Tirana è la capitale europea che è maggiormente cambiata negli ultimi 15 anni. Dopo la caduta del regime comunista, la città ha sperimentato, nell’ordine: l’avvento della democrazia, l’immigrazione di massa, una drammatica e grottesca crisi finanziaria seguita da disordini e dall’intervento militare straniero, una crescita economica rapidissima e squilibrata, un’estrosa e pragmatica politica urbana a opera del suo “principe postmoderno” e, infine, una surreale fase di stallo in cui si attende l’esito dell’estenuante duello tra il sindaco e il presidente. Domus si è recata nella capitale albanese per osservare la città in questo momento decisivo del suo sviluppo.
Testi di Pier Paolo Tamburelli. Fotografia di Valentina Gugole. A cura di Elena Sommariva, Pier Paolo Tamburelli.
Progetto Tirana
1. Benvenuti in città!
A Tirana, città paradossalmente postmoderna, abilmente collocata nella geografia artistica internazionale, la sovrastruttura sembra avere la tentazione di far da sola, dimenticando le miserie della struttura. E così, mentre un’intera città virtuale, fatta di animazioni prodotte da architetti stranieri, galleggia al di sopra della città reale in attesa di materializzarsi, la prima cosa che incontra chi arriva nella capitale è un cratere disseminato di pozzanghere. Le automobili circumnavigano a fatica un plinto di cemento che avrebbe dovuto sostenere il nuovo svincolo, approvato dal municipio nel luglio 2004 e sospeso per ordine della polizia edilizia governativa un anno dopo. La rotonda di Zogu i Zi è forse, in questo momento, il luogo più emblematico di Tirana, il monumento involontario al conflitto istituzionale che oppone il sindaco Edi Rama al primo ministro Sali Berisha, il punto in cui più vistosamente le ambizioni della città divergono dalla sua realtà, ma anche il luogo che dimostra, con più evidenza, quali siano le priorità per la sua crescita: la redazione di un piano regolatore, l’ammodernamento delle infrastrutture e la definizione di procedure burocratiche più stabili.
2. L’incredibile esplosione demografica
Dal 1989 al 2005, Tirana è passata da 230.000 a quasi un milione di abitanti. La città, che negli anni Novanta si era espansa nelle aree agricole circostanti attraverso l’addizione di fortunose abitazioni, realizzate in fretta su terreni di incerta proprietà, ha vissuto negli ultimi cinque anni un’intensa stagione speculativa. Si tratta di palazzine con struttura in cemento armato, di otto piani, con due livelli di parcheggi interrati, negozi al piano terra, uffici al primo piano. Dal 2001 al 2004, questa attività ha prodotto una media di 2.700 nuovi appartamenti all’anno. Il settore delle costruzioni è diventato l’elemento trainante dell’economia locale e ha creato le condizioni che hanno permesso all’amministrazione comunale di impostare una nuova strategia per la crescita urbana.
3. Edilizia socialista su piccolissima scala
A Tirana la monotona edilizia socialista si mostra in versione lillipuziana; gli edifici non superano i quattro piani, le distanze tra i blocchi sono di venti metri al massimo. I vuoti tra caserme di edilizia sociale diventano piazzette dalle dimensioni ridotte, gli impianti urbani alienanti sono corrosi all’origine da una pianificazione virtuosamente maldestra. Così, a Tirana, gli alberi di una certa età sono sempre più grandi degli edifici e questo attribuisce alla città un tono domestico, rurale, piuttosto singolare per uno tra i luoghi più inquinati d’Europa.
4-5. Metropoli domestica
Tirana rimane una città dalla scala singolarmente minuta. Nemmeno la recente speculazione edilizia ha modificato questa situazione. Anche se è cambiata la densità della città, non sono mutate le dimensioni degli spazi aperti, che sono rimasti insospettabilmente accoglienti e domestici. Sarebbe piuttosto facile, per un pianificatore benintenzionato, compromettere la più grande risorsa spaziale della città, tentando di riformare la rete stradale. Sarebbe invece utile (e forse anche possibile) immaginare che la città possa aumentare la sua densità senza sacrificare la sua intricata rete di spazi, dotandosi di una rete di trasporti sotterranei. I negozi occupano di solito i primi due livelli di ogni edificio. Se si considera che gli edifici raramente hanno più di otto piani fuori terra, è facile costatare come almeno un quarto dell’edificato risulti accessibile al pubblico. Questa abbondanza di spazio commerciale ha fatto di una città senza biblioteche né piscine, senza cinema né teatri, un luogo estremamente pubblico.
