Enzo Mari: la coscienza del design

Enzo Mari è stato definito “uno tra i designer più combattivi e pieni di speranza che esistano”. Non perdere i migliori progetti e il pensiero del designer, dagli archivi di Domus.

Scavando nell’archivio #2. Enzo Mari, dettaglio del ritratto

Domus ha accompagnato i progetti e il pensiero di Enzo Mari sin dai primi lavori, negli anni Sessanta.  

Il celebre calendario disegnato per Danese inaugura la copertina del 1968; si tratta di uno degli emblemi del sodalizio tra Enzo Mari e Bruno Danese, (il celebre produttore di Mari e Munari scomparso recentemente). Sullo stesso numero, il critico Tommaso Trini descrive i tratti caratteristici di Mari, un designer che è anche ‘ricercatore’. (Domus 458, 1968). Negli anni si susseguono contribuiti incisivi che illustrano la filosofia combattiva e il modo di lavorare di Mari, secondo cui: “Il progetto è un atto di guerra” (Domus 694, 1988). Nel giugno del 1980, Alessandro Mendini firma l’editoriale “Caro Enzo Mari” e ringrazia il collega per la sua tenacia nel rappresentare la coscienza dei designers: in copertina, questa volta, il viso di Mari (Domus 607, 1980).

“Il design o è plusvalore culturale o non è design” Dialogo con Enzo Mari. Testo Juli Capella (Domus 791, marzo 1997)

Enzo Mari non ha difficoltà a riconoscerlo: sta attraversando un periodo favorevole. Non diremo che è di moda, perché questa è un'espressione che gli fa davvero orrore. Tuttavia è certo che Mari vive un momento particolare di rivalutazione. Alcuni lo dipingono come un designer politicizzato – “tutto quello che si fa è politica, la differenza sta nell’esserne coscienti oppure no” – lo considerano intransigente, polemico e pessimista, mentre è esattamente il contrario: uno tra i designer più combattivi e pieni di speranza che esistano. Egli rivendica la sua duplice natura di artista, che agisce concretamente sulla realtà, e di filosofo. Mari lavora nel mondo degli oggetti, senza però dimenticare che questi dipendono dalle idee: “II primo problema di un progettista è quello di definire il proprio modello di un mondo ideale, e non quello di creare un’estetica... Il progettista non può non avere una sua ideologia del mondo. Se non ce l’ha, è un imbecille che dà solo forma alle idee altrui”.

Da molti anni tenta di materializzare il suo pensiero, e lo fa attraverso una sintesi personale tra funzionalità e grande, grandissima bellezza, intesa però come risultato e non come premessa.

Copertine di Domus dedicate a Enzo Mari
Copertine di Domus dedicate a Enzo Mari. A sinistra: calendario per Danese, Domus 458, 1968. A destra: Ritratto di Enzo Mari, Domus 607, 1980

Mari, lei è un bravo professionista?
“No. La differenza fra intellettuali e professionisti è che questi ultimi dicono di fare prodotti reali, ma se fanno oggetti reali sono oggetti schifosi, asserviti all’industria, contrari agli obiettivi del design, che invece consistono nel trasformare il mondo”.

Allora lei è un artista?
“Qualcuno ha detto che sono la coscienza del design, ma io sono un artista e lavoro come un artista, proprio per questo, perché so che cosa è l’arte, non sopporto gli oggetti sculture perché sono soltanto il frutto delle arti applicate... L’artista è colui che dà forma a un valore collettivo, in cui tutti si riconoscono... ”. Mari è arrivato a numerare il progetto 1870 nel suo studio di Milano, un grande appartamento in piazzale Baracca che costituisce una sorta di incrocio fra un laboratorio artigianale e un ufficio e in cui egli oppone resistenza all’invasione della modernità tecnologica: “Nella tecnologia ci sono progressi estremamente positivi ma che, nello stesso tempo, presentano aspetti mostruosi. La tecnologia moderna è cieca... e il computer è molto limitante... Internet è il massimo di informazione ma, nel contempo, anche il massimo di disinformazione”. Molti progetti di Enzo Mari hanno avuto un grande successo e si sono dimostrati capolavori a livello mondiale; altri sono stati dimenticati e altri ancora sono stati frustrati, come è avvenuto nel caso dell’esposizione “Design e Design”, che Mari aveva organizzato nel 1979, quando era presidente dell’Adi. Di fronte alla sua visione critica del design, i colleghi lo misero sotto accusa: “Tu sputi nel piatto dove mangi”. Cosi, alla fine, si rinunciò all’incarico e la mostra non ha mai trovato realizzazione. Ciononostante, Mari si dimostra particolarmente orgoglioso della propria opera: “II 70% degli oggetti che ho fatto trent’anni fa esiste ancora: questa è la mia maniera di oppormi alle mode”.

