantenuto nel tempo il suo carattere tradizionale. La riflessione sugli aspetti positivi e i fenomeni negativi riscontrati nel quartiere ha dato vita a una strategia d'intervento volta a garantire la sopravvivenza fisica del tessuto urbano e incentrata sulla riattivazione economica e il recupero sociale dell'area. Una delle organizzazioni affiliate all'Aga Khan Trust, l'AKAM (Aga Khan Agency for Microfinance), ha avviato un programma di microcredito per gli abitanti del quartiere. Contemporaneamente, si sono offerti alcuni servizi di base nel campo dell'educazione e della sanità e si è lavorato per facilitare la partecipazione diretta degli abitanti e il coinvolgimento delle istituzioni pubbliche nel processo di recupero. Abbiamo infine incentivato la formazione di quadri tecnici (muratori, carpentieri, idraulici, elettricisti e artigiani specializzati), molti dei quali provenienti dallo stesso quartiere, per impiegarli in un programma integrato di recupero urbano, comprendente restauri, risanamento delle abitazioni, sistemazione degli spazi pubblici e miglioramento delle infrastrutture di piccola scala (rete idrica, fognature, pavimentazione).

Qual è stato il lavoro sulle mura? Avete trovato reperti archeologici, superfetazioni?
Abbiamo lavorato sul segmento di un chilometro e mezzo di mura che fiancheggiano il parco. Questo tratto di fortificazioni presenta oggi un'altezza variabile fra i 2 e i 12 metri e comprende 15 torri difensive e tre importanti porte urbane che sono state riportate alla luce e ripristinate come collegamenti urbanistici fra il quartiere e il parco. Mentre si tratta in generale di terreno di riporto, molto disturbato e quindi privo di grande interesse archeologico, alcune zone in prossimità delle mura, particolarmente in corrispondenza delle antiche porte urbane, hanno consentito di portare alla luce sequenze stratigrafiche complete. Il lavoro sulle mura ha compreso scavi archeologici, rilievi, documentazione del degrado, analisi dei materiali e delle condizioni fisico-statiche del monumento, e operazioni di vero e proprio restauro, che hanno privilegiato interventi di tipo conservativo. Laddove operazioni di sostituzione di conci murari sono apparse inevitabili, si sono utilizzati blocchi di pietra con caratteristiche chimico-fisiche ed estetiche simili a quelle originarie. Dove si sono riscontrati precedenti restauri o modificazioni avvenute nel corso dei secoli, essi sono stati mantenuti e integrati nel nuovo restauro, come nel caso delle parti interne delle mura, riutilizzate come abitazioni o per attività artigianali già in epoca ottomana. Uno studio delle percorrenze ha permesso di constatare che circa l'80% delle mura si può riaprire al pubblico lungo il camminamento di ronda, che è già stato parzialmente attrezzato per la visita. Si è data infine molta importanza alle modalità di presentazione e visita delle rovine e alla parziale musealizzazione degli spazi interni. Il livello di compenetrazione fra abitazioni e cerchia muraria e i fenomeni di intasamento e occupazione delle mura si osservano già in epoca napoleonica, quando fu approntata la prima pianta urbanistica della città. Le case inglobano parte delle fortificazioni, senza però oltrepassarle a causa dei detriti che, già a partire dall'epoca mammelucca, si erano accumulati nella discarica. Una condizione che si è di fatto protratta sino ai nostri giorni e che ha reso necessario intervenire non solo sul monumento ma anche sulle case a esso associate. Abbiamo lavorato per isolati, individuando unità-edificio di circa 190 m2 distribuiti su tre o quattro piani. Con le attuali disponibilità di fondi, abbiamo calcolato di poter riabilitare intorno ai 135 edifici entro il 2009; 65 sono quelli completati sinora. Restano fuori da questo calcolo gli edifici di nuova costruzione a integrazione di parti di tessuto urbano mancanti o in stato di rovina. Il costo medio di ogni unità è di circa 25.000 dollari, o 130 dollari al m2. In media si impiegano quattro mesi per finalizzare i prestiti e i contratti di costruzione, e sei mesi per i lavori. Durante il corso dei lavori, i residenti si spostano temporaneamente presso parenti o amici.

Come ha reagito la città alle vostre proposte?
Oltre al consenso istituzionale, avete trovato anche quello degli abitanti? Abbiamo cercato sempre di lavorare il più possibile in coordinamento con le istituzioni, anche se, in alcuni casi, abbiamo dissentito su impostazioni e metodi di restauro. L'impostazione data dalla nostra controparte egiziana avrebbe richiesto la demolizione delle abitazioni e la creazione di una zona di rispetto attorno alle mura storiche. Ma l'idea di isolare i monumenti è un concetto ottocentesco, adesso il restauro va in direzione opposta: verso il recupero del monumento nel suo contesto storico. Abbiamo allora cercato di mostrare, anche con grafici e simulazioni, che l'eventuale demolizione delle case avrebbe posto enormi problemi di reintegrazione delle mura. Questa impostazione più attuale, sancita tra l'altro dalle carte internazionali del restauro, ha trovato infine il consenso della nostra controparte istituzionale, e così il restauro del monumento e gli interventi di recupero sulle abitazioni sono andati avanti di pari passo. Per quanto riguarda gli abitanti, non avremmo potuto agire senza il loro consenso. Tra l'altro contribuiscono a parte dei costi di riabilitazione edilizia, per una cifra che attualmente ammonta al 30% del totale. Il restante 70% viene dal Social Fund for Development, un'organizzazione egiziana parastatale che utilizza fondi di conversione del debito messi a disposizione da governi europei, soprattutto dalla Germania.