6. Vendetta albanese
Dalla caduta del regime comunista al 2001, le sponde del fiume Lana sono state invase da ogni sorta di edifici: residenze, minuscoli esercizi commerciali, chioschi, bar. Quasi ad affermare l’eclissi totale dello spazio pubblico nella nuova città capitalista questi edifici, ugualmente indifferenti a regole urbanistiche ed assetti proprietari, avevano occupato ogni metro quadrato disponibile nelle aree verdi del centro. Questo sgraziato insieme di oggetti era forse il simbolo più evidente del furioso approccio albanese all’economia di mercato e, come emblema di una crescita squilibrata e largamente illegale, divenne il primo obiettivo del progetto per ristabilire la legalità che ha fatto seguito alla crisi del 1997. Così, a partire dal 2001, gli edifici ammassati attorno al Lana sono stati demoliti dai bulldozer delle ristabilite autorità governative e municipali. Oggi resta solo la casa dove vive Ramadan Emrullaj con la moglie, le due vedove dei figli maschi, la figlia e i nipoti: dodici persone in tutto. La casa è stata costruita nel 1997. Ha tre piani e il piano terra non è abitato. La famiglia Emrullaj, coinvolta in una complessa vicenda di vendette di sangue, ha rifiutato di abbandonare la casa anche davanti ai bulldozer. Secondo la tradizione, infatti, non è consentito uccidere le persone all’interno delle loro abitazioni. Solo dentro casa, i maschi Emrullaj sono al sicuro.
7. La ‘fiera’ dell’architettura
La struttura di Tirana è ancora quella disegnata dagli architetti italiani durante il periodo del protettorato e del viceregno. L’asse tracciato da Brasini continua a costituire il nucleo monumentale della città, oltre che l’unica arteria scorrevole. Lungo questo asse si allineano i singolari monumenti dell’ultimo secolo della storia albanese. Quasi in un festival di provincia della retorica totalitaria, rigidi edifici fascisti si succedono ad altrettanto rigidi edifici comunisti, scoprendo una singolare, alienante fratellanza. Gli edifici sembrano tutti provenire da un altro luogo, quasi scenografie allineate a dimostrare tutto quello che Tirana non è, ma che per qualche istante ha desiderato essere. L’asse mostra la sua lunare bellezza di notte, senza traffico, con l’illuminazione artificiale violenta e straniante: il municipio giallo e il Palazzo della Cultura blu.
8. Un monumento alla cultura
La ‘piramide’ è stata progettata nel 1987 dal collettivo diretto da Klement Kolaneci come Museo Enver Hoxha. Oltre agli spazi espositivi e ai depositi, conteneva una biblioteca e uffici. Ora è utilizzata saltuariamente, nonostante la sua evidente incompatibilità tipologica, come palazzo delle esposizioni. L’edificio ospita anche un bar, una discoteca e gli uffici di una televisione locale, i cui ripetitori si sono insediati sulla cima. La ‘piramide’ non è priva di una sua sgraziata bellezza. L’edificio persegue una bizzarra ipotesi geometrica (la spirale iscritta nella stella), che determina una tipologia quantomeno macchinosa e consente un paradossale affollamento di metafore sullo stesso oggetto architettonico. La sfrenata libertà stilistica della piramide sembra essere la controparte della rigidissima cornice ideologica che la definiva, la sua ansia futurista descrive con ingenuità e dolcezza l’arretratezza tecnologica della società in cui è stata prodotta.