Di quali oggetti si sente maggiormente soddisfatto?
“I progetti si realizzano attraverso una serie infinita di compromessi. In un oggetto io riesco a inserire soltanto una piccola percentuale di rivoluzione o di utopia: sono già contento quando, dopo un’immensa fatica, riesco a metterne il 10 per cento". Mari prova un grande sconforto quando un suo oggetto riceve un’accoglienza positiva molto vasta: “Quando faccio un oggetto e la gente dice: ‘oh, bravo!’, mi chiedo immancabilmente: dove ho sbagliato? Se piace a tutti, vuol dire che ho confermato la realtà esistente e questo è proprio ciò che non voglio”. Per lui avere successo non vuole dire vendere di più, guadagnare più soldi. “La questione più interessante e più difficile è come rispondere a una esigenza che la gente non sa di avere; perché, se fai quello che la gente vuole, allora fai delle sciocchezze”. Mari ha assunto un atteggiamento fortemente conflittuale rispetto al boom del design postrmoderno degli anni Ottanta, ma si è dimostrato anche profondamente critico nei confronti del razionalismo e della scuola di UIm. “Mi sono trovato di fronte a due sistemi formali: è stata una scelta dolorosa. C’era il Movimento moderno e l’opposizione al Movimento moderno. Il primo costituiva una ripetizione perversa, in cui l’industria rappresentava un valore e non uno strumento. La seconda, invece, era una rivisitazione delle avanguardie, dal costruttivismo al surrealismo al dada. Il nuovo design è quello dove tutto è possibile, anche il suo contrario, e io affermo che questo rappresenta pura restaurazione, reazione e ignoranza”.

Ma allora dove si trova il progetto progressista e d’avanguardia?
“Io penso che in questo momento la ricerca di un nuovo ordine, di una nuova classicità sia l’operazione più rivoluzionaria che si possa fare”, sostiene con un paradosso Mari.

Lei ha la sensazione di essere solo in questo cammino?
“Sono una specie di equilibrista che corre sul filo del rasoio, a destra c’è il kitsch, a sinistra pure. E io devo negare il kitsch”. A Mari piacerebbe incontrare un gruppo di giovani disposti a condurre questa battaglia, ma trova i giovani disorientati e confusi. “A Milano, l’ombelico del mondo del design, si produce un oggetto standardizzato, ma non si tratta di sedie o lampade: sono i giovani designer sfornati in grande quantità. Oggi questi giovani non mettono in discussione niente, si lamentano, dicono che non trovano produttori, vogliono essere delle star. È una situazione deprimente”.  Non è però una novità, è sempre successo cosi: “C’è sicuramente una piccola percentuale di giovani validi, come quando ho cominciato io, che oggi però viene traviata. Attualmente il problema del giovane designer coraggioso non è di trovare un produttore, il problema sono i centomila personaggi inutili che lo circondano e lo soffocano, che gli fanno fare sciocchezze”.

Ma non hanno tutti il diritto di esprimersi a creare e a vagliare?
“D’accordo, ma se sei pagato devi confrontarti con Michelangelo. In questo si differenzia l’artista, il poeta, che è capace di conden are il mondo in tre parole”. Il desiderio di Mari sarebbe quello di trovare dei compagni di strada con cui accordarsi in base “a tre parole comuni” per cambiare questa società: “Mi piacerebbe lavorare in una scuola, rifondare un luogo per imparare, che sia diverso da quelli esistenti. Immagino una scuola d’ideologia o d’arte, in cui non si facciano realizzare progetti né si parli di marketing, ma dove si impari a pensare... La creatività è una messa in discussione della conoscenza”.

Qual è stata la chiave interpretativa che ha guidato questo maestro del design italiano, qual è il suo personale stile?
“Io non ho forme o valori miei da proporre. Ho deciso di non ricostruire un linguaggio proprio ogni volta che devo reinventare. Cerco di ripensare e non mi comporto accademicamente”.

Allora dove si trova la sua specificità?
“I miei valori riguardano la qualità del lavoro. Quando mi chiedono la cosa più bella che ho fatto, non penso mai alla forma più bella che ne è risultata, ma posso descrivere situazioni in cui sono stato contento di lavorare perché si costruiva un dialogo positivo”. Dialogo che egli ha sempre condotto in collegamento con la grande industria del design italiano. “Ma adesso l’industria non vuole più progetti, vuole styling”. E la situazione attuale del design viene degradata: “Non è possibile che tutti i cataloghi delle più note aziende comprendano creazioni di tutti i designer. Perché ognuno è portatore di una diversa filosofia, tre o quattro poi sono antitetiche, quella di Mendini, quella di Starck e la mia”.

