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La trama di Plot

Nel porto di Copenhagen, la Maritime Youth House, progettata da Bjarke Ingels e Julien De Smedt, conferma le doti dei due architetti – cofondatori dello studio danese PLOT – premiati alla 9. Biennale di Architettura di Venezia per il miglior progetto della sezione “Sale concerti”. Testo di Aaron Betsky. Fotografia di Paolo Rosselli. A cura di Rita Capezzuto.

PLOT e l’architettura post-programmatica
di Aaron Betsky

L’architettura è una storia semplice, specialmente se si è in grado di seguirne la trama. O, meglio ancora, di scriverla. A PLOT, lo studio danese che nel breve volgere di tre anni si è affermato quale migliore esponente dell’architettura post-programmatica del Paese, ne sono convinti. Fondato nel 2001 dal danese Bjarke Ingels e dal belga Julien De Smedt, incontratisi durante una comune esperienza di lavoro all’Office for Metropolitan Architecture di Rotterdam, oggi PLOT è uno studio di medie dimensioni che annovera due progetti realizzati, quattro in fase di esecuzione, ed enormi ambizioni – non è un caso che siano loro a rappresentare la Danimarca all’attuale Biennale di Architettura di Venezia.

In ogni loro attività, Ingels e De Smedt si basano sulla programmazione incrociata e sulla organizzazione meticolosa, lasciando che la logica della loro architettura si sviluppi partendo da situazioni più o meno fortuite e dai “rumori di fondo” che nascono quando attraverso la narrativa urbana cominciano a muoversi più attori. Come hanno dichiarato in ambito cinematografico i membri del gruppo danese Dogma, la forma dev’essere minimalista, in modo che lo sviluppo di complessità e profondità di carattere ne risultino rafforzati. Nel caso del progetto più completo di PLOT, la Maritime Youth House, situata in un’area derelitta del porto di Copenhagen, il copione prevedeva un ambiente contaminato, una società velica piuttosto snob e un gruppo di giovani disadattati.

Nel 2001, poco dopo l’apertura dello studio, PLOT si era aggiudicato un concorso d’idee per la Water Culture House, e dopo due anni lo sponsor del progetto, la Sports Facility Fund, ha proposto loro un sito e un programma reale. La committenza, però, metteva a disposizione un terreno inquinato da metalli pesanti, su cui realizzare uno yacht club – che voleva una struttura per rinchiudere le proprie imbarcazioni senza che vi fossero interferenze esterne – e un’agenzia cittadina in cerca di un luogo in cui far trascorrere il doposcuola a dei giovani disadattati.

La scelta vincente di PLOT è stata di costruire sopra il terreno inquinato senza realizzare alcuno scavo: “Abbiamo scoperto che si trattava di materiali inerti, perciò innocui se non vengono toccati, e questo ci ha consentito di risparmiare un terzo del budget”, spiega De Smedt. I fondi derivati dalla scelta sono stati utilizzati per realizzare una copertura in assi di legno che si trasforma in una struttura architettonica usata per creare una connessione tra i due complessi. Un piano di tavole in legno si stende sopra il sito, si solleva verso l’entroterra a formare un riparo per le imbarcazioni, scende a creare un cortile aperto ma protetto e infine s’incurva verso l’oceano a modellare una piattaforma con vista sul porto, sotto il cui ripido arco trova posto il centro per i giovani disadattati: “Due gruppi che agiscono in senso contrastante – spiega Ingels – creano un design aperto”.

Una simile tensione informa tutti i progetti firmati da PLOT. Racconta De Smedt :“Pensiamo sempre a tutti i tipi di persone che potrebbero trarre beneficio dal nostro lavoro, poi inseriamo questi dati nel programma che ci viene affidato dalla committenza, perché esigenze contrastanti ti costringono ad andare oltre a ciò che faresti normalmente, a far sì che il sito si apra a delle possibilità inaspettate”. E ancora, come dichiarano in modo più magniloquente i progettisti nel manifesto Sharing Spaces, “allentando il controllo, i progetti vengono sospinti dall’abbondanza di energie e intenzioni che si annidano nelle forze sociali, politiche e commerciali della città, e la nostra parte creativa nel processo di progettazione diventa la formulazione di una trama che sappia unire tutti questi elementi… l’architetto non è un artista che [sic] dà forma alla materia secondo il proprio genio o le proprie aspirazioni; è piuttosto un curatore che [sic] coordina, assembla e sceglie i diversi desideri ed esigenze della società”.

Ciò significa che PLOT deve spesso ideare un proprio contesto e quindi delineare una trama. È quello che hanno fatto con la proposta per un giardino pensile da realizzare sul tetto di un grande magazzino di Copenhagen. Dopo aver capito che quella superficie inutilizzata aveva il potenziale per essere trasformata in un grande spazio sociale, hanno sollecitato una mezza dozzina di registi, artisti e performer interessati allo spazio a presentare delle proposte, quindi hanno raccolto tali idee in un programma a partire dal quale hanno progettato un attico aperto. In questo modo, sono arrivate subito delle promesse di finanziamento, il grande magazzino ha accettato di sostenere l’iniziativa e PLOT conta di dare inizio ai lavori l’anno prossimo.