9. Potere centrale contro potere locale
di Ilir Mati
Dalla caduta del regime comunista fino all’approvazione della legge per la restituzione dei terreni collettivizzati agli antichi proprietari, era possibile acquistare i suoli direttamente dallo Stato. Anche dopo il 1993, quando fu approvata la legge, lo Stato continuò a distribuire concessioni edilizie. In questo ambiguo contesto si crearono situazioni paradossali, come quella che ha portato alla nascita di un enorme cratere in pieno centro città, alle spalle del Palazzo della Cultura. Uno speculatore svizzero di origine kossovara acquisì dallo Stato l’area alle spalle del Palazzo della Cultura, ottenendo l’autorizzazione per costruirvi un albergo. In seguito iniziarono le cause dei numerosissimi antichi proprietari. Eppure, favorito dai politici e da un sistema giuridico inaffidabile, l’imprenditore tentò di garantirsi il diritto a proseguire la sua iniziativa edilizia aprendo frettolosamente un cantiere (per la legge albanese, nel caso di edifici già realizzati almeno fino alle fondamenta, le concessioni ottenute rimangono valide anche su suoli non di proprietà). Ormai sono passati dieci anni e la fossa è ancora lì, circondata dall’indifferenza totale. Serve solo alle prostitute per svolgere l’attività in pieno giorno. Recentemente il primo ministro ha ordinato di trasformare la fossa. Tuttavia il governo non ha prodotto alcun atto ufficiale e le disposizioni del primo ministro sono state contestate dal sindaco. La polizia edilizia protegge ruspe e camion che scaricano materiale per coprire la fossa. Contemporaneamente, la polizia municipale multa gli autisti dei camion.
10-11. Fortezza sotterranea
di Ilir Mati
Quando, sul finire degli anni Settanta, si inizia a parlare di “guerra stellare” i gerarchi del paese delle aquile decidono di usare i soldi dei cinesi e l’abbondante mano d’opera locale per costruire assurde opere di difesa antiatomiche. La propaganda del partito formula il concetto con macabra efficacia: “Non moriremo come i conigli dalla guerra stellare. Siamo figli delle aquile e vinceremo!” Vengono perforate le montagne per fare gallerie capaci di ospitare tutto: aerei, carri armati, sommergibili, munizioni, ma anche fabbriche, ospedali, caserme, ministeri, la sede del comitato centrale del partito. La popolazione partecipa in massa a questa iniziativa: ogni cittadino adulto lavora per ventuno giorni all’anno per contribuire alla difesa antiatomica. Si tratta di veri e propri lavori forzati. Si lavora senza la protezione necessaria, con una tecnologia rudimentale. Dopo il 1990, i bunker e i tunnel sembrano dimenticati, relitti di un passato subito incomprensibile. Tuttavia, queste opere di difesa lentamente sono state colonizzate e condizionano ancora oggi una parte consistente del territorio. È quanto è accaduto alle dodici gallerie che si trovano a Shkosa, a nord est di Tirana, destinate ad accogliere la vicina fabbrica di trattori (in realtà carri armati), che un tempo impiegava 4.000 operai e oggi è completamente abbandonata. La fabbrica è stata gradualmente demolita dai “cercatori di ferro”, che hanno estratto il tondino dal cemento armato per rivenderlo. Un chilogrammo di ferro di questo tipo vale circa 0,02 euro. Le gallerie, parallele tra loro e collegate da uno stretto passaggio trasversale, sono lunghe più di cento metri, larghe poco meno di dieci e alte altrettanto. Alcune sono usate come depositi per vecchi autobus, camion o macchinari industriali. Le iscrizioni sulle macchine vecchissime sono in caratteri cirillici, quelle sulle macchine vecchie in cinese, quelle sulle macchine più recenti in italiano.
Pier Paolo Tamburelli ha studiato architettura all’Università di Genova e al Berlage Institute. Dal 2004 fa parte dello studio baukuh (https://www.baukuh.it)
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da Domus 894 luglio/agosto 2006Tirana è la città europea che è maggiormente cambiata negli ultimi 15 anni. Domus si è recata nella capitale albanese per osservare la città in questo momento decisivo del suo sviluppo. Testi di Pier Paolo Tamburelli. Fotografia di Valentina Gugole. A cura di Elena Sommariva, Pier Paolo Tamburelli.
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- 17 luglio 2006