Alla Milano Design Week 2026, Domus e Haier firmano “Che cucina!”, un talk che ha attraversato un secolo di trasformazioni dello spazio cucina, tra progetto, tecnologia e cambiamenti sociali, dalla cucina-laboratorio alla destrutturazione contemporanea, cercando nuovi scenari domestici.
È ormai quasi un secolo che Domus parla di cucine, e c’è un intero archivio a sostenere questo racconto, fitto di personaggi, posizioni diversissime e infiniti colpi di scena. Un racconto da cui siamo partiti durante questa Milano Design Week per discutere in un talk con Haier il futuro di uno spazio tanto cruciale nelle case moderne, quanto sensibile al minimo cambiar di vento nelle società e nel loro evolvere.
Pensiamo a un pilastro della storia della casa come la Cucina di Francoforte del 1928, ci racconta Simona Bordone di Domus, calcolata e integrata al millimetro e irta di cassettini per prodotti ancora venduti sfusi, o alla Casa Elettrica di Piero Bottoni per la Triennale del 1930, con la sua cucina di oggetti freestanding, come li chiameremmo oggi, e persino un super-elettrodomestico a 14 funzioni, da acquistare però separatamente (ed è subito plug-in): tutti primi passi verso quell’idea di cucina che Marco Zanuso nel 1944 chiamerà “laboratorio”.
Ma dal dopoguerra la cucina è già pronta a cambiare: è una stanza centrale come nella casa di Breuer in Connecticut, luogo per un’opera d’arte come a casa di Lea Vergine, si integra fino a visioni radicali come quelle californiane degli Ant Farm e di Gehry, o a quelle olandesi di cucine immaginate dai bambini per la fine millennio, coi vegetali che entrano nello spazio direttamente da dove vengono coltivati.
Se invece arriviamo a oggi, ci ritroviamo nel mondo del data-driven, applicato all’alta cucina, o al ritorno in forze del freestanding.
Ed è proprio davanti a quello che oggi ci ritroviamo, conferma Federico Ferretti, Head of Design Milan Experience Design Center di Haier Europe, perché “per disegnare un bel prodotto è necessario partire dallo spazio, qualcosa di specificamente italiano”, e oggi lo spazio racconta – come l’allestimento di Haier in Fuorisalone con la sua “cucina destrutturata” – di funzioni che si distribuiscono in ambienti differenti, e di un’industria che si diversifica seguendo questa tendenza, con produttori di cucine che allargano la loro produzione all’ambiente bagno.
Processo complesso, gli fa eco Camillo Botticini, direttore creativo per l’architettura dello studio DVArea, perché se per vocazione, filosofia funzionale “la cucina è un luogo compatto, che tende a mettere in sinergia tutti gli elementi” a oggi si va destrutturando anche perché nelle case si cucina sempre di meno.
È lì che si apre un territorio tutto da esplorare, quello che lo storico Enrico Morteo vuole vedere proprio in quella tumultuosa evoluzione di storie che ci ha mostrato l’archivio Domus, in una serie di tensioni apparentemente dicotomiche: se una volta cucinare insieme era pratica da radicali, adesso è il marchio dell’esperienza top di gamma, con tanto di show-off di attrezzature e strumenti professionali; a estremizzazioni dispersive rispondono miniaturizzazioni impensabili fino all’anno scorso; all’integrazione modernista risponde il ritorno del freestanding.
Aggiungiamo anche un altro fattore che arriva a condizionare il lavoro di aziende e progettisti, interviene Botticini: il dover pensare a spazi domestici sempre più ridotti, e capire quale tra integrazione e destrutturazione sia la risposta più adatta. “Spazi più grandi e meno ‘finiti’”, risponderebbe subito Morteo, come il Nemausus di Jean Nouvel o i giardini d’inverno in policarbonato di Lacaton e Vassal.
Ma se non si dovesse riuscire, la tecnologia può essere d’aiuto? Per Ferretti è un totale sì, con l’accorgimento di considerare e usare la tecnologia in un’ottica emozionale, sensibile alle diverse ricezioni che diverse culture ne possono avere. È quello che chiamano emominimalismo, la materializazione di quel pensiero di Naoto Fukasawa per cui fukasawa “il design migliore è quello che si dissolve nei gesti”. Una posizione capace di integrare le esigenze anche di chi rifiuta di abbandonare la dimensione fisica di un luogo come la cucina, di chi rifiuta di disimparare ciò che una macchina può imparare, fosse anche solo la tecnica per cuocere gli spinaci.
Fermo restando che c’è invece chi apprezzerà, per esempio, che il suo frigo possa fare la spesa online lasciando così libera un’ora in più per studiare Beethoven: qualcun nel pubblico, ad esempio, la pensa proprio così. “Penso però che se Beethoven non avesse avuto un rapporto con le stagioni”, risponde Morteo, “la Pastorale non l’avrebbe mai scritta”.
È in quel margine di imprecisione, di sfocatura dove avvengono collegamenti, divagazioni, idee, che Morteo vede uno spazio interessante per i veri esperimenti, la vera evoluzione: il discorso è aperto, e guardando al secolo di storie che ci ha portati fino a qui, viene da pensare che d’ora in avanti i colpi di scena nel racconto potrebbero essere sempre più numerosi, e soprattutto frequenti.
- Brand:
- Haier
- Sito web:
- www.haier-europe.com/it
