Salone del mobile e Fuorisalone 2021

Salone del mobile

Per Philippe Starck è tempo di smettere di parlare della pandemia

La nuova collezione di arredi da esterno Serengeti per Janus et Cie è l’occasione per parlare di fama, visioni, pandemia e stili di vita. 

Portrait of Philippe Starck, Photo Marco Menghi

“Odio i mobili da esterno perchè sono sempre così finti, tutti in plastica e senz’anima”, così esordisce Philippe Starck alla presentazione di Serengeti, la collezione di mobili da esterno per l’azienda americana Janus et Cie esposta in un delizioso cortile in via Borgospesso 7, una traversa di via Montenapoleone. “Ho voluto creare una collezione senza tempo, che si fondesse rispettosamente nella natura circostante. Un oggetto senza tempo lo riconosci quando non capisci se appartiene al passato, al presente o al futuro. Se lo capisci è probabile che sia un oggetto “trendy” e che quindi passerà di moda e verrà scartato: una fine terribile! Soprattutto in termini ecologici, perchè la longevità è la migliore qualità possibile”. La collezione si ispira alla natura africana e si compone di poltrone, tavoli e tavolini, chaise lounge, divani e poggiapiedi. A vederla ricorda le esplorazioni nei safari degli anni ’30, con i suoi tessuti neutri e i telai in teak. Anzi, come ha sottolineato Starck stesso nella sua spassosa presentazione – interrotta a un certo punto dalle campane di una chiesa vicino (“Grazie Dio che ci tieni a redarguirmi!”) – un progetto deve avere in sé una buona dose di avventura che ti porti a sognare. “E ora arriva il miracolo: chi vedete qui seduto su questo tavolo? Philippe Starck o Robert Redford? Sono certo che è Robert Redford”.

JANUS et Cie, Serengeti poltrone, design Philippe Starck
JANUS et Cie, Serengeti poltrone, design Philippe Starck

Ciao Robert.
Robby, per le ragazze.

Verso quale direzione si muove la tua visione di design?
Vi sono vari scenari perché diverse velocità e diversi calendari devono essere rispettati. A breve termine: ecologia high-tech, ecologia sociale, ecologia politica. Lo facciamo già e continueremo a farlo. Abbiamo sviluppato progetti straordinari con compensato 2D e 3D e tra meno di due anni useremo solo plastica organica, non fossile. Continueremo a produrre utilizzando l’intelligenza artificiale. A medio termine: lavoriamo sullo spazio, ora siamo specialisti in questo ambito. A lungo termine: dematerializzazione, in altre parole, tutto scomparirà e permetterà il passaggio al bionicismo. Con lungo termine mi riferisco a 20 anni di lavoro. Sono già 40 anni che parlo di questo concetto, quindi ci siamo quasi.

Il tuo atteggiamento è gioioso e giocoso, “spensierato come quello di un bambino”, come ami definirlo: ha subito delle trasformazioni negli ultimi due anni dopo tutti i cambiamenti sociali, culturali ed economici a cui abbiamo assistito?
Assolutamente no, perché oggi è quasi una moda parlarne, soprattutto della pandemia. Questa pandemia rappresenta una vera e propria catastrofe e, purtroppo, molte persone hanno perso la vita per causa sua. Dovrei morire anch’io dal momento che rientro in quel target, ma non mi interessa la pandemia se consideriamo le enormi e violente sfide che ci si pongono davanti: il cambiamento climatico, i nuovi fascismi, la crescente disuguaglianza sociale. È come se delle persone che si ritrovano in una casa in fiamme iniziassero a parlare dei problemi che hanno con l’accendino. Se tutti parlano solo della pandemia nessuno parlerà di cose ancora più importanti. Dobbiamo smettere di parlare della pandemia.

Parlando di spazi, hai dichiarato di offrire al pubblico la più completa nozione spirituale possibile degli spazi che visita. Puoi spiegare meglio questo concetto?
Strano, probabilmente non ha niente a che vedere con la spiritualità, perché combatto ogni minuto della mia vita contro qualsiasi tipo di spiritualità o qualsiasi cosa che vi si avvicini. E se viene fuori, devo distruggerla. 

