Enzo Mari. 25 modi per piantare un chiodo

L'autobiografia di una figura quasi donchisciottesca. La testimonianza di una tensione etica volta a migliorare il proprio ambiente.

Enzo Mari. 25 modi per piantare un chiodo, a cura di Barbara Casavecchia, Strade Blu, Mondadori, Milano 2011 (pp. 171, € 17,50)

"Sono convinto", scrive Enzo Mari in apertura della sua autobiografia, 25 modi per piantare un chiodo, "che il progettare corrisponda a una pulsione profonda dell'uomo, come l'istinto di sopravvivenza, la fame, il sesso. Siamo una specie che vuole modificare il suo ambiente". Più che la successione di eventi che compone la vita di Mari, che ne è forse pretesto anziché scopo, il motore di 25 modi… è il desiderio di articolare questo principio attraverso discussioni teoriche ed esempi concreti: il desiderio, cioè, di illustrare la cinghia di trasmissione che vincola la progettazione alla vita dell'uomo.

Il libro segue quasi cronologicamente la vita di Mari, raggruppandola attorno a nuclei tematici e raccontati spesso per aneddoti

Il libro, curato da Barbara Casavecchia, segue quasi cronologicamente la vita di Enzo Mari, raggruppandola attorno ad alcuni nuclei tematici che forniscono anche i punti di riferimento del suo operato di designer: dall'apprendistato – da giovanissimo e inesperto 'factotum', che alle prime progettazioni alternava lavoretti e anche una piccola truffa da venditore di strada – al rapporto con l'arte, dall'impegno per centrare il proprio operato sulle condizioni del lavoro produttivo – uno dei cardini della ricerca di Mari – alla delusione di vedere i propri principi ignorati, o pervertiti, dalle generazioni successive alla sua. Da un punto di vista puramente narrativo, la storia è accattivante. È, in fondo, la storia di un utopista di grandissimo talento, che la passione e la curiosità guidano attraverso la nascita e l'esplosione di una delle discipline centrali (per carica intellettuale, per innovazione, per potere economico) del ventesimo secolo: appunto, il design.

Le complesse stratificazioni di informazioni che costituiscono la conoscenza umana e quindi il mondo, e il desiderio degli intellettuali di ampliarne i confini (simboleggiato dalle linee curve)

E della narrazione il libro di Mari ha di certo gli aneddoti, che spesso diventano exempla, alla luce del loro rapporto con le sue posizioni teoriche. Su tutti, spicca il tragicomico racconto delle difficoltà incontrate nel montaggio di un letto a castello IKEA (da parte del teorico dell'autoprogettazione!), reso impossibile dalla scarsa qualità dei materiali, resa necessaria dall'abbattimento dei costi. Ma ancor più rivelatorio, e altrettanto ironico, è un altro episodio, legato al rapporto con i ceramisti incaricati di produrre alcuni vasi concepiti nel 1974 per Danese. Le forme dei primi erano state dettate, in parte, dal caso (le asperità dei materiali, la forza di gravità). In seguito al loro successo, Mari – anche con il fine di recuperare l'elemento creativo del lavoro artigianale – aveva raccomandato ai ceramisti di continuare come prima, senza seguire troppo strettamente lo schema iniziale. Tempo dopo, visitando il laboratorio, si sarebbe accorto che la sua raccomandazione li aveva portati a ricopiare minuziosamente le irregolarità e le imprecisioni dei primi modelli, abdicando volontariamente (per abitudine, per 'alienazione') a quel margine di autonomia che Mari si era sforzato di restituire loro.

Progettare è un'attività che coinvolge ogni pratica, nel momento in cui l'umanità cerca di migliorare le proprie norme o quando, contraddicendole, trova soluzioni altre.
Il ricordo del Compasso d'Oro assegnatogli nel 1967 porta Mari a formulare alcune riflessioni sui confini che delimitano la professione del designer

L'episodio è emblematico di molte altre battaglie portate avanti da Mari, sempre legate, in qualche modo, alla conquista dell'autonomia: la propria – come designer restio ad affiliarsi a scuole o gruppi, anche per via del terreno poco fertile che questi offrivano alle sue intuizioni più radicali – e quella altrui: l'autonomia dei lavoratori incaricati della produzione di ciò che il designer progetta, spesso trascurando le loro esigenze e le loro potenzialità. Dal libro emerge come la considerazione delle "condizioni materiali" della produzione sia sempre stata al centro della sua pratica, al punto da spingerlo a ideare soluzioni innovative e apparentemente contro-intuitive (come il perno della zuccheriera disegnata per Danese nel 1968) per risparmiare un gesto alienante agli operai. Come molte posizioni che Mari esplicita nel libro, anche questa rischia di apparire, al giorno d'oggi, quasi donchisciottesca: ma ciò che emerge chiaramente dal respiro storico del libro è che non è sempre stata tale. Lo è diventata, come l'utopismo di Mari è diventato in apparenza 'inattuale' quando l'industria del design si è sottoposta in misura sempre maggiore ai vincoli economici. Questo cambiamento, che Mari colloca verso gli anni Settanta, è ciò a cui l'impegno professionale e personale del designer, come raccontato in questo libro, ha sempre tentato di fare da argine.

L'ultimo capitolo di un'autobiografia che racconta le speranze che hanno accompagnato la vita del designer viene dedicato ai bambini, alla loro conquista del mondo da zero e al processo prassi-teoria, indicato come possibile "salvezza dal disastro"

Viene quasi spontaneo ricondurre l'autobiografia di una figura del calibro di Enzo Mari alla dimensione dell'agiografia: ma, al contrario, 25 modi… è forse soprattutto una storia di fallimenti. Non tanto di fallimenti pratici – da un punto di vista strettamente professionale, è costellata di successi – quanto ideali: di progetti radicali che vengono rifiutati (come quelli per piazza Duomo a Milano, del 1984), di inviti a riflettere che vengono accolti solo come provocazioni (come la Proposta di comportamento, elaborata nel 1971 con Lea Vergine), di intuizioni ascoltate in partenza e quindi tradite. Ci sono, certo, moltissime storie invece positive (su tutte, quella della riqualificazione della forza lavoro della KPM di Berlino attraverso un percorso di progettazione collettiva): ma in qualche modo, nell'esperienza di lettura, queste cedono il proscenio a una sensazione più fosca, all'ombra di una speranza irrisolta, a una forma di tensione.

Questa tensione è una tensione etica. La spinta a progettare, sostiene Mari in apertura del libro, è la spinta a migliorare il proprio ambiente, e in quanto tale è connaturata alla necessità dell'uomo di adattarsi, o adattarlo, per sopravvivere. Ma nessuna idea di miglioramento può prescindere da un'idea del bene: e solo un artificio semantico può distinguere il senso morale di questo termine da quello, in apparenza più pratico, a cui pensiamo quando diciamo che un oggetto funziona bene, che lo si produce bene, che è disegnato bene. La stessa tensione etica si avverte, in controluce, nello stile del libro: sempre terso e chiarissimo, educativo negli intenti senza essere didascalico, attento a spiegare ogni termine e ogni riferimento culturale (anche quelli in apparenza più 'scontati') proprio per evitare di porre barriere all'accesso a una disciplina che deve essere, costitutivamente, di tutti. È una tensione destinata a impigliarsi, come la lancia del cavaliere, nella pala di un mulino a vento? Parrebbe di no. L'ultimo capitolo del libro si intitola Il mondo salvato dai bambini. Un Epilogo, non c'è. Vincenzo Latronico