Per Ma Yansong, l’architettura è “un’impresa collettiva”

Dalla collaborazione interdisciplinare al coinvolgimento diretto delle comunità: nell’editoriale del numero di marzo, il guest editor di Domus esplora il progetto architettonico come processo collettivo, allontanandosi dal mito dell’autore solitario.

In architettura, il termine partecipazione ha due valenze. Da un lato, la richiesta alla disciplina di una collaborazione sempre più trasversale tra ambiti differenti e, agli architetti, di avere una prospettiva più ampia, capace di abbracciare numerosi campi del sapere. Dall’altro, la necessità crescente del coinvolgimento del pubblico e di avviare processi di co-creazione per la costruzione di edifici e di comunità. È evidente come l’architettura non sia mai opera di una sola persona, né si esaurisca nel solo disegnare una pianta, ma tocchi quasi ogni aspetto della vita. Un tempo, l’immagine stereotipata dell’architetto era quella di una figura solitaria in camice bianco, china sul tavolo da disegno.

Giancarlo De Carlo, Villaggio Matteotti, Terni, IT, 1975. Foto Sailko / CC BY-SA 4.0

Più tardi, quando professionisti in giacca e cravatta hanno iniziato ad apparire in pubblico per illustrare le loro idee progettuali, si è compreso che riguarda tutti e che necessita di riscontri e partecipazione da più parti. Oltre alla funzione, ci sono l’estetica, la cultura, la società, i comportamenti, l’ambiente, e molto altro. Per dare forma alle idee in modo creativo, gli architetti devono superare i confini disciplinari e coinvolgere altri esperti: dalla fabbricazione alle strutture, dalla fisica delle costruzioni ai materiali, dalle normative ai regolamenti. L’architettura è intrinsecamente sociale. I processi di pianificazione, progettazione, costruzione e uso richiedono il coinvolgimento di una serie di figure con ruoli e modalità differenti. L’architetto non è soltanto un creatore, ma anche un osservatore e un coordinatore. Deve possedere competenze sempre più integrate: saper dialogare con gli utenti e con il pubblico, comunicare con specialisti di numerosi settori, comprendere nuovi ambiti come la biologia, saper leggere dati e informazioni e, infine, conoscere anche le scienze sociali.

Terme romane e hammam, III a.C.–; VII–. Photo Jean-Léon Gérôme, Après le bain, 1880 / Public domain

Circa 30 anni fa, in Cina, molti si chiedevano cosa facesse davvero un architetto, se andasse semplicemente in cantiere a costruire case. Alcuni pensavano che dipingesse acquerelli. In seguito, qualcuno ha iniziato a riconoscere il suo lato ‘artistico’, altri a ritenere che fosse un tecnico, responsabile della qualità costruttiva e del cantiere. Nascevano varie domande e teorie. “Il posizionamento e la strategia operativa non sono forse altrettanto importanti? Se un edificio è mal gestito, non è anch’esso un problema di progetto? Gli architetti devono anche essere geomanti o psicologi dello spazio. Devono partecipare allo sviluppo di nuovi materiali da costruzione ecologici”. Oggi comprendiamo che, a seconda dell’interlocutore con cui si confronta, l’architetto possiede realmente molti volti. Non vi è dubbio che l’architettura sia un’impresa collettiva: per prendere forma richiede un lavoro di squadra, per essere costruita necessita della forza di molti, mentre la sua qualità nell’uso quotidiano dipende dal coinvolgimento di un pubblico più ampio.

Shigeru Ban Architects, Disaster Relief Design, 1995–. Foto © Shigeru Ban Architects

Il Bauhaus, con un design d’avanguardia e il suo tono da manifesto, partecipò alla trasformazione del mondo, esercitando per decenni un’influenza duratura sulla vita delle persone attraverso l’educazione e la cultura. Nei suoi progetti di ricostruzione post-disastro, l’architetto giapponese Shigeru Ban ha ideato sistemi costruttivi caratterizzati da un assemblaggio molto rapido. Si è inoltre attivato per comprendere la situazione sul campo, individuare bisogni, formulare piani, stabilire connessioni con fondazioni, coordinare finanziamenti e produzione, e valutare le prestazioni degli edifici nel tempo. Il collettivo del Myanmar Housing Now, presentato in questo numero, si immerge nelle comunità per comprenderne le necessità, comunica le proposte, utilizza materiali locali e tecniche vernacolari, invitando gli abitanti a co-costruire le proprie case. A Shenzhen, il progetto Hundred Schools Renewal ha riunito decine di giovani architetti per realizzare interventi di micro-rigenerazione in cento scuole primarie e secondarie, lavorando a stretto contatto con gli utenti. Sempre più università istituiscono laboratori interdisciplinari, permettendo al progetto di intrecciarsi con le più recenti acquisizioni di scienza e tecnologia, con l’arte e con le discipline umanistiche. Architetti e cittadini comuni sono chiamati ad agire insieme, affrontando la società contemporanea in modo condiviso.

Shigeru Ban Architects, Disaster Relief Design, 1995–. Foto © Takanobu Sakuma

Nella pianificazione urbana in Cina si sta implementando un sistema di “responsabilità del capo-architetto”. I team di queste figure sono responsabili della comunicazione preliminare con le comunità; del coordinamento tra storici, studiosi di scienze umane, esperti di pianificazione e architettura, media e istituzioni; della partecipazione alla redazione dei brief per specifici progetti; dell’organizzazione di revisioni da parte di esperti, nonché del coinvolgimento nelle fasi successive di gestione e valutazione. L’obiettivo è sottolineare la presenza del progettista lungo l’intero processo di costruzione e sviluppo comunitario. Da mero esecutore, l’architetto diventa così organizzatore e partecipante attivo. In futuro, l’innovazione sarà guidata dal coinvolgimento di molteplici discipline, con estensioni e possibilità potenzialmente illimitate. Al tempo stesso, l’architettura diventerà un campo più democratico e inclusivo. Anziché ergersi solitaria, come monumento al potere e al capitale, sarà modellata dai sogni e dalla vita delle persone. La partecipazione è il passaggio chiave per realizzare tutto questo.

Immagine di apertura: Shigeru Ban Architects, Disaster Relief Design, 1995–. Foto © Li Jun