Elisa Poli

Chi è la Little Miss Architecture?

Elisa Poli ha chiesto a una trentina di persone di dire quali fossero gli architetti donne che hanno fatto la storia. La risposta qui nel suo editoriale.

Ho fatto un sondaggio, nulla di scientifico. Ho chiesto a trenta persone tra amici, coppie, studenti, conoscenti, per lo più italiani, di dirmi dieci nomi di donne rilevanti nell’architettura: progettiste, teoriche, critiche, urbaniste, paesaggiste. I primi dieci nomi che riuscivano a ricordare. È stato un gioco per passare la serata: provate a farlo. Apre dibattiti, svela posizioni inconfessabili; c’è chi di nomi ne cita al massimo 5 o chi non si ferma a 50. Personalmente ho sempre osservato con troppa ossessione le opere per interessarmi al sesso di chi le produce eppure, mi dico, sono arrabbiata con gli uomini almeno dal 1983, e questo fa di me una veterana inconsapevole della battaglia femminista anche se femminista proprio non mi reputo.

“No davvero, non ho dovuto lottare” affermava nel 1960 Simone de Beauvoir in una intervista rilasciata a Madeleine Chaplas. Sarà che il Sessantotto doveva ancora arrivare o che Il Secondo sesso festeggiava i vent’anni dalla prima pubblicazione ma risulta difficile credere all’onestà di tale asserzione, soprattutto se si considera che a pronunciarla è stata la donna che scrisse, nel succitato libro, l’emblematico concetto “On ne naît pas femme: on le devient”. Il verbo “divenire” rimanda ad una trasformazione esistenziale: dall’immanenza di floride e liete matrone intente alla cura di marmocchi e fornelli, alla trascendenza di signorine impegnate in ricerche scientifiche o filosofiche, leggermente gobbe e occhialute. Elevazione della coscienza femminile alle pratiche intellettuali, capace di spodestare con le idee una cultura millenaria: una cultura maschile. Una cultura che attribuisce alla donna due qualità: bellezza e bontà.

On ne naît pas femme: on le devient, e il verbo “divenire” rimanda ad una trasformazione esistenziale.

Bellezza, sin dalla classicità è equiparata ai valori del materno, alla rotondità. La luna è bella perché è tonda e tonda è bella perché gravida. Piena. Portatrice di nuova vita. La bellezza ha una forma, è femminile e legata all’armonia tra un bel corpo e un bello spirito. Ma la bellezza delle idee? In quale secolo alla donna viene permesso di esprimersi attraverso il valore estetico delle idee? In quale momento la donna diventa bella per ciò che pensa? E buona per ciò che di diverso ha da dire? È un secolo che le idee sono centrali nella costruzione del valore dell’arte, ma sono molti secoli che le idee risultano centrali nell’arte della costruzione. Non si usa il verbo “architettare” solo in riferimento alla pratica del progetto di edifici: si architetta un piano, una strategia, una via di fuga. Il sostantivo “architetta” è un neologismo ironico. Il problema forse non sono le opere, scritte o costruite, che possono essere state concepite da uomini sensibili o da donne disattente, ma l’arretratezza di una visione dell’arte come dominio del maschile. Perché le donne non credono di poter avere un ruolo altrettanto forte? Perché non hanno il coraggio di affermarsi attraverso valori non dettati dalla coscienza maschile? L’impegno per le opere è importante, eppure sembrerebbe altrettanto utile insistere su un manifesto d’artista, forse rileggendo un libro scritto da una coppia, femminile e maschile insieme, Margot e Rudolf Wittkower, che in Nati sotto Saturno inauguravano una poetica dell’artista legata a caratteristiche comportamentali e sociali. Oggi quelle osservazioni dovrebbero diventare la base per un aggiornamento collettivo, femminile, distaccato dai principi di potere e visibilità che ancora imperano nell’architettura maschilista (e non maschile). Una costruzione identitaria che ammetta, innanzitutto, una debolezza, la difficoltà di attribuirsi ruoli diversi e, per questo, migliori di quelli degli uomini. Senza negare una necessità dialettica tra i generi, che oggi sono anche più numerosi, sfumati e articolati, esiste uno sforzo necessario per superare la dualità competitiva di rapporto identificando, piuttosto, un’alterità creativa e creatrice con qualità che finalmente possiamo attribuire, valutare, elencare.

In quale secolo alla donna viene permesso di esprimersi attraverso il valore estetico delle idee? In quale momento la donna diventa bella per ciò che pensa? E buona per ciò che di diverso ha da dire?

Un po’ come nel mio sondaggio, con nomi pronunciati quasi da tutti: Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, Elisabeth Diller, Anne Lacaton, Cini Boeri, Benedetta Tagliabue, Denise Scott Brown, Kazuyo Sejima, Lina Bo Bardi, Francine Houben, Zaha Hadid, Beatriz Colomina, Yvonne Farrell, Shelley McNamara, Gae Aulenti, Nanda Vigo, Frida Escobedo, Anna Puigjaner. Altri nuovi, freschi, li ho sentiti pronunciare solo un paio di volte ma spero crescano, come Matilde Cassani, tra le italiane. Peccato per Allison Smithson, che non ha nominato nessuno, e per cui facevo il tifo. Sarà che è stata una delle prime donne a fare “coppia”, a lavorare con un uomo in una dimensione di condivisione e scambio. Sarà che non aveva paura di uccidere i maestri, anche quando si chiamavano CIAM... A questo serve la lunga lista delle signore dell’architettura, che vorrei crescesse con il contributo di ogni lettore, a trovare quelle che non hanno paura di affermarsi, per evitare che nel 2018 qualcuno voglia ancora propinarci delle “miss”.

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