Le prime impressioni dalla Biennale Venezia 2023

Nel giorno della preapertura, siamo stati tra i pochi fortunati che hanno potuto esplorare Arsenale e Giardini. Ecco cosa vedrete alla Biennale curata da Lesley Lokko.

La diciottesima Mostra Internazionale di Architettura, intitolata “The Laboratory of the Future” e curata da Lesley Lokko, apre ufficialmente nel weekend. Ma i padiglioni sono già (quasi) completi e aperti per la visita degli addetti ai lavori. Durante il giorno della pre-apertura, abbiamo visitato le due sedi principali della Biennale, l’Arsenale e i Giardini. Queste le valutazioni di un primo, veloce giro, che però ci dice già tanto di quello che possiamo aspettarci dalla mostra di quest’anno, in attesa di completare il giro con i padiglioni off-Biennale sparsi in tutta la città.

Arsenale

Dalla blue hour che apre le Corderie – “un tempo tra sonno e veglia che è anche un tempo di speranza” – idealmente troncando la continuità col brusio esterno e risolvendo l’ansia da prestazione del vestibolo più atteso dell’architettura contemporanea, fino ai progetti che immediatamente la seguono, in Arsenale si fa chiaro che decolonizzare l’architettura è una questione di percezione.

Foto di Giulio Squillacciotti. Courtesy: La Biennale di Venezia

Poche le forme costruite e compiute, almeno per un buon tratto della mostra, ma spazio, spazio ovunque, lo spazio e le implicazioni che lo percorrono, la denuncia di presenze ed assenze nel nostro paesaggio visuale e fisico che ne raccontano l’origine, che raccontano chi ha potuto dargli forma e chi no. Un monolite di marmo nero, una colonna “altra” circondata dalle tavole di un non-trattato mai esistito racconta in un “dis-ordine colonnare” un’eredità mancante nei canoni architettonici tradizionali, dando corpo – è il lavoro di Studio Barnes – alla diaspora africana; uno spazio audio-video generato in tempo reale, le Rebellious Copies di ibiye Camp, ci collega ad un chiosco di Freetown raccontandoci come liberare lo spazio significhi anche decolonizzare i dati.

Pavilion of Republic of Serbia. 18. Mostra Internazionale di Architettura - La Biennale di Venezia, The laboratory of the Future.

Arrivano poi altre sezioni con modelli e forme più disciplinarmente familiari, ma è un momento e queste dangerous liaisons ci riportano subito altrove, a forme non formalizzate di spazio, fatto principalmente delle relazioni che lo rendono riconoscibile come tale dalle persone: la scuola della selva di Ursula Biemann, come i campi di reclusione cinesi studiati da Killing Architects o le topografie nomadi degli agglomerati di caravan in Svizzera e degli insediamenti nel deserto tunisino, la Nomadland esplorata da Le Laboratoire d’Architecture.

Nel progetto di Lokko le Corderie sono sezionate, non ne percepiamo la profondità e ci consegnamo ad un percorso di vasche Kneipp tra installazioni più o meno materiali dove però il principio rimane quello di raccontare meno forma e aprire un dialogo con chi visita attraverso gli strumenti dell’esperienza (questa, sì, resa possibile ed efficace dall’estremo controllo formale delle singole installazioni): dà finalmente la speranza che si possa sopravvivere allo spettro fluttuante della Strada Novissima.

German Pavilion 18. Mostra Internazionale di Architettura - La Biennale di Venezia, The laboratory of the Future. The Workshop, Open for Maintenance © ARCH+ SUMMACUMFEMMER BUERO JULIANE GREB 006 Die Werkstatt Open for Maintenance © ARCH+ SUMMACUMFEMMER BUERO JULIANE

Si può dire che questa parte di Biennale ci dischiuda una Biennale incline al lecturing. Ma lecturing in origine è un termine con accezioni diverse: da una parte evoca la pedanteria del carattere paternalistico e didascalico; dall’altra, ed è questo il caso, evoca l’insegnamento come scambio, stimolo e reazione. In questa Biennale ci si deve sedere molto, si deve ascoltare molto, ci si deve abbandonare molto. Richiede tempo.

Un tempo altro e alternativo a quello di una mostra di architettura convenzionale o a quello di un percorso museale. È una serie di incontri, di relazioni più o meno rapide o pericolose a ciascuna delle quali chi visita sceglie quanto tempo dedicare. Prendendo in prestito il concetto che l’installazione si augura possa rappresentare il futuro della terra australiana, più che di mostra o manifesto teorico potremmo qui aver visto “an epistemic bomb”.

I Progetti Speciali della curatrice (possiamo trasformare le opere d’arte predate dai musei delle potenze coloniali in NFT? Sì. Lo dice Looty), i padiglioni nazionali delle Tese, e il padiglione Italia in Darsena prolungano questo grande dispositivo di dialogo, evocando in laguna storie sparse in tutto il pianeta e capaci di raccontare cosa significhi oggi fare spazio con la relazione.

