Il coworking ha bisogno dell’hashtag #modernism per rendersi desiderabile e memorabile?

Lo studio belga di interior design GoingEast ha trasformato un edificio in cemento degli anni ‘70 della capitale belga in un moderno e confortevole spazio di lavoro condiviso.

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Negli ultimi anni il rapido sviluppo tecnologico - con il passaggio dai computer desktop ai portatili e poi agli smartphone - e l’abbattimento delle barriere linguistiche e monetarie - grazie alla diffusione dell’inglese come unica lingua globale e l’accesso a strumenti digitali che semplificano le transazioni economiche - hanno permesso la nascita e la proliferazione di una grande massa lavorativa indipendente e nomade, capace e felice di collaborare efficacemente da remoto.

A intercettare i bisogni e i desideri dei nuovi telelavoratori sono arrivate una schiera di start-up che fanno del coworking e del coliving il proprio credo e del benessere psicofisico dei loro “members” la propria priorità di marketing. E così, sulla scia delle illuminate aziende tech californiane, prosperano spazi di lavoro condiviso popolati da arredi “smart” colorati e vegetazione lussureggiante che sfidano il grigiore degli uffici e delle sale riunioni tradizionali.

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Foto © Jeroen Verrecht - courtesy Fosbury & Sons

Coerentemente con l’aumento della domanda, aumenta però anche l’offerta, con il risultato che il mercato degli spazi di co-working nelle principali città internazionali si sta rapidamente saturando. Questa dinamica è particolarmente evidente a Bruxelles; cuore pulsante dell’eurozona e ponte tra Sud e Nord Europa e Gran Bretagna, la capitale belga è da sempre una città di passaggio per professionisti e creativi di orizzonti diversi. Non deve quindi sorprendere che negli ultimi cinque anni il numero di spazi dedicati ai lavoratori freelance in città abbia superato quota 30. Differenziarsi dalla concorrenza e offrire un’esperienza più coinvolgente diventa qui un obbligo per ogni nuovo competitor.

Per l’apertura del loro primo spazio di co-working nella capitale, Stijn Geeraets e Maarten Van Gool - i due fondatori della start-up Fosbury & Sons, di base ad Anversa - hanno deciso di giocare la carta dell’emozione e sembrano aver trovato la ricetta giusta. Come contenitore per la loro nuova avventura imprenditoriale hanno scelto un edificio storico imponente e di grande fascino, non utilizzato da tempo, firmato da uno dei pionieri dell’utilizzo del cemento nell’ambito degli edifici per uffici in Belgio, l’architetto di origine polacca Constantin Brodzki.

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In questa gallery: gli interni dell'edificio curati dallo studio belga GoingEast

Ad accompagnare Geeraets e Van Gool nella creazione di un progetto di grande impatto estetico ed emozionale sono stati chiamati Michiel Mertens e Anaïs Torfs, dello studio di architettura belga GoingEast, con i quali Fosbury & Sons aveva già collaborato per il proprio spazio di Anversa. Contrariamente al primo progetto, però, “che era una sorta di white box, nella quale potevamo intervenire liberamente”, nel caso di Bruxelles, Mertens e Torfs hanno dovuto “confrontarsi con un edificio storico protetto e dalla forte personalità, ma soprattutto con un Brodzki diffidente che, nonostante l’età (ha compiuto 94 anni a ottobre 2018, NdR), è rimasto molto protettivo nei confronti del suo edificio”, sottolineano i due. Ad aumentare ulteriormente la tensione si è aggiunta una petizione, firmata da molti cittadini preoccupati, fatta circolare su internet durante i lavori di ristrutturazione.

