Mario Botta

«Costruire è di per sé un atto sacro, è un’azione che trasforma una condizione di natura in una condizione di cultura; la storia dell’architettura è la storia di queste trasformazioni. Il bisogno che spinge l’uomo a confrontarsi con la dimensione dell’infinito è una necessità primordiale nella ricerca della bellezza che sempre ha accompagnato l’uomo nella costruzione del proprio spazio di vita» (Mario Botta)

Mario Botta nasce nel 1943 a Mendrisio. Dopo aver svolto un apprendistato in qualità di disegnatore presso lo studio dell’architetto luganese Tita Carloni, si trasferisce prima a Milano (città in cui consegue la maturità artistica) e infine a Venezia, iscrivendosi alla facoltà di architettura dello IUAV. Ottenuta la laurea nel 1969 con una tesi seguita da Carlo Scarpa - dopo aver incontrato Le Corbusier e Louis Kahn, che saranno successiva fonte d’ispirazione - ritorna in Svizzera e apre il proprio studio professionale, che all’epoca si occupa in prevalenza di case unifamiliari. Tra queste, le ville a Riva San Vitale (1971-1973), Ligornetto (1975-1976) e Morbio Superiore (1982-1983), in cui Botta affronta il tema della casa come rifugio, che protegge e rassicura i propri abitanti. Costruzioni, queste, dal carattere iconico e per certi versi monumentale, ottenuto per esempio (nel caso di Morbio) attraverso rigorose composizioni simmetriche e il particolare uso di mattoni in cemento grezzo, disposti in linea, alternati a fasce di laterizi argentati che invece sono inclinati di quarantacinque gradi. Parzialmente scavata nel fianco della collina, la villa inoltre riprende un tema particolarmente caro a Mario Botta, già affrontato a Riva San Vitale: la netta distinzione tra pieni e vuoti, con questi ultimi che appaiono scavati nel volume architettonico. Tra il 1980 e il 1990, Botta frequenta artisti e intellettuali di ogni dove, compiendo anche numerosi e lunghi viaggi all’estero: insieme a Gabriele Basilico ed Edoardo Sanguineti pubblica “La Casa Rotonda”, diviene amico di Max Huber, Nicki de Saint Phalle, Dante Isella, Harld Szeemann, Robert Frank e Alberto Flammer.

Nel 1986, il MoMA di New York gli dedica una mostra monografica e l’architetto ticinese ottiene i primi incarichi per edifici pubblici e all’estero, esordendo con la casa della cultura dedicata ad André Malraux, realizzata a Chambéry (1984-1987). A cui si aggiungono opere come la Maison du Livre de l'Image et du Son a Villeurbanne (1984-1988), la chiesa di San Giovanni Battista a Mogno (1986-1996), la Galleria d'Arte Watari-um, a Tokyo (1985-1990) e il MoMA di San Francisco (1989-1995). In Giappone, su un difficile lotto triangolare di soli centosessanta metri quadrati, spazio di risulta derivante dall’apertura di una nuova strada ad alto scorrimento, Mario Botta costruisce un piccolo edificio che con la sua chiarezza e forza d’immagine tenta d’imporsi in un caotico contesto, grazie a una quinta muraria innalzata sul fronte principale, di forte spessore, in cui lastre di marmo grigio sono solcate da fenditure orizzontali che ne erodono gli angoli e che annullano la percezione del numero di piani su cui il museo si sviluppa. La chiesa di Mogno, invece, è il primo passo nell’edificazione di una lunga serie di luoghi dedicati al culto, tra cui si ricordano i progetti per le chiese di Pordenone (1987-1992) e Sartirana (1987-1995), per la cattedrale di Evry (1988-1995), per la basilica di Santa Maria degli Angeli sul Monte Tamaro (1990-1996), per il Centro Pastorale Giovanni XXIII a Seriate (1994-2000), per la Sinagoga Cymbalista a Tel Aviv (1996-1998). In ciascuno di essi, ruolo predominante è affidato alla luce, intesa come principio generatore degli spazi e metro per la definizione del tempo che scorre nelle diverse fasi del giorno, dei mesi o delle stagioni. La luce è però principalmente elemento simbolico, le cui variazioni testimoniano l’inquietudine della dimensione umana nei confronti della perfezione divina.

