di Lisa Ginzburg
L’immagine del ritorno, Atiq Rahimi Einaudi, Torino 2004 (pp. 115, € 16,00)
Atiq Rahimi è regista di documentari. È nato a Kabul. Fuggito dall’Afghanistan nel 1984, ha ottenuto l’asilo politico in Francia. Vive a Parigi. Si autodefinisce un “esiliato culturale”. Ha scritto un romanzo, Terra e cenere (ora anche un film, presentato al Festival di Cannes 2004), e un’altra prosa, Le mille case del sogno e del terrore. Nel 2002, con la fine della guerra è potuto tornare a Kabul, dove ha fondato una “casa dello scrittore”. Ma tornare è sempre difficile. Ancor più difficile, documentare (nel senso letterale di “commentare per immagini”) un ritorno emotivamente così impegnativo. L’esilio porta ossessioni.
L’Afghanistan vive costantemente nei pensieri di Rahimi. Occupa le sue fantasie, anima la sua vita immaginaria, consola la sua nostalgia. Si tratta di un paesaggio interiore, una visione mutevole e con il passare del tempo sempre più densa di significati. Ma un punto di vista arbitrario, del tutto soggettivo. Cercare un corrispettivo nella realtà? Per professione vincolato alle immagini, Atiq Rahimi ne nutre una profonda diffidenza (“L’immagine per me è troppo sacra, e al tempo stesso ho l’impressione di rubare qualcosa, attraverso l’immagine, e che anche l’immagine rubi qualcosa a me: la mia memoria, la mia interiorità”, L’indice dei libri del mese, luglio/agosto 2002).
Tornare nel proprio paese traumatizzato dalla guerra, scegliere di raccontarlo, cioè dare forma alla ferita che lo segna, deve voler dire trovare immagini appropriate. Scatti che restituiscano gli indugi della memoria, i conflitti che costellano gli andirivieni con il passato, la sorpresa e talvolta la delusione che inevitabilmente accompagnano il constatare la trasformazione di un mondo. Così, anziché in nome della esattezza optare per riprese video o avanzatissime strumentazioni fotografiche, Rahimi azzarda il suo salto mortale. Pone il suo occhio sul versante del passato. Si fa prestare un vecchio apparecchio, una cosiddetta “camera oscura”; e i suoi ritratti – di uomini, strade, cimiteri, scritte sui muri, luoghi amati e ora distrutti, paesaggi visti attraverso le crepe di muri sventrati – tutto riverbera lo scuro e i contorni incerti delle foto di una volta.
Ma non si tratta di rarefatti omaggi al passato. Piuttosto di promesse di futuro. Il salto mortale riesce, nel suo intento spiazzante. Quel che potrebbe sembrare un nostalgico sfumare la realtà per evitare di osservarla realmente, corrisponde invece a una scelta precisa. Una tecnica di riproduzione fedele nella sua infedeltà, capace nella sua imprecisione di una visuale estremamente specifica. Perché è proprio la sfocatura il punto d’incontro tra passato e presente. È lì che c’è “movimento nella stasi”. Lì dove, parafrasando Roland Barthes, il fotografo compendia nella tecnica fotografica l’altro se stesso. Quello capace di travalicare tempi e loro coniugazioni. Che guarda al presente senza indugi nostalgici, consapevole piuttosto che è storpiando l’oggi attraverso le lenti del passato che si può anticipare il futuro. Scompaginare le carte, complicare la lettura della realtà è la sola strada che ne legittima una qualche decifrazione, sembra dire Atiq Rahimi.
Per un esule che ritorna, per uno “più estraneo degli stranieri”, l’interpretazione del contesto è obbligatoria. E mentre il mosaico di immagini del passato si deposita e sedimenta, si trasforma e trasforma, quel che invece trova la sua rappresentazione traducendosi in immagine ‘esterna’, non per questo non deve difendersi dal rischio della staticità. Ciascuna delle fotografie rimanda alla stessa tensione, dell’esule che, di fronte al dolore di aver ritrovato il proprio paese distrutto, mette in atto la sua strategia di difesa. Un continuo spaziare avanti e indietro, tra passato e presente, tra silenzio e parole. Di questa particolare situazione raccontano le fotografie de L’immagine del ritorno. A voler suggerire che la sola reazione vitalizzante, nell’esilio politico (ma in ogni esilio, probabilmente), è quella che oppone alla forza regressiva della nostalgia una rappresentazione volutamente sovversiva del presente. Fango e ghiaccio sulle strade.
La “pioggia sporca” che è caduta durante la guerra continua a cadere. Partire dal proprio stesso sguardo: questo si impone di fare Atiq Rahimi. E il suo occhio di esule e di regista, rapinoso incomincia a cogliere, raccogliere, tessere la trama del racconto. I volti sbiaditi e interdetti dei vecchi sotto i turbanti. Una donna anche lei col capo coperto, gli occhi protetti dalle lenti scure, che seduta sola nel grande stadio Ghazí piange il suo amore trucidato dai talebani. I bambini scalzi tra le macerie, abituati a giocare nei cimiteri (“a imparare, appena nati , la morte”). Non c’è enfasi, non indugio, nessuna retorica.
Piuttosto la realizzazione di un reportage sorprendentemente vivido. Un diario di viaggio i cui intenti più teorici sono sorpassati dalla lucida verità che traspare dai suoi ritratti sfocati. Perché là dove il fotografo ha scelto con sincera onestà intellettuale il suo punto di vista, le immagini non sono più materiale da carpire in modo furtivo o dal quale poter essere derubati. Sono testimonianze preziose, insostituibili. Molto più eloquenti di qualsiasi parola, o tentativo di enunciazione astratta.
Lisa Ginzburg Scrittrice
Ritorno a Kabul
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- 16 febbraio 2005