Perché design?

Il design sta surclassando l'architettura come strumento al servizio della società? Domus ne parla con il preside della Graduate School of Design di Harvard, Mohsen Mostafavi, promotore di una serie di conferenze sul rapporto tra le due discipline.

Questa intervista è stata pubblicata in origine su Domus 964, dicembre 2012

Nel mese di ottobre, alla Graduate School of Design di Harvard si è tenuta la prima di una serie di conferenze sul rapporto tra design e architettura. Il motivo alla base dell'iniziativa è che la GSD — che, nonostante il nome, è una scuola di architettura e urbanistica — sta esplorando l'idea di aggiungere il design industriale alla propria offerta formativa. La domanda ovvia è: Perché? La risposta impertinente sarebbe perché la Harvard Business School ha avuto la stessa idea e il preside della gsd, Mohsen Mostafavi, ha una gran voglia di reclamare una disciplina che tradizionalmente cade sul suo territorio. Il fatto stesso che nelle scuole di economia si insegna ora progettazione — o perlomeno "teoria del design" — solleva questioni interessanti circa il ruolo del design e il suo valore nella cultura contemporanea. È chiaro che gli studi di design hanno saputo confezionare una metodologia che il settore delle imprese trova attraente. Allo stesso tempo, ciò che noi intendiamo con design è stato rimodellato dalla sua influenza non tanto sull'aspetto materiale della nostra vita, ma in ogni ambito a livello strutturale: dai software ai servizi e alle infrastrutture. Con una tale influenza, e dato che il design ha senza dubbio più successo dell'architettura nel vendere se stesso come servizio, non c'è da meravigliarsi che la gsd voglia farlo suo. Detto questo, la serie è iniziata su un terreno abbastanza sicuro, esplorando mobili e interni come estensioni di "pratica spaziale", con una schiera di relatori — che comprendeva designer come Jonathan Olivares , curatori e galleristi come Murray Moss e dirigenti di Knoll e Herman Miller — a chiedersi: Come definire uno studio di design? Che cosa distingue le due discipline? E cosa può guadagnarci l'insegnamento dell'architettura da un rapporto più stretto con il proprio 'cugino'?

Justin McGuirk: Che cosa ha ispirato l'idea di provare a portare il design all'interno della Graduate School of Design (GSD)?
Mohsen Mostafavi : Da molto tempo penso che l'insegnamento dell'architettura sia lacunoso perché non considera gli interni una materia importante. Abbiamo una lunga tradizione di specializzazioni in design di interni — o in architettura di interni, come la chiamano in molti — che sono però generalmente prive di un forte indirizzo disciplinare, di una solida base storica o teorica e che, inoltre, tendono spesso a confondersi con la decorazione d'interni. E questo avviene nonostante il fatto che la stragrande maggioranza dei nostri laureati si occupi di interni. Generalmente, viene rivolta maggiore attenzione all'esterno. È per questa ragione che abbiamo intitolato un numero della nostra rivista What about the inside? . Si trattava fondamentalmente di una specie di dichiarazione polemica per sottolineare come il rapporto tra architettura, mobili e, in termini più generali, il design meriti maggiore attenzione. Abbiamo parlato più volte con Vitra e, successivamente, abbiamo aperto una serie di laboratori dedicati al design di interni.

Non si tratta di una visione tradizionalissima del rapporto dell'architettura con il design?
Stavo solamente descrivendo il quadro generale. Quando la Graduate School of Design fu fondata, nel 1936, insegnavamo progettazione architettonica e del paesaggio. Perché allora utilizzavamo il termine generale di 'design' per accorpare le diverse materie? Abbiamo appena celebrato il settantacinquesimo anniversario e al centro dei miei pensieri c'è sempre stato il bisogno di comprendere se il design integri e completi in qualche modo le nostre attività. Questo tema è in parte collegato alla discussione su che cosa sia l'architettura e che cosa sia il design — sia che si parli di industrial design, di design di mobili o della cultura del design. Dobbiamo avere del design un'idea più estensiva, considerandolo un modo attraverso cui discutere il nostro rapporto con il mondo. Talvolta l'architettura si rapporta ai problemi della società in maniera più opaca. In qualche modo, il design sembra più adatto alla funzione di mezzo di comunicazione, ma la ragione ho organizzato questo convegno è affrontare il rapporto potenziale tra design e architettura.