Ritratto di Philippe Starck, Foto Marco Menghi
Ritratto di Philippe Starck, Foto Marco Menghi

Ma una volta hai detto che “nessuno deve essere un genio, ma tutti devono partecipare”: la partecipazione è ancora possibile in una società sempre più individualista?
Certamente. Il primo passo da fare di fronte alle sfide che ci ritroviamo a dover affrontare è la responsabilità individuale. Si tratta solo di farlo, uno per uno. Non si tratta di parlare, di dire che dobbiamo fare questo o quello: basta farlo. Combattere. Non votare per Trump. Tutto si basa sull’azione personale e sulla comprensione. La partecipazione inizia dall’individuo. Amo il potere dei numeri, ma credo profondamente nel potere dell’uno. Mi sono spiegato?

Sissignore. Cosa pensi di questa Milano Design Week dopo due anni di stop?
Non è esattamente la mia sfera di competenza, perché la fiera rappresenta la parte dedicata al business. Io non sono nel business, non conosco questo ambito. Io faccio le mie cose, le persone le producono e altre le vendono. Credo che, in un primo momento, l’Italia non avesse rivali nel design, oggi, invece, c’è molta concorrenza, molti Paesi cercano di rubarle il primato nel mercato del design. Perdere una fiera così grande potrebbe essere molto pericoloso perché è una fiera che riunisce questa fantastica industria e la rende più forte. Se perdiamo questa dinamica, il pericolo è alle porte. Per quanto riguarda questa edizione da un lato non fare nulla sarebbe stato un disastro assoluto. Era davvero ben fatta, molto intelligente e molto conveniente, ma dall’altro lato non è la vera fiera dove si ha un mercato con scambi, dove si compra e si vende, dove si fanno accordi e ordini. In questa edizione abbiamo solo un display sul muro.

Parlando della collezione per Janus et Cie: il tuo obiettivo era quello di renderla mimetica.
Ho detto che voglio che sparisca, ma mimetica è una buona idea, più intelligente di quello che avevo pensato.

Ok, ricomincio. Mi è capitato di parlare di design con persone a caso in un bar.
Non parlare con gente a caso! A meno che non sia per sesso.

JANUS et Cie, Serengeti poltrone, design Philippe Starck
JANUS et Cie, Serengeti poltrone, design Philippe Starck

Mi è capitato di parlare di design con degli sconosciuti in un bar nella periferia di Milano. Non possedevano alcuna nozione di design o altro, ma conoscevano il tuo spremiagrumi Juicy Salif. Sei un’icona. Come interferisce la fama quando si vuole realizzare un oggetto che “scompare”?
Non sono una macchina per produrre felicità. La mia vita è molto molto particolare, viviamo come monaci, in cima a una montagna, in mezzo alla foresta, sulle dune, nel fango, tra le onde. Nessuno mi dice che sono un’icona quando sono in mezzo al mare. A volte un pesce, ma è molto raro. Non mi concentro su questo concetto perché ho troppa mancanza di autostima. Sono nato disprezzandomi. Avevo la sensazione di non essere mai nato e di non essere mai vivo, quindi non mi interessa la morte. Mia moglie mi dice sempre che potrei fare qualsiasi cosa perché non ho paura della morte, ed è vero! Se non sono vivo, non posso morire. Ecco perché la fama non rientra nei miei programmi: faccio il mio lavoro, faccio quello che posso, non sono molto orgoglioso di ciò che realizzo, ma cerco di farlo nel miglior modo possibile perché è tutto quello che so fare, il che è triste, tutto qui. Nella mia vita privata non parlo mai del mio lavoro, nessuno parla del mio lavoro. Sono il ragazzo più stupido della tribù, e va bene così! Ma da solo, al mio tavolo, nudo, alle 7 del mattino... mi fa sentire molto bene.

Vivi in una caverna?
Sì, o meglio, vivo in una caverna personale. Sono circondato da una caverna buia, una grande spirale in cui cerco di stare il più vicino possibile alla luce ma molto spesso vado sempre più giù.

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