Vita e morte di un carcere modello
di Patricia Bullrich
L’8 agosto del 2000 chiude i battenti uno dei monumenti della decadente Argentina. Il carcere di Caseros serra per l’ultima volta i suoi lucchetti. Sul furgone cellulare si allontana anche l’ultimo detenuto, abbandonando quello che in 21 anni aveva finito col trasformarsi da edificio ultramoderno, sinonimo del progresso nazionale, in uno stabile in completo disfacimento. Il progetto era concepito come un gigantesco ‘hotel’ con regime di detenzione a celle singole. Ed era destinato ad ospitare i detenuti sotto processo soltanto per brevi periodi. Nell’edificio adiacente, che non fu mai realizzato, avrebbe dovuto trovare spazio il tribunale. Il 15 giugno del 1960, con la posa della prima pietra, cominciava il sogno di una giustizia rapida, capace di offrire spazi moderni e di qualità anche ai delinquenti. Ma la democrazia durò poco e, con lei, andò in fumo anche l’utopia di chi aveva progettato l’opera. Il 23 aprile del 1979, quando il carcere fu inaugurato sotto la dittatura militare di Jorge Rafaél Videla, le sue celle furono riempite di prigionieri politici e detenuti ordinari, destinati a convivere per decenni in uno spazio ristretto pensato per trascorrervi solo poche settimane. L’imponente immobile si dimostrò più fragile di quanto sembrava. I suoi nuovi abitanti permanenti non riuscirono a sopportare le modalità di reclusione e iniziarono a esigere dall’architettura ciò che questa non poteva offrire: luce naturale, luoghi di ricreazione e socializzazione. Nel momento in cui aveva deciso di convertire un luogo di passaggio in una residenza permanente, il governo era stato il primo a non rispettare il suo stesso contratto sociale. E, nel 1984 al sorgere della democrazia, proprio in tale inadempienza i carcerati intravidero la possibilità di adattare l’edificio alle proprie esigenze. Iniziarono le pressioni perché le porte delle celle che si affacciavano sul corridoio fossero aperte e il presidente Raúl Alfonsín cedette alle richieste, senza però prevedere fino a che punto quella decisione avrebbe segnato la storia istituzionale della giovane democrazia. Per riuscire a garantire la propria sopravvivenza con le porte delle celle ormai aperte, gli agenti furono infatti costretti a scendere a patti con i detenuti, finendo col diventare parte integrante della cultura criminale. Si vennero così a creare due tipi di penitenziario, quello formale e l’informale. Nel primo, tutte le sere si procedeva all’appello dei carcerati, si effettuavano regolari controlli e, prima di ogni visita, parenti e amici dei detenuti erano perquisiti. Nella struttura informale, invece, i capi dei banditi con la complicità dei funzionari, percorrevano l’intero edificio attraverso le tubature e costruivano migliaia di meandri dove l’autorità non riusciva ad avere accesso. Giorno dopo giorno, in modo impercettibile, il carcere iniziava a essere demolito. Caseros era diventato l’“altra faccia”, il contrario di uno spazio che si può tenere sotto controllo da un unico punto di osservazione, principio alla base di un normale sistema penitenziario. In questo luogo privo di sorveglianza dove i carcerati si nascondevano come topi ed erano in grado di sbucare fuori in qualsiasi momento e luogo, le chiavi avevano smesso di essere uno strumento di potere. Dopo ventuno anni, era impossibile scorgere anche la più piccola differenza tra chi doveva fare rispettare la legge e chi invece doveva scontare una condanna. Era il mondo di Caseros, dove ogni cosa si era trasformata in merce di scambio. La sua cultura si era andata costruendo giorno dopo giorno: una struttura di violenza, di corruzione e di morte, dove prigionieri e funzionari vissero le storie più incredibili. Morti su commissione, privilegi per coloro che possedevano denaro, droga e prostituzione avevano trasformato il carcere in una fabbrica di delinquenti con e senza divisa. In uno dei suoi cortili interni, scoprimmo uno spazio amministrato dagli ufficiali carcerari dove i prigionieri avevano il compito di smontare le parti riutilizzabili delle auto rubate. L’episodio più grave coinvolse un detenuto e un agente che, insieme, uscirono dal carcere per compiere una rapina e finirono per uccidere un poliziotto. Nel corso della mia visita in qualità di sottosegretario alle politiche penitenziarie mi resi conto che