Il rapporto tradizionale vede il design come un sottotipo di architettura, un produttore di elementi più piccoli, sia che si tratti di mobili sia di interni. Ma nell'ultimo decennio, e magari solamente perché la parola è più elastica, il design si è affermato come disciplina generale di cui l'architettura è solamente un sottotipo. Pertanto dall'architettura si può passare a una dimensione minore, ai mobili e ad altri prodotti, oppure muoversi verso una più ampia dimensione sistemica, che va dal design dell'interazione e dei servizi all'uso del design per l'attuazione di decisioni politiche. Quello che trovo interessante è il modo in cui il design ha sviluppato un discorso più ambizioso dell'architettura, una retorica quasi espansionistica in termini di cose che il design ritiene di sapere affrontare. E uno finisce per domandarsi se l'architettura come disciplina abbia un gran futuro, se si limita a produrre singoli oggetti chiamati edifici senza partecipare alle decisioni sulle reti, sulle infrastrutture e sulla difficile situazione in cui si trova.
La penso quasi completamente come te, ma non sono d'accordo con le tue conclusioni. Per certi aspetti, stiamo forse assistendo a un rinascimento dell'architettura come disciplina. Noi non vogliamo sussumere l'architettura. Vogliamo mantenere questa concezione molto ampia, quasi onnicomprensiva del design, ma anche creare chiare distinzioni tra le discipline in modo da essere in grado di svilupparle nel modo migliore e dare vita a pratiche interdisciplinari. Sull'architettura sono ottimista: ritengo che possa anche incorporare alcune caratteristiche del design, impegnandosi maggiormente attorno ai problemi della società. L'architettura può divenire molto formale ed ermetica e io voglio mettere in rilievo i valori di tali qualità formali, ma voglio anche impegnarmi in questo progetto più ampio, nel quale, come tu dici, il design ha avuto più successo per la sua capacità di dare un contributo alle pratiche di governo e alla politica, oltre che alla cultura del design.
Justin McGuirk e Mohsen Mostafavi discutono del rapporto tra design e architettura. La GSD sta pensando di ampliare la propria proposta formativa includendo il design industriale
Justin McGuirk e Mohsen Mostafavi discutono del rapporto tra design e architettura. La GSD sta pensando di ampliare la propria proposta formativa includendo il design industriale
È interessante che tu parli di distinzioni disciplinari, perché nel design assistiamo a una crescente baldanza che ha consentito ai designer di mandare in frantumi quelle distinzioni, anche se non si tratta di un prodotto dell'educazione accademica. In altre parole, secondo la retorica del design, non vi è nulla che esso non possa risolvere — dai problemi della società a quelli di governo — anche se, in realtà, agli studenti non viene affatto insegnato a pensare così in grande. Perciò, mi chiedo se esista un modello di insegnamento che possa combinare competenze tecniche creative e produttive altamente specifiche con il genere di pensiero strategico richiesto per risolvere i problemi della società come, per esempio, la riorganizzazione del servizio sanitario? Sono due elementi contrastanti?
Penso che il modo in cui cerchiamo di illustrare la missione della scuola sia esattamente quello di collocarla all'interfaccia di questi due aspetti. A nostro avviso, non vi sono contraddizioni tra il tentativo di dare risalto alla fantasia e la capacità di affrontare i problemi della società attraverso il design. In una scuola di design questo significa, almeno in parte, tentare di instillare negli studenti una certa motivazione. Indipendentemente dalla facoltà, nel corso degli ultimi cinque o dieci anni gli studenti hanno innegabilmente mostrato un'attenzione molto maggiore per l'impegno sociale, divenendo molto più attivi. Anche per il fatto di essere una scuola nella quale si insegnano anche il progetto del paesaggio, urbanistica e progettazione urbana, abbiamo strumenti migliori per affrontare alcuni di questi problemi sociali ed economici.

