L’architettura di Mario Galvagni oltre la retorica del genio incompreso

Trascurata dai critici per decenni, l’opera dell’architetto lombardo da poco deceduto deve essere osservata oggi attraverso una lente il più possibile trasparente, non intenzionalmente oscurantista, né ingenuamente apologetica.

Mario Galvagni, Casa Sida Callegaro, Torre del Mare, Bergeggi, 1958. Foto © Fulvio Rosso. Da Domus 1035, maggio 2019

Sono ancora relativamente pochi i contributi critici dedicati alle architetture di Mario Galvagni (1928-2020). E, non senza una certa ironia, si tratta nella maggior parte dei casi di commenti indignati, impegnati a lamentare proprio l’ingiusto oblio della sua opera. Di Galvagni esaltano gli immaginari di riferimento caleidoscopici, pluridisciplinari, ma raramente s’impegnano nell’effettiva osservazione delle sue realizzazioni. Il professionista brillante, intrappolato nel personaggio del genio incompreso, è al centro della scena; i risultati di sette decenni di carriera scompaiono, oscurati dalla sua stessa aura sfortunata.

Proviamo ad andare oltre questo serpente-che-si-morde-la-coda storiografico. Diamo per assodata la sufficienza con cui Galvagni fu liquidato dai teorici italiani del superamento del modernismo, primo fra tutti Ernesto Nathan Rogers, che sempre rifiutò di pubblicarlo su Casabella. Constatiamo come un dato di fatto anche il complessivo disinteresse verso i suoi progetti dimostrato dalle altre grandi riviste specialistiche, tra cui la stessa Domus di Gio Ponti, e il rapporto litigioso con Bruno Zevi, che ritardò il suo avvicinamento a L’Architettura Cronache e Storia. Riconosciamo, infine, alla storica Lara Vinca Masini il merito del primo tentativo di riscoperta, da cui scaturì la breve monografia del 2006, Mario Galvagni. La ricerca silente.

Ora, concentriamoci brevemente sull’opera costruita di Galvagni, e in particolare su due dei suoi episodi volumetricamente più cospicui: l’urbanizzazione della collina di Torre del Mare (1954-1960) a Bergeggi, Liguria, e il condominio Giomein (1964-1967) a Breuil-Cervinia, Valle d’Aosta. In due luoghi-simbolo del boom turistico del secondo dopoguerra, mete affollate ma non del tutto mainstream per la borghesia milanese e torinese, Galvagni progettò una serie di architetture-icona, rappresentative delle qualità ma anche dei limiti del suo approccio.

Torre del Mare – di cui, per la verità, si è ormai scritto abbastanza – fu al tempo stesso la grande occasione per il giovane Galvagni, che ottenne l’incarico nell’anno della sua laurea, e il suo capolavoro. Di questo piccolo promontorio del Ponente, che volle trasformarsi in una lussuosa Beverly Hills in salsa ligure, Galvagni disegnò ogni elemento, a tutte le scale. Ville, condomini, edifici di servizio, ma anche i tracciati stradali e il loro arredo urbano, rispondono ad un campionario di forme e materiali coerente, pur nella sua varietà ed esuberanza. Più che per lo sforzo d’ integrarsi organicamente con il paesaggio, un tentativo ammirevole ma non inedito per un’operazione posta in posizione così panoramica, Torre del Mare spicca proprio per la chiarezza della sua immagine coordinata. Simile per funzione e densità a tante altre lottizzazioni costiere dell’epoca, se ne distingue perché non è una somma di frammenti architettonici, ma piuttosto essa stessa un frammento, un embrione riconoscibile di una più estesa città delle vacanze.

Qualche anno più tardi ed in un contesto diverso, il gigantesco condominio Giomein nacque per ospitare un programma e una popolazione simile a quella di Torre del Mare. Paragonabili sono anche le strategie progettuali messe in atto da Galvagni, ma il risultato è deludente. I legami immaginati tra architettura e disegno urbano restano qui indecifrabili. I quattro edifici del complesso sembrano liberamente appoggiati al pendio che risale dal centro della stazione sciistica verso le piste, e poco importa se via Giomein attraversa il corpo di fabbrica principale, a ponte. Sul piano formale, poi, l’insistenza sul triangolo – nelle volumetrie aguzze, nei tanti tetti a doppia falda, nei lucernari di alcuni ambienti comuni – rende il Giomein una sorta di super-caricatura un po’ goffa della vetta del Cervino, fondale scenico della vallata.

Domus, come già detto, non seguì con costanza la carriera di Galvagni, e anzi ne pubblicò quasi esclusivamente progetti temporanei o non realizzati: nel dicembre del 1954 (Domus 301), la Casa Trasparente per la Triennale di Milano; nell’ottobre del 1973 (Domus 527), l’Unità abitativa pulsante, con cui Galvagni ottenne una segnalazione al concorso ANIACAP-IN/ARCH di quell’anno; e ancora nel luglio 1976 (Domus 560), il sistema modulare Uniquarto per abitazioni prefabbricate. L’unica eccezione è proprio Torre del Mare, che Ponti commentò in un articolo, interessante quanto breve, su Domus 340, nel marzo del 1958. Ponti ne parla come di un Paesaggio immediato, “un paesaggio dei giorni nostri, dovuto a un fenomeno dei giorni nostri, a quella sorta di violenza realizzatrice che caratterizza le cose d’oggi”. E prosegue, in merito alle singole architetture, descrivendo “apparenze e ricerche di volumi e di peso assai lontane da quelle (di illusione spaziale, di leggerezza) a cui tendo, e che mi lasciano quindi assai perplesso di fronte all’opera dell’amico Galvagni. Ma amo pubblicarla, in queste foto, documento di un’espressione singolare”.

Ponti, seppur diffidente, diede una possibilità a Galvagni, tralasciò pregiudizi negativi e positivi, ostracismi ed esaltazioni, e abbozzò una descrizione incuriosita del suo progetto più importante, presentato come il risultato tanto dello spirito di un’epoca (“quella sorta di violenza realizzatrice”), quanto di una poetica personale (“documento di un’espressione singolare”). Oggi, una rilettura seria dell’opera di Galvagni deve necessariamente adottare lo stesso approccio, ed osservarla attraverso una lente il più possibile lucida, trasparente, che non sia né intenzionalmente oscurantista, né ingenuamente apologetica.

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