quello spazio non era recuperabile, l’unica possibilità era chiuderlo. Tale scelta implicava però una decisione che andava al di là della semplice demolizione di un edificio. Significava riorganizzare il sistema carcerario in modo che fosse in grado di offrire una politica di riabilitazione, e mettere in atto una diversa logica di formazione dei funzionari. Ci vollero sei mesi per raggiungere l’obiettivo. Nessuno se ne voleva andare. Quando, finalmente, vidi uscire l’ultimo essere umano pensai a quanto era stato breve il tragitto tra la realizzazione del modello di Caseros – orgoglio di uno Stato proiettato verso lo sviluppo – e la sua definitiva chiusura, come corollario di uno Stato predatore. L’edificio, nel corso di tale insignificante percorso storico, era diventato inservibile. L’immensa mole giaceva come un corpo dopo un’autopsia: svuotato di tutti i suoi organi vitali. I percorsi interni costruiti dai carcerati avevano distrutto il sistema di riscaldamento e le tubature del gas, fino a trasformare la solidità in rachitismo. Tutti gli studi finirono col dimostrare che era più economico costruire una nuova architettura, piuttosto che cercare di recuperare gli impianti. Lo stato fisico dell’edificio e le esigenze sociali si coniugavano nella necessità di demolire non solo la struttura, ma anche il suo significato. Oggi Caseros, simbolo della decadenza argentina, è stato rimpiazzato da due nuove carceri, costruite nei sobborghi sulla base di uno schema orizzontale fatto di moduli indipendenti e celle autosufficienti, complete di servizi di riabilitazione: per lo studio, la ricreazione e il lavoro, secondo un concetto più umano della reclusione. Buenos Aires, una bella città nonostante la crisi e i malgoverni, deve prendere la decisione di spostare le sue strutture penitenziarie al di fuori dei confini metropolitani. Le carceri urbane, infatti, non sono in grado di svolgere in modo adeguato la loro funzione di riabilitazione sociale. La capitale argentina possiede ancora spazi di tirannia che deve sradicare, pensando che una città democratica deve riuscire ad esserlo in ogni suo spazio, compresi quelli che riserva a coloro che non si adattano alla società. Dove ora sorge Caseros saranno realizzati una scuola, un parco e un centro culturale affinché la gente costruisca la contro-immagine di ciò che fu quel terreno e l’aria, ancora impregnata di reclusione, si permei di educazione e convivenza. Così sogniamo Buenos Aires: come uno spazio di libertà.
Patricia Bullrich è stata ministro del lavoro sotto il governo di Fernando de la Rúa. In qualità di sottosegretario alle politiche penitenziarie, ha avuto il compito di amministrare le carceri nelle quali è stata detenuta durante il periodo della dittatura argentina. Attualmente, è il leader del partito “Unión por Todos”.
Architettura corrotta
di Gaspar Libedinsky
Dopo solo 21 anni di esistenza, Caseros, moderno carcere modello di Buenos Aires, sta per essere demolito. Nel 1984, con il riaffiorare della democrazia, il governo decise di aprire le porte delle celle, permettendo ai prigionieri di avere accesso ai corridoi. Il 6 giugno, una violenta rivolta lunga 20 ore finì con lo sferrare un duro attacco al cuore dell'intero sistema carcerario: 17 piani su 20 furono quasi distrutti. Ma la rivolta non fu condotta in modo ‘irrazionale’ o ‘caotico’. Rispondeva, anzi, a un ‘master-plan’ orchestrato nei minimi dettagli dai detenuti stessi, con l’obiettivo di conquistare condizioni spaziali ideali.
Non-City. Il carcere ‘ideale’ è progettato per trasformare la “mente criminale”. Tra le misure adottate dal sistema carcerario vi è quella di precludere ogni tipo di comunicazione tra i carcerati e il resto del mondo. Mentre tuttavia il carcere ‘ideale’ trasforma e corregge il carattere ‘corrotto’ del detenuto grazie alla sua architettura, Caseros ha invertito l’equazione: è stata l’architettura ad essere trasformata dalla personalità corrotta dei detenuti. Nonostante la posizione, a pochi minuti di auto dal centro della città, Caseros era stato studiato in modo da evitare ogni contatto con la realtà urbana. La cella individuale – la chiave dell’intero sistema – non aveva finestre. Luce e aria provenivano dalle lunghe strisce continue di finestre nel corridoio, posizionate abbastanza in alto da impedire la vista dall’interno verso l’esterno e viceversa.