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Ritratto dei due fondatori dello studio GoingEast, Michiel Mertens & Anaïs Torfs. Foto © Fred Debrock - courtesy GoingEast

Situato al limitare della Foresta di Soignes, nel sud di Bruxelles, l’edificio in questione è stato progettato dall’architetto belga-polacco alla fine degli anni '60 per la CBR - un’azienda specializzata nella produzione di elementi in cemento prefabbricato - ed è composto da 756 moduli in calcestruzzo bocciardato e, come ha sottolineato Brodzki in un’intervista del 2012, l’intero progetto mirava a esprimere le potenzialità e "la libertà del calcestruzzo". Arredato con pezzi di importanti designer belgi dell’epoca come Florence Knoll e Jules Wabbes, l’edificio fu curato dall’architetto in ogni dettaglio, sia estetico che tecnologico. Al di là delle grandi finestre ovali isolanti che ne contraddistinguono le facciate, egli progettò anche tutti gli spazi interni, compresi accessori in mogano e moderne apparecchiature per l’isolamento acustico e il condizionamento dell'aria. “Elementi che sono rimasti funzionanti e impeccabili fino ad oggi”, come afferma il duo di GoingEast, e che già negli anni ‘70 non erano passati inosservati. A confermarlo una mostra del MoMA intitolata "Transformations in Modern Architecture" (New York, 1979), in cui il CBR building fu presentato come caso studio nove anni dopo il suo completamento nel 1970.

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In questa gallery: immagini d'archivio

Per il progetto di ristrutturazione dei 7.000 metri quadrati totali - distribuiti su 7 dei nove piani dell’edificio - GoingEast ha voluto “integrare la linea architettonica esistente e creare una storia all'interno della storia, con un intervento quasi invisibile". Al duo è stata data carta bianca, con la sola clausola di prevedere ad ogni livello aree con caratteristiche diverse e complementari: dalle sale silenziose per il lavoro individuale a quelle per le riunioni, dalle zone per il relax a quelle dove consumare i pasti, fino a quelle dedicate alle attività ricreative. L’obiettivo era dare vita a un grande spazio multifunzionale contraddistinto da un’atmosfera a metà tra un hotel elegante, un ufficio moderno e una casa accogliente.

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In questa gallery: disegni tecnici del progetto realizzati dallo studio GoingEast

Per raggiungere l’obiettivo GoingEast ha mescolato pezzi modernisti ed etnici, raccolti durante i numerosi viaggi tra India e Marocco. Il risultato sono ambienti accoglienti e contemporanei, che sposano il design originale dell'edificio. "Volevamo collaborare con l’architettura esistente", sottolinea Mertens, “giocando con contrasti e materie prime”. E così, mentre Brodzki aveva scelto il mogano scuro per i mobili-contenitori e gli infissi, lo studio belga ha optato per una tavolozza più leggera, sia per il legno che per i tessili (imbottiti, tende e tappeti). Inoltre, dalle composizioni floreali - create personalmente da Anaïs Torfs -, ai vasi disegnati da LRNCE - uno studio di design basato tra Marrakech e Bruxelles che mescola texture e colori marocchini a un’estetica contemporanea -, fino alle scrivanie fatte produrre su misura da GoingEast, ogni elemento è stato progettato e selezionato dai due fondatori dello studio per trasmettere “l’identità Fosbury & Sons”, che vuole liberare i lavoratori del futuro dalla frustrante vita aziendale e portare una ventata di aria fresca nel mondo del co-working.

In sintesi, se da un lato si presenta come il nuovo place-to-be dei telelavoratori europei cool, dall’altro il progetto sembra anche sottolineare la necessità del mondo fluido e veloce del lavoro da remoto di dotarsi della presenza rassicurante di un landmark architettonico degli anni ‘70 e di un progetto d’interni curato nei minimi dettagli - sia architettonicamente che in termini di comunicazione - per essere avvincente, efficace e memorabile. Perché, in fin dei conti, per rendersi riconoscibili e desiderabili sull’affollata cartina di Bruxelles bisogna usare tutte le armi a disposizione.

Architettura d'interni:
GoingEast
Tipologia:
Spazio di co-working
Luogo:
Bruxelles, Belgio
Cliente:
Fosbury & Sons
Area totale:
7.000 mq
Completamento:
2018

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