Giuseppe Vaccaro
a cura di Marco Mulazzani, Electa, Milano, 2002 (pp. 272, € 45,00)
Singolarmente, scriveva Solone, ognuno va sull’orma della volpe; nell’insieme, la vostra testa è vuota; v’incantano la lingua e le parole d’un astuto, e non vedete quello che succede. Questi versi anche se vecchi di duemilaseicento anni ben si prestano a sintetizzare l’atteggiamento che la critica architettonica ha avuto nei confronti dell’opera di Giuseppe Vaccaro; una sorta di cono d’ombra infatti ha avvolto, specie dalla sua scomparsa nel 1970, la figura dell’architetto bolognese.
La linea dell’indifferenza inizia ad essere tracciata con autorevolezza da Bruno Zevi che proprio nella sua ricca ed articolata Storia dell’Architettura Moderna quasi sorvola sulla figura di Vaccaro, cui dedica solo qualche cenno a proposito della Colonia marina Agip a Cesenatico. In modo ancora più rigido si pone Leonardo Benevolo che, come osserva Renato Nicolini, “voleva i suoi eroi e i suoi mostri” e li giudicava da come si erano schierati. Tuttavia questo non è sufficiente per spiegare lo spesso silenzio che ha circondato “le qualità dei suoi progetti e delle sue numerose realizzazioni e che ha ignorato la coerenza del suo magistero compositivo così intenso e rigoroso in tutte le occasioni”, come osserva Purini mentre si interroga sulle ragioni che hanno determinato una situazione di relativa marginalità ma anche contraddittoriamente di culto elitario, nel quale è immerso il lavoro di Vaccaro.
Una delle motivazioni può essere rintracciata nella mancanza di scritti teorici che accompagnassero la sua produzione progettuale e funzionassero da diario della sua opera. Queste caratteristiche finalmente non sfuggono a chi presta attenzione alla concretezza della composizione, pur prescindendo dalla mediazione della parola, cosicché Umberto Cao nel 1994 dedica a Vaccaro una mostra (e relativo catalogo) riferita alla Colonia Agip; è ancora prevalentemente composto da architetti il gruppo che dedica all’opera di Vaccaro un numero monografico di Edilizia Popolare. A questa iniziativa ne seguiranno altre: una attenta campagna fotografica e una serie di mostre, cui segue l’interesse della critica storiografica. Oggi il testo curato da Marco Mulazzani rende giustizia dell’ampia, coerente e varia produzione di Vaccaro. Il volume attinge ampliamente al ricco archivio messo a disposizione dalla figlia Carolina, anche curatrice degli apparati.
Mulazzani propone una lettura a più voci dell’opera di Vaccaro delineando tuttavia una sorta di filo conduttore, un modo ontologico di porsi di fronte alle cose che si vede nei fatti e non necessita quindi di teorie, un’aspirazione ad interpretare i rovelli dell’architettura alla luce del mutare dei tempi, che generano uno stile permeato da molteplici problemi: astrazione e concretezza, tensione spirituale ed eccesso tecnologico, straordinaria unità formale e potente matericità. I vari saggi tuttavia seguono una sorta di ordine cronologico-logico e ciascun autore privilegia quell’opera o quel tema a proprio avviso più significativo. Emerge così un ritratto poliedrico e sfaccettato, vivace e non definitivo, ma anzi ricco di nuovi tagli e nuove prospettive: si osserva la passione per il monumentale, l’attenzione al sito, la riflessione sul tema dell’abitare.
Laureatosi alla Facoltà di Ingegneria di Bologna nel 1920, Vaccaro dopo alcuni lavori intrapresi in ambito locale nel 1922 si trasferisce a Roma presso lo studio di Piacentini. Si impone all’attenzione della critica per la vittoria in alcuni concorsi tra cui quello per il Palazzo della Società delle Nazioni di Ginevra (1926/27) in collaborazione con Carlo Broggi e Gino Franzi e per la sede del Ministero delle Corporazioni di Roma, successivamente realizzato dal solo Piacentini, dal quale si stacca per ragioni culturali. Tra il 1931 e il 1936 è impegnato nella realizzazione del Palazzo delle Poste di Napoli e della nuova sede della Facoltà di Ingegneria di Bologna. Si tratta di opere di grande impegno dove Vaccaro dimostra di aver acquisito un vocabolario tecnico formale che utilizzerà in progetti coevi. Ponti identificherà nella monumentalità – “un amar d’estendere le dimensioni, di giganteggiarle” – il carattere costante dello stile di Vaccaro.
Il suo capolavoro è considerato la Colonia marina dell’Agip a Cesenatico dove le linee grandiose, decise, energiche, autoritarie determinano una unità assoluta. Dal 1937 è interessato allo studio di un modello residenziale a gradoni, la “casa in collina” e successivamente approfondito negli studi per l’abitazione di serie che vedranno Vaccaro collaborare con Ponti e Libera. Nel dopoguerra le ricerche sulla residenza collettiva occupano un posto di rilievo concretizzandosi nei progetti realizzati per i piani Ina/Casa e Cep, dove è evidente l’attenzione portata da Vaccaro alla precisa soluzione dei problemi connessi alla funzione dell’abitare e alla sua capacità di controllare la scala urbana degli interventi.
L’idea di qualità che si rileva dalle opere di Vaccaro si concretizza nell’evocazione della spazialità della città storica, nella scarnificazione dei caratteri dell’edilizia tradizionale e nell’enfatizzazione dell’apparato strutturale in funzione espressiva. Nelle opere più riuscite, come scrive Mulazzani, Vaccaro riesce sempre a superare “i limiti della legge canonica dell’architettura moderna”, infatti “la rigorosa generazione delle forme dalle funzioni, pur assicurando uno stile unitario del tempo, può solo consentire un’architettura corretta, priva della scintilla creatrice dell’ispirazione che illumina il fluido comporre degli edifici”.
Questo libro, in sintesi, coglie la complessità della figura di Giuseppe Vaccaro che, nel suo non lineare percorso, privilegia come unica possibile del nostro tempo una architettura della ragione, pur non chiudendo mai alla possibilità ed anzi alle necessità della creatività individuale e dello spirito.
Claudio Camponogara, architetto
