di Cristina Bianchetti
New York e il moderno. Società, arte,
architettura nella metropoli
americana (1876-1917)
, Bruno Cartosio,
Feltrinelli, Milano 2007 (pp. 380, € 35,00)
Modernizzazione, modernità e
modernismo arrivano a sovrapporsi, a
New York, in una fase breve nella più
complessa storia della città, tra gli anni
Settanta dell'Ottocento e l'entrata in
guerra degli Usa, nel 1917. Bruno
Cartosio insegue, nella storia sociale e
culturale della città, questa fuggevole,
precaria sovrapposizione. Fuggevole e
precaria, poiché non è la
sovrapposizione tra modernismo e
modernizzazione, ma la loro discrasia, la
condizione più consueta, come ha
raccontato molto bene Marshall Berman
in un libro scritto tra la fine degli anni
Settanta del Novecento e l'inizio del
decennio successivo, rileggendo la
modernità occidentale, attraverso quella
particolare angoscia che contrappone,
mescolandoli, il desiderio di cambiare,
di trasformare se stessi e il mondo con il
terrore di essere disorientati, annullati, di
vedere la propria vita distrutta a seguito
del mutamento. Quella che propone
Berman è una nozione non pacificata di
moderno: una nozione attraversata dal
paradosso e dalla contraddizione. E NY
è il palcoscenico privilegiato di questa
rappresentazione.
Cartosio (che non
richiama mai Berman e non comprende
il suo testo nella bibliografia) privilegia
analogamente NY, proponendosi di
cogliere come, nel giro di pochi decenni,
la città riesca nell'inseguimento delle
altre capitali occidentali e a imporsi,
come già la Londra di Rassmussen di
fine Ottocento, come "città unica".
Cosa contribuisce a realizzare questa
unicità? Lo scambio con la Parigi delle
avanguardie, innanzitutto. Le diverse
condizioni in cui queste si riflettono sul
suolo americano: a NY le pratiche
artistiche non garantiscono la
sopravvivenza, seppure bohemienne,
ma è fiorente un mercato culturale che
permette di reinventarsi in molti
mestieri. La rincorsa al primato europeo
e le specificità che sono segnate
dall'architettura in America, e dalle arti
figurative in Europa. La conclusione
della rincorsa, nel 1917, quando tutto si
ferma: si interrompe, scrive Cartosio, la
vicenda di un ceto intellettuale che a NY
aveva trovato spazi inediti per esprimere
il moderno.
Il libro segna il dilatarsi ad oggi di un
momento di singolare consonanza
morale e interpretativa con l'Ottocento,
che può farsi risalire agli anni Ottanta del
secolo scorso e alla convinzione che
ritiene utile guardare all'industrializzazione accelerata del
primo capitalismo per comprendere
meglio valori positivi e aporie dell'attuale
trasformazione tardocapitalistica. La
nostra difficoltà è tuttavia diversa. Forse
è pervasa dalla medesima angoscia. Ma
i termini sono differenti. Nel primo caso,
essere moderni ha significato essere
rivoluzionari e conservatori ad un tempo.
Nel secondo, cercare un terreno di
riferimento, il voler sfuggire, non alla
corsa, ma alla quiete. Alla consolazione
e alla facilità iper-democratica di
accesso a qualsiasi cosa che è dei nostri
giorni.
Il libro di Cartosio illustra il turbinio di
quella prima fase, attraverso una storia
sociale delle figure influenti che intreccia
condizioni comuni e traiettorie individuali
di artisti, tecnici, intellettuali.
Cristina Bianchetti,
Docente di Urbanistica a Torino
Modernità a Manhattan
New York e il moderno. Società, arte, architettura nella metropoli americana (1876-1917) , Bruno Cartosio, Feltrinelli, Milano 2007 (pp. 380, € 35,00) Modernizzazione, modernità e modernismo arrivano a sovrapporsi, a New York, in una fase breve nella più complessa storia della città, tra gli anni Settanta dell'Ottocento e l'entrata in guerra degli Usa, nel 1917. Bruno Cartosio insegue, nella storia sociale e culturale della città, questa fuggevole, precaria sovrapposizione.
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- 06 novembre 2007