Giardini

L’opera al centro della mostra aperta nella sede veneziana di Fondazione Prada in occasione della scorsa Biennale, “Human Brains It Begins with an Idea”, mostrava come le nostre menti sono sempre portate a cercare connessioni nelle cose, anche laddove queste connessioni di per loro non esistano. Un discorso simile si potrebbe fare per i padiglioni della Biennale: hanno spesso poco di collegato, ma chi li visita cerca in automatico un percorso che si snodi nel regno delle idee, che faccia da contraltare a quello (spesso faticoso) percorso sulla ghiaietta di questo mondo-in-miniatura che riflette un assetto geopolitico oramai consegnato ai libri di scuola. E fa impressione in una Biennale in cui l’Africa si affaccia da protagonista dal padiglione centrale non vedere padiglioni di paesi africani, e rilevare come finissero in fin dei conti rubricati, un secolo fa ma anche meno, sotto le bandiere delle superpotenze europee. 

18. Mostra Internazionale di Architettura - La Biennale di Venezia, The laboratory of the Future. Foto di Matteo de Mayda. Courtesy: La Biennale di Venezia

Ma andiamo per ordine: un primo giro instilla il dubbio se abbia davvero senso tenere la Biennale d’architettura distinta da quella d’arte. Dubbio che poteva già essersi fatto l’anno scorso, quando alcuni dei padiglioni più significativi (il pompatissimo padiglione italiano, quello bellissimo della Francia e così via) sarebbero potuti tranquillamente essere interpretati come delle operazioni architetturali prestate al mondo dell’arte. Reiterano il dubbio quest’anno sempre il padiglione francese, ma anche quello inglese e la bella installazione in quello serbo, o i diorami di quello danese. Quando l’approccio è quello più scolasticamente proprio dell’architettura, sembra quasi una giustapposizione, una ridondanza, un’appendice. Come ricucire?  

British Pavilion. 18th International Architecture Exhibition – La Biennale di Venezia, The laboratory of the Future. Yussef Agbo-Ola - Muluku. 6 Bone Temple, British Pavilion 2023, , Photographer Taran Wilkhu © British Council

Pianeta e natura sono protagonisti quest’anno, correndo tra l’enfasi delle origini (Brasile), la distopia della riflessione postindustriale (gli Usa e la plastica), la metafora del quiz (Sud Corea, sempre geniali), l’orizzonte salvifico dei funghi (Belgio). Poi c’è l’inatteso: la Finlandia che presenta un metodo tradizionale di toilet senza acqua, con le deiezioni che finiscono a fare compostaggio.  La Germania mette in scena un ragionamento sulla sostenibilità che parte dal tema dei materiali impiegati dalle Biennali (che fine fanno?), spalanca la porta sui bagni, passa dalla cucina e allarga alla città. Come fa anche l’Austria, che voleva aprire l’uscio sul retro del suo padiglione a tutti. Non ottenendo il permesso, ha installato una dependance a Sant’Elena. Il tema dei Giardini come una walled community quest’anno sente più che mai.

The Korean Pavilion, Urban Terrains Lab, Human-bound. The shore, 2023. Digital image. Courtesy of the artist. @ Urban Terrains Lab.

E l’Africa? Si vede poco, ma trionfa nel laboratorio del futuro di Lokko nel padiglione centrale, una autentica Wakanda Forever dell’architettura, che riscatta la qualità narrativa bassina dell’esposizione (Sud Corea a parte, loro sono sempre mostruosi), rimettendo il racconto al centro, delegando nuova rilevanza al testo scritto, connettendo narrazioni a propulsione africana, post-africana e meta-africana con lo scenario globale, innervando tutto il percorso con il groove (amici architetti, abbiamo anche delle orecchie, ricordatevelo più spesso), tra lampi di afrofuturismo, tanta fantascienza e un certo utopismo che male non fa. I modellini di Adjaye sono la punteggiatura che ci riporta con i piedi a terra, ma tenendo l’orizzonte alto. Certo, si può tranquillamente dire che si potevano raccogliere più soldi, installare più Stargate, che le prime stanze sembrano vuote. Ma tra il salone da parrucchiere postcontemporaneo di Dreadlock, le sedute di Parliament of Ghost e l’estasi estetica di Ace/Aap di Olalekan Jeyifous, il brivido rimane.

After the Rain, Woman dancing across puddles, Osu, Accra, Ghana. Credit: Festus Jackson Davis

Immagine di apertura: The new inclusive access ramp to the German Pavilion Open for Maintenance © ARCH+ SUMMACUMFEMMER BUERO JULIANEGREB

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