In San Giovanni Battista, l’illuminazione piove dall’alto attraverso il grande tetto vetrato a pianta circolare, riverberandosi dentro l’invaso, che appare quasi sospeso, e contribuendo ad alleggerirne i tratti dominati dall’alternanza tra fasce in pietra grigia e corsi in marmo bianco. A Tel Aviv, il rivestimento in pietra dorata accentua l’effetto generato dall’accostamento di volumi indipendenti, ma raccordati da ampie superfici piane, nascoste e completamente trasparenti; a Seriate, la fonte di luce primaria è costituita da quattro alti lucernai a sezione triangolare, la cui falda s'inclina verso il baricentro della chiesa generando una stereometrica volumetria.

Negli anni a venire Botta porta a compimento due importanti sedi museali, che gli valgono il favore internazionale: il già citato MoMA di San Francisco e il MART di Rovereto (1988-2002). Nel primo caso, il gesto forte consiste nel realizzare, in un panorama dominato dalla verticalità d’infiniti grattacieli, una sorta di fortezza ancorata al suolo e sviluppata in orizzontale con un chiarissimo impianto distributivo, che consente di coglierne a prima vista l’organizzazione spaziale. Mario Botta ha definito il MoMA di californiano come un edificio “senza stile”: mattoni e pietra, materiali antichi, sono usati per dare forma a quella che vuole essere una presenza permanente, svincolata dai linguaggi più in voga al momento, perché immaginata come presenza fissa in un contesto urbano in perenne cambiamento. Anche per questo il museo è completamente rivolto su sé stesso, isolato – come avvenuto con la galleria a Tokyo – da uno spesso schermo che impedisce la vista dell’esterno ma si presenta alla città con una facciata divenuta iconica, proprio grazie alla propria autonomia formale. In Trentino, invece, la condizione in cui Mario Botta si trova a lavorare lo spinge a cercare un profondo rapporto con il contesto: la presenza degli antichi palazzi Annoni e Alberti viene sfruttata per disegnare un nuovo asse urbano che, da corso Bettini, s’insinua nel tessuto storico per sfociare in una novella agorà, protetta da una copertura in ferro e vetro, che diventa la matrice e la sintesi dell’intero complesso.

Teatro alla Scala di Milano, i due nuovi volumi di Botta © Silvia Lelli. Da Domus 876, dicembre 2004

In questo stesso periodo, prende forma l’elaborazione del programma per la costituzione di una nuova scuola di architettura, l’Accademia di Mendrisio: inaugurata nel 1996, essa propone un approccio alternativo disciplina - rispetto al sistema universitario svizzero – dell’insegnamento, in cui ruolo importante è svolto dalle materie umanistiche e da un nutrito gruppo di docenti internazionali di chiarissima fama: da Rykwert, a Benevolo, Burkhart, Campos Baeza, Dal Co, Frampton, Mendes da Rocha, Zumthor. Recentemente, l’attività di Botta – come del resto di numerose archistar – si è spinta fino all’estremo Oriente, grazie a progetti come il Leeum – un museo d'arte sponsorizzato da Samsung, concluso a Seoul nel 2004 – l’hotel Twelve a Shangai (2006-2012) e i due headquarters per Tata in India (1996-2003). A completamento del campus dell’Accademia di Mendrisio, è attualmente in costruzione il “Teatro dell’Architettura”, che verrà inaugurato nel 2018.

All’attività di architetto, Mario Botta ha affiancato quella – meno intensa - di designer, progettando per esempio la sedia Quarta (1984) e il tavolo Terzo (1983). All’architetto ticinese si deve inoltre l’istituzione, finanziata dalla Banca BSI di Lugano, del premio BSI Architectural Award che viene conferito a progettisti d’età inferiore ai cinquant’anni.

Attraverso le parole di Pierluigi Panza:

”Ultimo” architetto che ama il cantiere e la materia, Botta vede in essi un riflesso della cultura intesa come coltivazione delle cose, e ne fa le entità in cui la cultura del progetto si riflette. Una cultura che ha come riferimenti il legame con la storia e l’idea di territorio come luogo di sedimentazione delle memorie
  • 1943 – in vita
  • architetto, designer