Non vi è dubbio che le facoltà come Harvard pensino in una dimensione urbana o che, in effetti, le scuole di tutto il mondo si stiano interessando alle questioni sociali. Ma, forse, quello che è mancato all'architettura è la capacità di raggiungere i responsabili delle decisioni, chi governa le forze che creano le città, le reti infrastrutturali e e così via. Parlo della capacità di assumere il ruolo di protagonisti in questo processo.
Sì e no. Per esempio, abbiamo una serie di laboratori che stanno studiando tre città cinesi emergenti; parte del nostro interesse è effettivamente quello di operare a livello urbano, ma anche a quello infrastrutturale. La ragione per la quale vogliamo farlo è che intendiamo entrare in contatto proprio con i responsabili delle decisioni politiche e con i grandi operatori immobiliari. Perciò, due settimane fa, siamo andati a Xiamen a incontrare il responsabile dell'urbanistica. Non voglio far credere neanche per un momento che quanto stiamo facendo sia una riproduzione fedele della vita reale, ma stiamo trascorrendo un po' di tempo in Cina con gli urbanisti e gli imprenditori immobiliari locali e adesso il capo dell'urbanistica viene qui a valutare il lavoro degli studenti. Per loro, fare questo genere di esperienza e capire come si prendono le decisioni è importantissimo. L'altra sera parlavo con Ross Lovegrove , che raccontava come nel suo studio stia assumendo architetti e non laureati in design industriale, perché i primi sanno come affrontare tutte le fasi del processo lavorativo.

Le scuole di design, le cosiddette D-Schools in America, sono divenute espertissime nell'arte di reclutare i grandi imprenditori, in parte perché l'ideologia della teoria del design promette di portare la creatività nel mondo degli affari.
Tutti sperano di essere il Facebook di domani! Un'eccitazione che deriva dalla consapevolezza che il design può condurre al successo imprenditoriale. Questa credo sia una delle spinte principali.

La retorica del design ha avuto anche un certo successo nell'eccitare i politici, che però non sentiamo parlare di architettura.
In realtà, il quadro è anche peggiore, perché quella retorica è stata strumentalizzata dalle facoltà di economia. Sono loro a parlare di cultura del design e insegnare a venderlo bene. E lo fanno persone che, da un certo punto di vista, non hanno la minima idea di che cosa sia il design, ma ne hanno sposato la causa. Per esempio un professore della Business School di Harvard ha deciso di tenere un corso sulla cultura del design. Visto che la scuola di design siamo noi, perché non parli con noi quando decidi di organizzare un corso di questo tipo?

Perché pensi che le cose vadano in questo modo?
In parte perché quello che stiamo facendo non è probabilmente design, ma organizzazione di idee imprenditoriali; in parte perché vi è una specie di linguaggio che si è sviluppato da società come IDEO e che viene tradotto dal design all'imprenditorialità più facilmente che dall'architettura. Gruppi come IDEO hanno dato un contributo importante, ma hanno anche monopolizzato il mercato in termini di linguaggio. Insomma è una sfida difficile!

Una delle ragioni del'affermazione di questa retorica è quella di essere assai seducente, perché sembra promettere il successo economico, mentre l'architettura appare più un costo.
Il design aiuta a presentare nel modo migliore, a chiarire e a organizzare: ha molto più a che fare con i modi di organizzare le cose. Gli architetti non hanno dato tradizionalmente grande prova di sé nello spiegare i valori dei nostri metodi di lavoro, neanche nel contesto universitario. Il modello educativo dello 'studio' è un modo di lavorare di radicale importanza. E nelle scuole di scienze politiche e di economia non si lavora in questo modo, ma si continua a operare seguendo il metodo dei casi specifici. A mio giudizio, siamo stati negligenti nel non dichiarare chiaramente il valore dello 'studio'. Per questo dobbiamo insistere. Abbiamo appena ricevuto un finanziamento per creare una sorta di laboratorio del design nel quale si incontreranno persone di discipline diverse — dall'insegnamento alla politica — per creare nuove forme di conoscenza. Come progettare questo spazio sarà una sfida interessante.

— Questa intervista è stata realizzata il 19 ottobre 2012

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