Questo carattere giocoso e inventivo è comune a molti loro progetti. Tra questi, il secondo a essere stato realizzato è una piscina galleggiante, situata in un’altra zona dell’enorme porto di Copenhagen. Nell’ultimo decennio l’acqua delle banchine è stata ripulita, e gli abitanti della capitale hanno cominciato a nuotare tuffandosi da moli e banchine. La cosa ha convinto il Comune a formalizzare e regolamentare l’attività del nuoto, e PLOT si è aggiudicato la commissione proponendo un semplice rettangolo contenente un gruppo di vasche, una stazione di salvataggio ‘panoptica’ e una piattaforma per i tuffi a forma di prua, elementi demarcati e collegati da viottoli che estendono il sistema di circolazione esistente. Curiosamente, il risultato richiama non solo le piscine pubbliche di un’epoca più innocente, ma fa appello anche al linguaggio visivo marittimo: ci sono infatti un faro (la stazione dei bagnini) e una nave (la piattaforma per i tuffi).

“Non ci siamo resi conto dell’esistenza di tali forme fino a che non è iniziata la costruzione”, afferma Ingels. E scrolla le spalle, come per scusarsi. Le immagini, i riferimenti, e ogni altro genere di rapporto diretto sembrano essere un tabù per PLOT, perlomeno a livello di intenzioni. Operando, come essi stessi affermano, secondo un processo messo a punto da studi come OMA – ma reso possibile anche dall’avvento del computer quale strumento per raccogliere dati, rappresentare e ricombinare le forme – essi si considerano dei cacciatori-assemblatori della società postindustriale. Come MVRDV, Peripheriques e molti altri studi, raccolgono immagini e dati, selezionano e incollano insieme i materiali per produrre combinazioni fantastiche, il cui aspetto chimerico è il risultato, più che di invenzioni, di assemblaggi studiati.

Che nascono da quello che Ingels definisce un “processo darwiniano di eccesso e selezione, nel quale i modelli sperimentano idee diverse, per poi nutrirsene a vicenda”. “Non partiamo mai da un’estetica – aggiunge – ma lasciamo che l’identità di un progetto si sviluppi da sé. Il progetto deve avere una struttura in grado di sopravvivere, niente di più, niente di meno”. Nonostante questa retorica tesa a ridimensionare l’esplosione post-cambriana dell’era del computer, in realtà gran parte dell’attuale lavoro di PLOT consiste in strutture semplificate, sempre lievemente divergenti e incurvate. Uno zigzagante complesso residenziale a Ørestad, in fase di costruzione; un ospedale psichiatrico radiale e la proposta per la realizzazione di un insieme di serre contenenti appartamenti-loft che offrono riparo dal clima nordico: tutte appaiono strutture relativamente semplici, iconiche e articolate con chiarezza.

Nella loro proposta per la Biennale di Venezia la Danimarca viene immaginata quale patria del risparmio energetico e di megastrutture, versioni ridotte delle quali vengono indicate come una panacea per le periferie. Viene subito da pensare non solo alla Metapolis di Barcellona, ma anche alle proposte presentate recentemente a Europan e Archiprix, proposte che semplificano grandi questioni economiche e sociali, rappresentando dati precisi in forma di blocchi geometrici che vengono poi ridisposti per suggerire possibili soluzioni. Se i progetti costruiti non rispondono del tutto a queste ambizioni (nonostante l’inventiva manipolazione di una singola superficie, la Maritime Youth House forza le possibilità tecniche e visive della superficie in legno fino al punto in cui quelli che dovrebbero risultare degli eleganti piani declinanti si fanno così ripidi da risultare a volte disagevoli), non è per scarsa lucidità, né per l’intenso sfruttamento delle opportunità offerte da una Danimarca pronta a ironizzare sul suo elegante ma ormai consunto momento alto-modernista.

Il fatto è che i PLOT hanno imboccato la direzione di diventare degli ambiziosi, ma Dogma-tici, produttori del massimo effetto urbanistico col minimo dispendio di mezzi. Ora sia essi, eroi dell’architettura post-programmatica, sia i loro personaggi minori – dai progetti residenziali ai padiglioni natatori – stanno cercando di inserirsi nella trama che hanno delineato.
Il sistema di curve e dislivelli risalta sullo sfondo del mare aperto, offrendo ai visitatori delle viste privilegiate
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La soluzione ideata dai progettisti ha permesso di realizzare il complesso semplicemente appoggiandolo al suolo, risparmiando i costi del risanamento del terreno inquinato da metalli pesanti
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Il complesso, situato in un’area abbandonata del porto di Copenhagen, offre alla città un attraente spazio pubblico, oltre a ospitare uno yacht club e un centro per ragazzi disadattati
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Bjarke Ingels (a sinistra) e Julien De Smedt. Sullo sfondo, il modello per il complesso residenziale VM per 230 appartamenti, a Ørestad (Danimarca)
Bjarke Ingels (a sinistra) e Julien De Smedt. Sullo sfondo, il modello per il complesso residenziale VM per 230 appartamenti, a Ørestad (Danimarca)
Maquette per l’European Patent office, a L’Aja (Paesi Bassi)
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Un altro dettaglio del modello del complesso residenziale di Ørestad
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Tra i tagli e le ‘pieghe’ del grande foglio di legno modellato trovano posto l’arioso spazio ricreativo per i giovani e il ricovero delle imbarcazioni dello yacht club
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Il modello della Sala concerti di Stavanger (Norvegia), progetto premiato alla 9° Biennale
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