Qual è il futuro del design?
“Il design andrà nella direzione in cui lo condurrà l’intelligenza”. Però oggi le aziende si stanno riempiendo di yuppies che sostituiscono pericolosamente gli autentici imprenditori, mentre gli alti prezzi continuano a essere un problema per i buoni oggetti. “Oggi il problema del design reale – non di quello utopico – è che il pubblico adatto a capire la sua qualità e capace di pagarne il prezzo non supera le trentamila persone in tutta Europa. Lo stesso pubblico che è disposto a comprare un libro di Platone in edizione pregiata. Il resto è una cultura squalificata e deficiente, e in più senza soldi”. Mari tuttavia continua a credere nella possibilità di lottare attraverso il design per aiutare la gente a essere più felice, ognuno all’interno del proprio ruolo. “L’utopia è l’isola felice che non c’è, che non è possibile. Io sono figlio della rivoluzione francese, come tutti noi, cattolici o ebrei, marxisti o capitalisti, ritengo che la parola egalité sia la mia fede. Non penso che sia possibile effettivamente. Ma voglio credere nella possibilità dell’uguaglianza attraverso il design... È ovvio che la qualità è comprensibile solo da coloro che vogliono pervenire alla qualità. L’alta qualità del design, come dell’architettura, come della vita, è propria solo di un piccolo gruppo di persone, non è un prodotto di massa. Ma questo non vuol dire che io non lotti per farla diventare un prodotto per tutti, ma senza imporsi che sia già pronta domani mattina”. Non abbiamo fretta, possiamo aspettare cento, mille anni. Mari però è un po’ nervoso e preoccupato: “Oggi tutte le aziende mi chiedono di fare best-seller, ma un poeta non può fare best-seller e seguire i luoghi comuni. Adesso tutti mi fanno questa domanda e io impazzisco”.

Mari a 64 anni si arrabbia ancora. Si alza, urla, ride, soffre e lotta come quando era bambino, come quando arrivò a Milano da Novara e cominciò subito a mettere tutto in dubbio nella sua grossa testa e a usare le sue mani raffinate. Grazie a 45 anni di lavoro il mondo è un po’ più bello e, secondo la sua filosofia, anche un po’ più giusto. Forse è proprio così. Grazie mille.

 

Editoriale di Alessandro Mendini, Domus 607, 1980
Editoriale di Alessandro Mendini con la lettera a Enzo Mari, Domus 607, 1980

Quick Test
Queste domande sono poste a Enzo Mari con la preghiera, che è una sfida, di rispondere in una sola riga. Data la sua ossessione nell’esporre ampiamente e dettagliatamente, questo test deve intendersi come una rara e coraggiosa sintesi del Mari-pensiero.

Si può definire il design in una sola riga? Dipende da chi deve farlo.

Provi a farlo lei... Io non so farlo.

Qual è il suo vero mestiere? Cercare di definire questa parola se non in una riga almeno in quattro.

Si sente un artista? La risposta precedente corrisponde a questo status.

Che cos’è il design italiano? Una caratteristica tipica degli italiani: l’arte di arrangiarsi.

E ciò da che cosa dipende? Da tre cose: la mancanza di denaro; la presenza di un milione di artigiani; il vivere nel più grande deposito di opere d’arte del mondo.

Il rapporto industriale-designer? Se l’industriale è un artigiano appassionato si determina la condizione ideale del lavoro di design. In tutti gli altri casi, merda.

A che cosa servono le riviste? Non sarebbe meglio chiedere a che cosa dovrebbero servire?

A che cosa dovrebbero servire? A raccontare le cose di cui vale la pena parlare.

Che cosa c’entra il design con la politica? Sono la stessa cosa: l’attività politica consiste nel portare gli altri sulle proprie posizioni. Non è forse lo stesso obiettivo del design?

Lei è comunista? Se con comunista si intende rifiutare il lavoro come alienazione e affermare il lavoro come trasformazione, allora sono comunista.

Ma lei non aiuta il capitalismo industriale? Chi non lo fa? Spero sempre di ricevere in cambio l’inizio della sua trasformazione.

Lei è un moralista? Tutti i grandi capolavori sono nati da una tensione etica. Se devo essere coerente con il mio ruolo di progettista non posso che rifarmi alla stessa tensione.

Dove va il design? Dove la maggioranza vuole che vada. Ma non è detto che la maggioranza abbia sempre ragione.

Come lo si può indirizzare? Combattendo per le proprie idee.

Come sarà il lavoro del designer nel futuro? Prevedibilmente sempre più simile alla pubblicità televisiva.

Una paura? Nessuna.

Un desiderio? Tutti.

Un dubbio? Tutti.

Una certezza? Si progetta per difendere la libertà di pensare.

Un designer... L’inventore della padella.

Un artista… Tantissimi. Ma non più di tre per ogni secolo.

Un politico… Socrate.

Perché accetta di rispondere a queste domande? Perché non so che cosa sia il design.

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