Secondo il Wall Street Journal, Ian Schrager sta prendendo le distanze da Philippe Starck. Per la prima volta in quindici anni, un periodo nel quale il designer francese ha trasformato il look dell’hotel contemporaneo, la catena di alberghi di Schrager, che si estende da San Francisco a Londra, sta conoscendo tempi difficili. I protagonisti della new economy sembrano scomparsi, mentre gli uomini d’affari tuttora in circolazione rifuggono gli hotel di Starck. “Quando si viaggia per lavoro in tempi di magra come questi, alloggiare in un albergo che enfatizza il divertimento e la frivolezza è indice di poca serietà”, dice il Wall Street Journal. Ne risulta che Schrager è obbligato a tagliare i prezzi e, per continuare a richiamare i clienti più tradizionalisti, a cambiare il look dei suoi alberghi. “Sto aprendo i miei hotel a segmenti di clientela per i quali fino a poco tempo fa l’accesso era proibitivo”, ammette Schrager con molta franchezza. “Oggi - aggiunge - la gente chiede stanze tradizionali”, suggerendo che quel che non piace più sono, per esempio, le leggerissime sedie in plastica che Starck disegnò per il Clift di San Francisco, così leggere che si ribaltano quando appendi la giacca allo schienale. Così, anche il famoso Paramount è in attesa di un lifting perché, continua Schrager, “d’ora in avanti i miei hotel saranno meno seducenti ma più confortevoli, e avranno anche più luce”. E non sarà Starck a occuparsi della ristrutturazione. Il Wall Street Journal scrive infatti che “Schrager sta considerando di porre fine alla collaborazione con Starck”. E lo sa il cielo cosa avrebbe fatto se avesse deciso di realizzare il progetto di Koolhaas e Herzog e de Meuron per l’hotel Astor Place, cestinato l’anno scorso. Quello di Starck, naturalmente, non è il primo caso di un designer i cui servizi diventano improvvisamente poco graditi. Koolhaas è stato licenziato due settimane dopo che il progetto dell’Astor Place era stato presentato alla stampa. Il lavoro è passato quindi nelle mani di Frank Gehry, per poi essere nuovamente sospeso. Nel frattempo, Schrager parla di acquistare un casinò con ottocento camere a Las Vegas e di rinnovarlo nello stile del Rat Pack di Frank Sinatra. Tutto questo, ammesso che riesca ad aggirare l’ostacolo della condanna per evasione fiscale che si porta dietro dai tempi dello Studio 54.
Nella rubrica del gossip del New York Post, Neal Travis scrive che dopo un flirt di appena un mese Robert Hughes ha definitivamente rifiutato la proposta preliminare - giunta dall’Italia – di assumere la direzione della prossima Biennale di Venezia, settore Arti Visive. “La vita è troppo breve per sprecarla cincischiando con gente incapace di decidere”, ha commentato Hughes. Secondo il quotidiano newyorkese, il critico ha affermato inoltre che sulla Biennale regna il caos più totale, e si è detto persino dubbioso che la manifestazione riesca ad aprire i battenti. Frattanto, la settimana scorsa il suo film su Goya è stato trasmesso dalla televisione inglese. In uno dei momenti più memorabili della pellicola, Hughes, in piedi di fronte alla Maja Desnuda, si volta verso gli spettatori e confida loro che, personalmente, avrebbe preferito un po’ più di rosa sul seno sinistro.
Il collaboratore di Domus Rowan Moore ha scritto una lungo e incisivo articolo polemico su Norman Foster, apparso sul mensile londinese Prospect. “Foster ha successo perché produce architettura dall’aspetto innovativo senza in realtà assumersi la responsabilità di cambiare alcunché. I rappresentanti dell’establishment lo amano perché li fa sentire coraggiosi chiedendo in cambio il minimo sforzo sul piano emotivo: Foster fornisce architettura radicale a quanti non ne hanno in realtà il minimo desiderio”, scrive Moore. E continua ricordando che “quando i potenti di Cardiff stavano complottando per togliere a Zaha Hadid l’incarico di disegnare il teatro dell’opera, chiesero a Foster di presentare un progetto alternativo ed egli, nonostante Richard Rogers affermasse che ciò era scorretto nei confronti di Hadid, lo fece senza pensarci due volte”.
Sul New York Times, il lancio dell’edizione americana di The Harvard Guide to Shopping ha rappresentato l’occasione per riconoscere pubblicamente che solo una minima parte del voluminoso testo è stata scritta da Rem Koolhaas. È forse proprio per questo che Daniel Herman, già allievo di Koolhaas e autore di sette capitoli del libro, ottiene un’intera pagina nella sezione “House and Home” del quotidiano, spazio che usa per fustigare la ritrosia degli architetti “seri” nei confronti dell’architettura per spazi commerciali. Herman suggerisce che le cose stanno cambiando loro malgrado e, inevitabilmente, indica come esempio il nuovo negozio Prada di New York, anche se lo fa mantenendo una certa cautela. “I singoli negozi possono fornire un buon risultato oppure no, ma hanno già ottenuto un successo nell’aver innalzato il livello di serietà con cui si affronta il compito di creare degli spazi commerciali”. A prova di ciò Herman sottolinea che “per la prima volta nelle facoltà di architettura si tengono seminari sull’architettura legata allo shopping. Rem ha cominciato a farlo ad Harvard e oggi le altre scuole lo stanno seguendo. Di conseguenza, agli studenti non viene più insegnato che i buoni architetti si devono occupare solo di case e musei”. Mister Gregotti ne sarà scandalizzato. “L’effetto di tutto ciò potrebbe essere che dopo Rem gli architetti che vogliono fare tendenza potranno tranquillamente progettare spazi commerciali”. È un parere opinabile, che peraltro fa trasparire un serio vuoto di memoria. Che dire infatti di Esprit, che collaborò, tra gli altri, con Ettore Sottsass, Shiro Kuramata, Norman Foster e Antonio Citterio anni prima che Koolhaas avesse visto uno shopping mall da vicino?
Mediawatch: Schrager e Starck. Fine di un amore
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- 05 marzo 2002