di Giuliano Tedesco

Graphic Design dal 1950 a oggi
a cura di Ben & Ely Bos, AGI – Electa, Milano 2008 (pp. 704, € 85,00)

La prima rimanda a un percorso su ciò che la grafica ha prodotto dalla metà del Novecento in poi. Una seconda prospettiva del volume lo rende più simile a un family album dell'Alliance Graphique Internationale: il consesso più autorevole di professionisti del settore, la cui esperienza non esaurisce però ciò che in campo grafico può essere detto o progettato.

Con 350 soci, l'AGI è minuscola rispetto ad associazioni nazionali come l'americana AI GA (circa 55.000). Né ha le ambizioni di rappresentatività dell'Icograda, che raccoglie le associazioni grafiche mondiali. È nata "per curiosità", ricorda l'expresidente Laurence Madrelle: per consentire ai primi protagonisti di un settore marginale di incontrare colleghi di cui conoscevano a difficoltà il lavoro. Fondata nel 1951 da un gruppo esiguo di svizzeri e francesi, l'AGI è cresciuta rapidamente nei primi anni. Ogni membro è stato vagliato e ammesso, con voto unanime, da quelli preesistenti: selezione che garantisce autorevolezza ma perpetua una visione coerente della grafica, con poco spazio per un contraddittorio creativo. L'impronta del funzionalismo, in auge nei primi decenni della vita dell'AGI, accomuna molti degli associati. (Alcuni sono legati all'esperienza della Cranbrook Academy, che avviò in grafica la riflessione su postmoderno e decostruzionismo, ma nel libro – e nell'AGI – ha poca visibilità il filone più ampio che ne nacque, fiorendo negli anni Novanta).

Parlare di uno "stile AGI" sarebbe però riduttivo. Non è un clubbino qualunque, né il megafono di una corrente. È un Olimpo che ha raccolto nomi come Paul Rand, Lars Müller-Brockmann, Milton Glaser, Alan Fletcher, per citarne un campione in modo pressoché casuale. In Italia, esemplificando con lo stesso criterio, Munari, Tovaglia, Mari, Lupi, Sonnoli (con altri 19). La prima parte del libro ha struttura cronologica. Decennio dopo decennio, rilegge il contesto sociopolitico dell'epoca più che l'evoluzione artistica, a partire dalla "scelta di campo" della Bauhaus e dalla partecipazione dei grafici olandesi alla Resistenza (in Italia è esemplare l'esperienza analoga di Albe Steiner). I saggi che trattano la storia dell'AGI come organizzazione danno più spazio agli aspetti progettuali. Ma non troppo. L'effetto "album di famiglia" predomina. Rievocazioni di torpedoni smarriti nella campagna polacca in occasione del convegno del 1972 si incrociano con quelle di circostanze più drammatiche, come la guerra del Kippur che l'anno seguente impedì all'AGI di riunirsi a Gerusalemme. Ogni sezione, dopo i testi introduttivi, presenta i singoli progettisti accolti nell'AGI nel decennio. La scelta dei lavori di ciascuno presenta anche progetti precedenti o successivi, ma una progressione temporale emerge; con essa, un senso dell'evoluzione della grafica come disciplina. Il suo riconoscimento come forma espressiva autonoma è iniziato proprio negli anni Cinquanta (nella stessa Italia, i cui grafici allora eccellevano, divenne materia d'insegnamento solo dieci anni più tardi). Un'altra evoluzione interessa i suoi campi di applicazione. La preminenza del manifesto, che contraddistinse interi decenni, lascia via via il passo alla creazione di logotipi, poi alla nascita dell'immagine coordinata vera e propria – contraltari visivi all'ascesa della corporation nello spazio economico e politico. Un processo simile interessa lo spazio e il servizio pubblico: anche la segnaletica si trasforma in sistema complesso e integrato (anche questa però, maturata negli aeroporti, stazioni, strade, edizioni delle Olimpiadi, ritorna poi in utilizzi sofisticati in ambito corporate). Un fil rouge che riconnette le epoche è l'editoria, terreno 'nobile' con cui si misurano non solo specialisti del book design ma anche progettisti dalla vocazione più eclettica. È ben rappresentato nel volume il campo numismatico e filatelico (un'occasione per rivedere le ammiratissime banconote olandesi di Ootje Oxenaar, di cui gli euro sono un ricordo sbiadito), che è anche oggetto di due dei quindici saggi tematici che chiudono il libro, dedicati ad autori e filoni o a temi come la didattica, i titoli di testa dei film, la rivoluzione digitale.

Una storia della grafica concepita come racconto delle persone e delle idee che hanno fatto l'AGI sarebbe parziale, ma non molto più di altre nate da intenti enciclopedici. Esaustivo quanto è ragionevole chiedergli, il volume – con quasi 2.000 immagini – sarà anche fonte di ispirazione ricca per qualunque designer. I due coniugi olandesi Bos, curatori dell'opera, hanno assolto con successo un compito loro affidato espressamente dall'associazione (di cui Ben fa parte). L'edizione italiana, che segue quella di Thames & Hudson, ha introdotto qualche imprecisione legata a una traduzione talvolta affrettata.