Masterplan. I detenuti avevano due obiettivi: ridefinire le proprie condizioni di vita all’interno della prigione, condizioni imposte dal sistema a celle singole; e trovare un modo per comunicare con l’esterno, cosa che il sistema aveva sempre cercato di impedire. L’apertura delle porte delle celle, nel maggio 1984, è stato il primo passo verso il collasso dell’intero sistema. Alle guardie viene impedito l’accesso al corridoio anche per semplici ispezioni. La rivolta del 6 giugno ha creato le condizioni necessarie per sviluppare il loro piano. La distruzione di ogni singola parte del carcere non è stata eseguita in modo casuale, ma al contrario è servita a creare uno spazio completamente nuovo.
Fori. I fori aperti in facciata avevano l’obiettivo di creare un collegamento permanente tra il carcere e la città. Al contrario dei muri delle celle, realizzati in cemento, le pareti dei corridoi erano fatte di mattoni forati. I detenuti sono riusciti ad aprirsi un varco colpendoli con violenza con gli estintori. La nuova facciata ‘porosa’ è diventata una ‘interfaccia’. Da quel momento, Caseros è stata sempre circondata da parenti e amici dei detenuti. I carcerati parlavano con i propri amanti in una versione ‘rivisitata’ di Romeo e Giulietta. Attraverso i fori nel muro, i prigionieri potevano comunicare con la città 24 ore al giorno. La facciata esterna e gli abitanti erano diventati tutt’uno. I muri parlavano.
Smurfing (Spostamenti). 1. Oltre che come strumento di comunicazione i fori permettevano ai detenuti anche di arrampicarsi sulla facciata e spostarsi di piano in piano. ‘Smurfing’ (‘Pitufeo’) è il termine da loro utilizzato per descrivere tale attività. 2. I detenuti distruggevano i servizi igienici all’interno delle celle per evitare che le guardie li chiudessero di nuovo all’interno. Scardinando i servizi, creavano anche un percorso all’interno del “muro umido”: uno spazio per favorire “spostamenti interni” tra un livello e l’altro del carcere, senza essere visti.
Piccioni viaggiatori. Venivano distrutti i materassi per creare funi di stoffa, con le quali scambiare ogni tipo di merce – beni personali, droga e armi - attraverso i diversi piani del carcere.
Tende. Anche le cabine vetrate per le visite venivano distrutte, per poter avere contatti diretti e rapporti intimi con i visitatori esterni. Dopo la rivolta, le visite venivano organizzate all’interno del carcere e, in cerca di privacy, i detenuti misero a punto un sistema di tende appendendo le lenzuola al soffitto. Diventava impossibile, in questo modo, impedire i contatti e i rapporti intimi che anzi sono diventati un diritto acquisito dai carcerati.
“Do it yourself”. I prigionieri distruggevano anche il sistema di approvvigionamento e distribuzione del cibo, con l’obiettivo di introdurre nuove modalità di fruizione più consone al loro “stile di vita”. Dopo la rivolta del 1984, ai detenuti fu permesso di provvedere da sé al necessario per conservare e cucinare le vivande: frigoriferi, forni a microonde, lavandini, televisori e altri arredi vennero così introdotti tra le mura del carcere. Il governo si limitava a fornire, oltre allo spazio, acqua, gas ed energia elettrica. Come conseguenza di ciò, i detenuti si trovavano a essere divisi in vere e proprie classi sociali: alcuni prigionieri vivevano in ‘lussuosi’ appartamenti, altri in veri e propri ‘tuguri’. Si stava costituendo una società urbana parallela. Complicità criminale. Caseros era stato concepito come un paradigma della più moderna architettura: la sua forma derivava direttamente dalla funzione. L’architettura era stata però successivamente trasformata in un mero sistema di sorveglianza, venendo meno alle intenzioni originali. Ciononostante, la forma rimaneva collegata alla funzione. Quello che invece era del tutto cambiato, era il destinatario. La trasformazione della facciata, dalla sua originale natura ‘impermeabile’ alla successiva condizione ‘porosa’, rivelava l’inversione del rapporto tra l’architettura e i suoi occupanti.
Gaspar Libedinsky, architetto, si è laureato alla Università di Buenos Aires (UBA), si è specializzato e ha insegnato presso l’Architectural Association (AA) di Londra. Ha collaborato con OMA (Rotterdam), attualmente lavora nello studio Diller Scofidio+Renfro (New York). Il tema trattato nel suo articolo e la tesi che ne emerge sono frutto di una serie di interviste al direttore di Caseros e ai detenuti, e dei suoi studi su Caseros e altri istituti penitenziari.