Come sono stati modificati gli appartamenti? Che tipo di materiali sono stati usati per la riabilitazione?
I tracciati stradali e le suddivisioni catastali si sono mantenute nel tempo. Darb al-Ahmar è un quartiere che si sviluppa inizialmente soprattutto in periodo mamelucco (1250-1500): i basamenti delle case sono spesso in pietra, che in alcuni casi sono rimasti integri; su questi si sono sovrapposte parti più recenti a seguito di crolli o trasformazioni edilizie avvenute nel corso dell'Ottocento e del Novecento. Gli edifici minori si attestano su lotti stretti e lunghi. In altri casi si tratta di edifici più importanti con corte interna, costruiti da importanti famiglie di commercianti. Lo studio dei tipi edilizi ha permesso di precisare modalità di recupero e forme di intervento. In generale rispettiamo le caratteristiche distributive e tipologiche degli alloggi. Le modifiche riguardano soprattutto l'introduzione di un bagno e una cucina per ogni nucleo familiare, per rispondere alle richieste più pressanti dei residenti, spesso costretti a condividere questi servizi fra varie famiglie. Questo programma di recupero edilizio è il primo del suo genere in Egitto. All'inizio si sono dovute superare non poche resistenze, che ora sono superate e vedono un'adesione sempre più convinta fra i residenti del quartiere. Anche gli uffici tecnici del Governatorato del Cairo sostengono oggi il programma, che è considerato un'alternativa migliore e socialmente più accettabile delle iniziali ipotesi di demolizione e allontanamento dei residenti. Abbiamo cominciato dai casi più semplici, in cui gli abitanti degli edifici erano anche proprietari. Poi abbiamo iniziato a occuparci delle case in affitto, cercando di trovare un punto di incontro fra le aspettative degli affittuari e le richieste dei proprietari, che, per il blocco degli affitti risalente agli anni Cinquanta, non avevano più provveduto alla manutenzione degli edifici. Le tecniche impiegate per il recupero sono tutte di tipo tradizionale ad alta intensità di manodopera. In alcuni casi, in particolare per edifici già ampiamente modificati, si sono usati, al posto del legno, travetti prefabbricati in cemento armato realizzati a pie' d'opera.

Quali sono i tempi previsti per la conclusione del programma?
Processi di riabilitazione di questa portata richiedono almeno una ventina d'anni. Il nostro intento è quello di creare le condizioni per una sempre maggiore capacità e autonomia economica, decisionale e realizzativa da parte di istituzioni e gruppi locali, in modo da assicurare una continuità di investimenti e d'impegno per il recupero della città storica.
La conversazione si è tenuta a Roma il 27 aprile 2007

Coordinamento del progetto
(AKTC – Aga Khan Trust for Culture, HCSP – Historic Cities Support Programme) Luis Monreal (direttore generale, AKTC) Stefano Bianca (direttore emerito, AKTC) Cameron Rashti (direttore e Al-Azhar Park) Stefano Bianca (direzione generale), Cameron Rashti (parco di al-Azhar), Francesco Siravo (restauro delle mura e recupero urbano in Darb al-Ahmar), Jurjen Van der Tas (programmi socio-economici), Mohamed el-Mikawi (direzione e coordinamento dell'ufficio del Cairo dell'Aga Khan Cultural Services-Egypt)

Parco di al-Azhar
Don Olson, Sasaki Associates Inc. (master planning), Maher Stino e Laila Elmasry, Sites International (progettazione paesaggistica), Rami el Dahan e Soheir Farid, architetti (Hilltop Restaurant e ingresso principale), Serge Santelli, architetto (Lakeside Cafè)

Restauro delle mura
Elisa del Bono, Noha Nael Ahmed (coordinamento dell'equipe di restauro), Frank Matero, University of Pennsylvania (supervisione scientifica), Heba Mohammed Fouda, Robert Pilbeam (architettura), Ibrahim Bahaa, Guy Devreux, Josephine d'Ilario, Ashraf Labib, Angelo Lanza, Hussayn Mohsen Mohamed, Ali Mohamed Saeed, Giovanni Santo, Noha Sayed, Maser Sayed, Luc Tamburero, Mahmoud Yahya (restauro), Nora Abdel-Hamid Shalaby, Peter Sheehan (archeologia), Mamdoh Ibrahim Abdala, Hassan Abdel-Rahman, Sandro Amedoro, Ali Korani Ali, Mauro Musolino, Laurino Saccucci, Salem Helil Salem, Mahmoud Sayed, Abdel Aziz el Shishini (maestranze)

Recupero urbano
Kareem Ibrahim (coordinamento dell'equipe), Jeff Allen, Seif el-Rashidi (pianificazione urbana), Ayman el-Gohary (infrastrutture), Hamad al Biblawy, Nevine George, Mahmoud Qotb, Mohamed Abdel Satar Sayed (architetti), Mohamed Hamdy Abdel-Sattar, Samir Saad Mustafa, Hany Mohamed el Tayeb, Mohamed el Tayeb (supervisione di cantiere), Awad Mohamed Awad, Abdel Fattah Hanafy Hassan, Gom'aa Abbas Nazir (maestranze)